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67. Ivan e il debito pagato
Il garage sotterraneo puzza di benzina e di cemento umido. Una macchina nera è parcheggiata nell'angolo — una BMW con i vetri oscurati e il motore spento — e appoggiato al cofano c'è lui.
Ivan.
La testa rasata brilla sotto la luce al neon. Gli occhi azzurri sono due ghiaccioli che mi tagliano da capo a piedi, e il sorriso che gli incurva le labbra è lento, misurato, come se mi stesse valutando. Accanto a lui, due uomini — uno bianco, grosso, con le spalle da armadio e il collo tatuato di fiamme che gli salgono fino alla mascella; l'altro nero, più alto, la pelle scura che luccica di sudore sotto gli aloni di ascella della canottiera bianca. Entrambi con le braccia incrociate sul petto, gli occhi fissi sulle mie tettone che la camicetta non riesce a contenere.
«Sei arrivata, piccola. Ti abbiamo aspettata per tre ore,» dice Ivan. La voce è calma, ma c'è una lama sotto. «Il capo mi ha avvertito questa notte. Ha detto che saresti venuta a bussare.»
Annuisco. La gola è secca. «Ivan... Volkov è prigioniero in una base... De Santis... le tre poliziotte... mi hanno torturata per giorni... Ho le info che mi ha dato...»
«Lo so tutto,» mi interrompe. Le sue dita — callose, pesanti — mi prendono il mento, mi sollevano il viso. La sua faccia è a un palmo dalla mia. Odora di dopobarba scadente e di sigarette. «Quel bastardo mi ha detto che saresti venuta. Mi ha detto di aspettarti. Mi ha detto —» il sorriso si allarga, diventa qualcosa di più scuro «— che ti saresti fatta usare da noi. Per ringraziarci. Per convincerci a muoverci subito.»
Le parole mi colpiscono lo stomaco come una sassata. Il fiato mi si blocca in gola. Lo guardo. I suoi occhi sono freddi, calcolatori, ma sotto c'è una fame che riconosco — la stessa fame di De Santis, la stessa di Volkov. La fame di possedere.
«Lui... lui ha detto questo?»
«Sì, piccola. Ha detto che eri una puttana obbediente. Che ti saresti fatta scopare da me e dai miei ragazzi senza battere ciglio. Che è così che funziona — una scopata in cambio della libertà. Hai portato le info giuste. Noi ti ricompensiamo. E tu —» il pollice mi accarezza il labbro inferiore «— ci ringrazi come sai fare tu.»
Le guardie del corpo si scambiano un'occhiata. Il bianco — quello con le fiamme sul collo — si passa la lingua sulle labbra. «È vera, Iv? La vacca del capo? Quella con le tettone grosse?»
«Lei,» dice Ivan. «È lei.»
Il nero — più alto, le spalle larghe — fa un passo avanti. La sua mano mi afferra la camicetta jeans, la tira. I bottoni saltano via uno per uno, e le tettone schizzano fuori, violacee, con le crosticine scure ancora visibili sui capezzoli. I suoi occhi si spalancano. «Cazzo, Iv. Guarda che roba. Le hanno conciata per le feste, ma sono ancora due belle mongolfiere.»
«Piaceranno anche a noi,» sorride Ivan. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi girano, mi spingono contro il cofano della BMW. Il metallo è freddo contro la mia pancia nuda. La minigonna mi sale sulle cosce, e sento l'aria umida del garage sulla fica già bagnata. «Spogliati, puttana. Voglio vedere tutto.»
La camicetta cade a terra. La minigonna scivola via. I sandali si slacciano con un calcio. Resto nuda davanti a loro — nuda, in piedi, le tettone che penzolano, la fica che cola già un rivolo caldo lungo la coscia. I tre uomini mi circondano. Le loro ombre mi avvolgono come una gabbia.
«Il capo diceva che sei una troia eccitante,» dice Ivan. Le sue dita mi afferrano la tettona sinistra, la strizzano. Il dolore è una fitta familiare — le crosticine si riaprono, un filo di sangue mi cola lungo la curva del seno. «Diceva che ti piace essere sporca. Che ti piace quando ti usano come una puttana. Allora, vacca — è vero?»
«Sì...» La voce mi esce in un sussurro roco. «Sì, è vero...»
«Brava.» La sua mano mi schiaffeggia la fica. Non forte — un colpo secco, misurato, che mi fa contrarre la pancia. Il suono rimbalza sulle pareti di cemento del garage. «Allora mettiti in ginocchio. Tu —» indica il bianco «— levati i pantaloni. Vuole vedere che cazzo abbiamo per lei.»
Mi inginocchio sull'asfalto grasso. Le ginocchia affondano in una pozza d'olio, ma non mi importa. Il bianco si sbottona i pantaloni, li lascia cadere. Il suo cazzo è già duro — una mazza tozza, venata, con il glande violaceo che gocciola di umidità. Me lo mette davanti alla bocca senza parlare. Spalanco le labbra, apro la gola, lo prendo.
La sua carne sa di sudore e di sapone economico. È più grosso di quanto sembrasse — riempie la mia bocca completamente, preme sul fondo della gola, mi blocca il respiro per un secondo. Le sue mani mi afferrano la nuca, mi spingono più avanti, più a fondo. La sua voce è un ringhio: «Cazzo, sì. Succhia. Succhia come la puttana del capo.»
Ivan intanto si è inginocchiato dietro di me. Le sue dita mi aprono le natiche, mi sfiorano l'ano, poi scendono sulla fica. Due dita mi penetrano senza preavviso — un affondo secco, asciutto — e io gemmo attorno al cazzo del bianco. «Senti come è bagnata?» dice Ivan al nero, che si è messo davanti a me, a lato del bianco. Il suo cazzo è enorme — scuro, lungo, un palo di carne che pulsa contro la mia guancia. «Sembra una fontana. La tua vacchetta è già in calore. Le piace essere usata, le piace essere passata di mano in mano. Vero, puttana?» Ritira le dita, me le infila nella bocca, tra i colpi del cazzo del bianco. Sento il mio stesso sapore — salato, denso — mescolarsi a quello della sua pelle.
Il nero mi prende per i capelli. Mi stacca dal cazzo del bianco con uno schiocco umido, mi gira la faccia verso il suo. «Adesso il mio, troia. Apri bene.» La sua punta preme contro le mie labbra già gonfie, e io obbedisco. La sua bocca sa di sigaretta, ma il suo cazzo è caldo, liscio, mi scivola in gola come un serpente di carne. È così lungo che quasi mi tocca lo stomaco.
Scopano la mia bocca a turno — un ritmo sincopato, uno dentro, l'altro fuori, le loro mani che mi tengono la testa, i loro cazzi che mi scavano la gola. Ogni tanto Ivan mi affonda due dita nella fica, le muove, le ruota, e io sborro sul suo palmo, un getto caldo che gli cola tra le dita. Lui ride, un suono soddisfatto. «Cazzo, sembra una fontana,» dice. «Sborra come una vera vacca da latte. E adesso —» mi solleva per le ascelle, mi mette in piedi, mi piega sul cofano della BMW. Il metallo è freddo sotto la pancia, le tettone schiacciate contro il cofano, le punte dei capezzoli che graffiano la vernice. La sua mano mi afferra la nuca, mi preme la guancia contro il finestrino. «Senti la macchina, vacca? Senti il motore? È ancora caldo. Ma tra un po' saremo noi a scaldarti il culo.» Sento il suo cazzo premere contro la mia fica, la punta che scivola sulle grandi labbra gonfie. Poi spinge. Entra tutto in una volta — una dilatazione brutale, piena, che mi toglie il respiro. La fica si apre, lo accoglie, lo munge con contrazioni involontarie. Ivan inizia a muoversi — un ritmo lento, profondo, scandito da spinte che mi fanno oscillare le tettone sul cofano.
Il bianco si mette davanti alla macchina. Il suo cazzo è ancora duro, luccica della mia saliva. Si inginocchia, mi infila la testa tra la calandra e il paraurti, mi prende il viso fra le mani. La sua bocca preme sulla mia — un bacio bavoso, la lingua che mi invade — mentre Ivan continua a scoparmi da dietro.
Il nero si posiziona dietro Ivan. Mi prende la mano destra, la guida verso di sé, la stringe intorno al suo cazzo. Una sega a due mani, il ritmo che si sincronizza con le spinte dei cazzi.
L'orgasmo monta come un incendio. La fica pulsa — contrae il cazzo di Ivan, lo munge, lo spreme. Lui ringhia, stringe più forte i miei fianchi, accelera. «Sborra, puttana. Sborra sulla macchina del capo. Voglio vederti allagare la carrozzeria.» Le parole mi squarciano come una lama. La marea nera mi esplode — sborro, un getto caldo che mi schizza sulle cosce e sul cofano, gocciola lungo la portiera fino all'asfalto. Ivan non si ferma. Continua a scoparmi mentre le contrazioni mi scuotono, e io sborro ancora, e ancora.
Poi Ivan viene. Il suo sperma è un fiotto bollente — denso, vischioso — che mi riempie la fica e cola fuori, mi scorre lungo le cosce e si mescola al mio liquido. «Cazzo, che puttana,» ansima.
Poi il bianco si rialza. Mi prende per i fianchi, mi gira, mi solleva sul cofano, la schiena contro il parabrezza, le gambe aperte, la fica ancora pulsante e piena di sperma. «Adesso tocca a me.» Il suo cazzo — tozzo, venato — preme contro la mia entrata. Spinge, entra, scivola nello sperma di Ivan, si muove con un ritmo rapido, animale. «Sei così bagnata, vacca. Così calda. Senti come ti riempio.»
La sua mano mi stringe la tettona sinistra. La carne violacea è tenera, i segni delle puntine ancora dolenti, ma la pressione è una scossa di piacere. Il capezzolo si gonfia sotto la sua stretta. Lui china la testa, succhia, morde, tira. Gli altri due intanto — Ivan e il nero — si sono messi ai miei lati, i loro cazzi duri che mi sfregano sulle guance, sulle labbra, sulle tettone. Apro la bocca, prendo quello di Ivan, lo succhio, lo sento riempirsi di nuovo. Il nero mi infila il suo cazzo tra le tettone — mi unisce le mammelle con le mani, le stringe intorno alla sua asta, e inizia a fottermi con una spagnola.
Siamo un groviglio di corpi, un macello di cazzi e di tettone e di fica sudata. Il bianco mi scava la vagina con spinte sempre più profonde. Ivan mi tiene la testa, mi guida sul suo cazzo con un ritmo regolare. Il nero mi sfrega il cazzo tra le tettone, il glande che esce da sopra, mi tocca la gola ogni volta.
«Sborra ancora, puttana tettona,» ringhia il bianco. Le sue dita trovano il mio clitoride, lo premono con un movimento circolare. L'orgasmo mi esplode di nuovo — non uno, una catena di contrazioni che mi stringono il suo cazzo e mi fanno sborrare ancora, un getto che lo bagna completamente. Lui ringhia, viene — un fiotto caldo che mi riempie, che si mescola allo sperma di Ivan, che deborda e mi cola sulla pancia.
Poi il nero. Si stacca dalle mie tettone, si inginocchia, la sua bocca preme sulla mia fica — la lingua che mi scava, che raccoglie il miscuglio di sperma e di mio liquido. La sua bocca è calda, famelica. Lo sento succhiare, bere, ingoiare. Poi si rialza, il suo cazzo duro, e mi penetra — un affondo unico che mi riempie fino al collo dell'utero. Le sue spinte sono lunghe, profonde, scandite da un ritmo che mi toglie il respiro. Lo guardo. Il suo viso è una maschera di concentrazione, la fronte imperlata di sudore. «Cazzo, quanta sei bella. Quanto cazzo sei bella, vacca del capo.»
Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tirano contro di sé a ogni spinta. La sua pancia sbatte contro la mia, i suoi testicoli mi schiaffeggiano il perineo. Io sono lì — sdraiata sul cofano di una macchina rubata, in un garage puzzolente, mentre tre uomini si avvicendano dentro di me. La fica mi brucia per lo sperma, le tettone mi fanno male per le strizzate, la bocca è piena del sapore di Ivan.
Ma dentro — dentro c'è solo pace. Perché ogni spinta, ogni goccia di sperma, ogni insulto volgare è una moneta che pago per la libertà di Volkov. E mentre il nero esplode — un geyser denso che mi riempie la fica fino a farmi male — io chiudo gli occhi e sorrido.
Il nero si ritira. Il suo sperma cola sulla mia fica, sulla pancia, sul cofano della BMW. Il bianco si asciuga la fronte con il dorso della mano. Ivan mi guarda, i suoi occhi azzurri freddi e soddisfatti. «Brava vacca. Hai pagato il tuo debito. Adesso alzati, vestiti. Domani partiamo per tirare fuori il capo.»

