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66. Perquisizione nel garage
La luce del pomeriggio romano mi abbaglia gli occhi mentre esco dalla stazione Termini. L'asfalto trema di calore, l'aria puzza di gas di scarico e di granturco bruciato dei banchetti ambulanti.
Prendo l'autobus per la periferia, poi un secondo, poi cammino per tre isolati prima di fermarmi. Il garage sotterraneo è un buco di cemento, l'insegna arrugginita che promette officina meccanica e vendita pezzi di ricambio. Scendo le scale con il cuore che mi martella nella gola. Ivan mi ha detto di venire qui, ma non ho avuto modo di avvertirlo che sarei arrivata — non c'è tempo, non c'è sicurezza, ci sono solo io e la promessa di Volkov.
Le scale finiscono in un corridoio stretto. Due neon guasti che sfarfallano, gocce d'acqua che cadono da una tubatura, l'odore acre di benzina e di pneumatici bruciati. E due sagome che si staccano dall'ombra prima che io possa vederle in faccia.
«Sei tu?»
Le voci sono due — uguali, roche, piene di un accento che non è romano. Due uomini in tute da meccanico, entrambi massicci, entrambi con la faccia segnata da anni di lavoro sporco e di notti insonni. Il più alto ha i capelli brizzolati, il più basso un tatuaggio che gli esce dal colletto e gli sale sul collo.
«Sì,» dico. «Cerco Ivan.»
Il più alto ride — un suono secco, senza allegria. «Ivan lo vedrai dopo. Prima, noi dobbiamo controllarti. Sei pulita? Ti hanno messo un microfono addosso? Sei seguita?» Le sue mani mi afferrano le spalle, mi girano come un sacco. Le sue dita mi scorrono lungo la schiena, sotto le ascelle, intorno alla vita.
«Non ho niente,» sussurro. «Sono pulita. Lo giuro.»
«Giuri poco, troia.» Il più basso mi afferra la borsa, la apre, la rovescia sul cemento. I documenti falsi, la fede, il rossetto — niente di interessante. Poi le sue mani mi afferrano le tettone attraverso la camicetta jeans. Le strizza. Le palpa con una lentezza studiata. «E queste? Queste sono vere? O hai imbottiture per renderle più appetitose?»
«Sono vere,» dico. La voce mi trema.
«Vediamo.»
La camicetta si strappa. I bottoni saltano via, rimbalzano sul cemento, rotolano nello scarico. Le mie tettone escono fuori — nude, ancora violacee per le torture di De Santis, i capezzoli coperti di crosticine scure. L'uomo col tatuaggio inarca un sopracciglio, un sibilo di approvazione. «Cazzo, sono vere. E sono bellissime. Peccato per le cicatrici — ma a me piacciono le puttane segnate. Danno carattere.»
La sua bocca preme sul mio capezzolo sinistro prima che io possa reagire. La lingua raschia le crosticine con una ruvidità che mi strappa un gemito e, sotto il braccio di ferro che mi tiene ferma, la fica pulsa già, traditrice, una molla che non posso smontare. Succhia forte, come se volesse staccarmelo, mentre la sua mano destra mi affonda nella minigonna, mi scosta le mutandine, mi infila due dita nella fica senza preavviso. «Umida già?» gorgoglia contro il mio capezzolo. «E pensare che non ti abbiamo ancora fatto niente. Sei una puttana nata, eh?»
Il suo compare si è tolto la tuta. Il cazzo è già duro — una mazza tozza, venata, il glande violaceo che gocciola sull'asfalto unto. Le sue mani mi prendono per i fianchi, mi spingono contro il muro di cemento, la schiena che striscia sulla superficie ruvida. La sua bocca — calda, bavosa, che sa di sigarette e di caffè — preme sulla mia. La lingua mi invade senza permesso, mi scava la bocca come se stesse cercando qualcosa.
«Non abbiamo molto tempo,» dice il primo. Le dita mi scavano la fica con un ritmo che accelera. «La scopiamo e la portiamo da Ivan. Così è pulita.»
Il secondo si posiziona. La punta del suo cazzo preme contro le mie grandi labbra gonfie, e io chiudo gli occhi. Penso a Volkov. Penso alle sue braccia, alla sua voce che mi chiama «vacca tettona», alla promessa di una casa in riva a un lago con due bambini biondi che corrono sull'erba. Penso al fatto che devo sopportare — ancora un poco, ancora un cazzo, ancora un orgasmo — e poi tutto sarà finito.
Spinge. Entra tutto in un colpo solo.
La dilatazione è brutale — la fica è ancora sensibile dopo giorni di torture, ma la fica è anche bagnata, aperta, un buco che ha imparato ad accogliere. Il suo cazzo mi riempie fino al collo dell'utero, e il gemito che mi esce è un misto di dolore e di piacere che riconosco con vergogna. Lui inizia a muoversi — spinte corte, violente, il pube che sbatte contro il mio, le mani che mi tengono le natiche alzate per penetrarmi più a fondo.
La fica cola. Il suo cazzo scivola meglio, affonda più facile, e lui geme — una bestemmia rotta, un insulto che perde nella mia bocca. «Cazzo, puttana, sei bagnatissima. Sei fatta per essere scopata nel culo di un garage.» Le sue dita mi afferrano i capelli annodati, mi tirano la testa all'indietro, mi espongono il collo. I suoi denti affondano nella mia pelle — un morso sulla gola che mi lascerà il segno per giorni.
Dietro di me, il primo si è sdraiato sul cemento. La sua testa è sotto di me, la sua lingua che mi lecca le tettone mentre il compare mi scopa — la lecca da sotto, mi succhia i capezzoli, mi mordicchia la carne violacea con una fame che non conosce sazietà. Poi sento le sue mani sulle mie caviglie — mi solleva una gamba, me la appoggia sulla spalla, mi apre ancora di più. Un secondo cazzo preme contro il mio ano.
«No...» sussurro. «No, per favore... non ho fatto niente di male...»
«Silenzio, troia.» La punta del suo cazzo spinge contro lo sfintere stretto — brucia, la circonferenza è tanta, un primo centimetro che mi lacera l'orifizio nonostante la lubrificazione abbondante. Stringo i denti, inspiro dal naso, un sibilo che mi taglia i polmoni. Lui forza la resistenza con una spinta secca che mi squarcia l'ano in due, mi sfonda il culo con uno schiocco umido che sento nel cervello.
Le spinte sincronizzate — due cazzi, due direzioni opposte, un sandwich di carne che mi trattiene sospesa tra l'uomo davanti e quello dietro. La mano di quello dietro mi massaggia la natica sinistra con un gesto quasi distratto, mentre il suo cazzo pompa nel mio intestino con un umidità viscida. Davanti, quello col tatuaggio mi bacia con la stessa ferocia con cui mi scopa, la lingua che si intreccia alla mia mentre la fica munge la sua asta a ogni colpo di reni.
Continuo a pensare a Volkov.
«È brava?» grugnisce quello dietro. «La puttana è brava?»
«È una vacca da monta,» ansima quello davanti. «Guarda come ti munge il cazzo. Sembra fatta apposta per essere riempita.» Le sue spinte accelerano. Il sudore gli cola dalla fronte sulla mia faccia. «Fammi sentire che vieni.»
La mano di quello dietro scende sulla mia fica. Le dita tozze trovano il clitoride, lo massaggiano con un ritmo che si sincronizza con le due penetrazioni — dentro, sotto, sopra, un cerchio perfetto di stimolazione che mi manda in cortocircuito. Il piacere monta nonostante la mia volontà, una marea nera che mi sale dal basso ventre e mi annebbia la vista. Le ginocchia cedono. I due cazzi mi tengono in piedi — un palo davanti, un palo dietro, la mia carne sospesa tra loro come un sacco di sabbia.
«Vieni, puttana,» ringhia quello davanti. «Vieni per noi.»
Lo sento — la contrazione che parte dal collo dell'utero e si irradia nelle cosce, la fica che si stringe intorno al suo cazzo, le pareti vaginali che pulsano come un pugno che si apre e si chiude. Sborro. Un getto caldo, copioso, che gli schizza sulla pancia, sul petto, sul mento. Il mio liquido gli cola sui pantaloni della tuta, si mescola al sudore, crea una pozza scura sull'asfalto untuoso.
Lui ruggisce, un suono animalesco, e viene dentro di me. Il suo sperma mi riempie — un fiotto denso, caldo, che mi gonfia la fica e cola sulle cosce. Nello stesso istante sento quello dietro irrigidirsi, un gemito strozzato contro la mia nuca, e il suo cazzo che pulsa nel mio culo, mi riempie l'intestino di un liquido viscido, paludoso, come se stesse sigillando ogni recesso del mio corpo.
Restiamo così per un istante — due cazzi dentro di me, tre corpi sudati che ansimano nell'afa del garage.
Poi si staccano. Uno alla volta. I loro cazzi escono con uno schiocco umido che mi fa rabbrividire. Lo sperma mi cola giù per le cosce, sulla minigonna strappata, sul cemento sotto i miei piedi. Le mie ginocchia cedono del tutto. Cado in ginocchio, le mani sul pavimento unto, i gomiti che tremano, la testa china, il respiro che esce in singhiozzi.
«Brava, vacca.» La voce del più alto è quasi gentile adesso. La sua mano mi accarezza i capelli annodati con una tenerezza che stride con quello che mi ha appena fatto. «Sei stata brava. Adesso vieni. Ivan ti aspetta.»
Si infilano la tuta, si riallacciano i lacci, riprendono la loro aria da operai. Io resto in ginocchio sul cemento oleoso, nuda dalla cintola in su, la camicetta jeans che pende in due brandelli attaccati alle maniche, lo sperma che mi cola dalla fica e dal culo segnando una scia lucida sul pavimento sporco.
L'uomo col tatuaggio mi afferra il braccio, mi tira su. La sua faccia è vicina alla mia, la barba ispida mi graffia la guancia. «Portiamo la vacca da Ivan. Ha superato il test.» Sorride — denti storti, occhi che brillano di una soddisfazione sporca. «Non male per una puttana appena scappata dalla gabbia.»
Il garage si apre davanti a me — un tunnel di macchine smontate, di pneumatici impilati, di lampade al neon che ronzano. Dietro l'ultima curva, una luce calda, una porta di ferro. La porta si apre.
E lui è lì.

