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22. Il respiro della vacca

Le sue dita mi afferrano i capezzoli senza preavviso. Il dolore è una fitta che mi parte dal petto e mi esplode nella fica, una scarica così violenta che i polsi tirano le corde da sole. Volkov non ha più l'eleganza di prima. I suoi pollici premono, torcono, stirano i capezzoli violacei come se volessero strapparli. La mia schiena si inarca contro il pannello di compensato che mi blocca i fianchi. Le tettone penzolano libere sotto di me, dondolano a ogni scossa, e lui le afferra, le munge, le strizza in un ritmo sempre più brutale.

«Parla, vacca.» La voce è un sussurro gelido. «Dimmi cosa ti fanno.»

Dietro il pannello, un cazzo mi riempie la fica fino alla cervice. Grosso, bollente — il glande mi preme contro il collo dell'utero e spinge. Un altro mi scava il culo, entra lentissimo e si ritira, entra e si ritira, un ritmo che mi fa sentire ogni vena, ogni piega del retto che si dilata.

«Mi stanno... mi stanno scopando... tutti e due...» La voce mi esce a singhiozzi. Le sue dita mi torcono un capezzolo in senso orario, l'altro in senso antiorario, e il dolore è così acuto che vedo stelle bianche dietro le palpebre. «La fica... il culo... oh cazzo, padrone...»

«Più dettagli, troia. O ti stacco i capezzoli.» Le unghie mi graffiano l'areola, premono. Un rivolo caldo mi cola dalla fica, sento lo sperma di chissà chi che mi esce e mi bagna le cosce.

«Il cazzo nella fica... è enorme... mi arriva fino in fondo... mi preme la cervice... e l'altro... l'altro nel culo... mi scava... sento ogni spinta fino alla gola...» Le parole mi si incastrano tra i denti. Dietro il pannello, un terzo pugile si è aggiunto — dita callose mi trovano il clitoride, lo strofinano, lo pizzicano. Il gemito successivo è un urlo.

«Continua.» Volkov mi strizza le tettone con entrambe le mani, le solleva, le sbatte l'una contro l'altra. Il rumore della carne che schiocca mi arriva alle orecchie insieme ai grugniti dei pugili.

«Le dita... sul clitoride... mi strofinano... oh cazzo... non si fermano...» L'orgasmo monta senza che possa trattenerlo. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina munge il cazzo che mi riempie, il retto stringe l'altro. Il clitoride pulsa, si ritrae, e il liquido mi esce a fiotti — uno schizzo caldo che sento colpire le cosce dei pugili dietro il pannello, che gronda sul legno sotto di me.

«Ancora, vacca. Non fermarti.» Le sue unghie mi scavano i seni, lasciano segni rossi sulla pelle sudata. Il dolore mi spinge più in là — le contrazioni non si fermano, montano una sull'altra, la schiena mi si inarca fino a scricchiolare.

«Sto venendo... ancora... non smetto... mi riempiono... oh padrone... mi stanno riempiendo di sperma...» Uno dei pugili eiacula nella fica — il getto caldo mi arriva fino in fondo, mi riempie, straborda. Lo sento colare, mescolarsi al mio liquido, scendere lungo le cosce. L'altro nel culo accelera, spinge più forte, e anche lui esplode — un fiotto denso che mi invade l'intestino, che mi cola fuori appena lui si sfila. Ma non c'è vuoto — un altro cazzo lo sostituisce, un altro ancora nella fica, e il ciclo ricomincia.

Volkov si china. Le sue mani mi tengono ancora i seni, li strizzano, ma il suo viso si avvicina al mio. Gli occhi azzurri sono due fessure che mi scrutano l'anima. L'alito sa di vodka e menta, il suo profumo di dopobarba mi riempie le narici.

«Adesso voglio respirare il tuo piacere, vacca tettona,» mormora. La voce è un ronzio che mi vibra sulle labbra.

E mi bacia.

La sua bocca mi divora senza esitazione. La lingua mi invade, mi riempie la bocca di saliva calda, di quel sapore pulito che stride con tutto il resto — la puzza di sudore dei pugili, lo sperma che mi cola, il mio stesso liquido che impregna l'aria. Lui mi bacia e mi munge. Le sue manone non smettono — strizzano, torcono, tirano i capezzoli fino a farmi urlare nella sua bocca. Il dolore è un filo elettrico che mi collega le tettone alla fica, e a ogni stretta le contrazioni ripartono, la vagina si serra intorno all'ennesimo cazzo, il retto pulsa.

Si stacca un secondo. Giusto il tempo di girare la testa, senza mai mollarmi i capezzoli. La voce è un ordine secco.

«Cornuto! Vai dall'altro lato della parete. Voglio che guardi cosa le fanno alla fica e al culo. E voglio che racconti tutto. Ad alta voce. Ogni dettaglio. Se smetti di parlare, la tua ex puttana perde un capezzolo.»

Non vedo Antonio. Non so dov'era. Ma sento i suoi passi — passi molli, trascinati, le sue ciabatte che strusciano sul pavimento di cemento. Lo immagino girare intorno al pannello, mettersi dietro di me, vedere la scena: la sua ex fidanzata bloccata in un aggeggio di legno, le gambe divaricate, la fica e il culo scoperti, due cazzi enormi che la riempiono, lo sperma che cola a rivoli, altri pugili in fila che si masturbano aspettando il turno. Lo immagino con gli occhiali appannati, la maglietta fradicia di sudore, il cazzo duro nei pantaloncini beige.

Volkov mi azzanna di nuovo la bocca. La sua lingua mi riempie, mi esplora il palato, mi succhia il labbro inferiore. E intanto la voce di Antonio arriva, tremante, rotta.

«C'è... c'è Dario... sta scopando Sabina nella fica... il suo cazzo è dentro fino in fondo... si vede il glande che spinge... e c'è Marcus nel culo... il culo è aperto, tutto sporco di... di sperma... cola... cola sulle cosce...»

La sua voce mi entra nelle ovaie. Il fatto che sia lui — il mio ex, il cornuto, l'uomo che mi ama e che io ho distrutto — a descrivere come vengo scopata, a guardare i cazzi che mi entrano ed escono, a raccontare il fiume di sborra che mi cola fuori... questo pensiero mi spalanca l'utero. L'orgasmo successivo è uno schianto — le contrazioni mi piegano la schiena, le corde mi strappano i polsi, e nella bocca di Volkov caccio un urlo che sa di muggito.

Lui lo beve. La sua lingua spinge più a fondo, mi riempie la gola, e io sento il suo respiro — un ritmo più accelerato, un'eccitazione che non mostra in volto ma che gli pulsa nella bocca. Respira il mio piacere. Lo succhia via dalle mie labbra. E io glielo do, glielo riverso dentro con un muggito continuo, un suono animalesco che mi vibra nella gola e gli riempie la bocca.

«Un altro... adesso è Matteo nella fica... no, è Lorenzo... non lo so, sono troppi... stanno spingendo... uno è entrato nel culo, è nuovo... un pugile tatuato... le dita sul clitoride... non... non la smettono... Dio... sta venendo... sta venendo ancora...»

La voce di Antonio è un filo strozzato. Riesco a immaginarlo — la mano destra che gli scivola nei pantaloncini, il cazzo che si afferra, l'umiliazione che gli arrossa le guance mentre si masturba guardando il buco della sua ex riempito da un cazzo sconosciuto. E questa immagine mi spinge più in là.

Il clitoride è un punto di fuoco. Le dita — non so di chi — lo strofinano senza sosta, lo pizzicano, lo premono. Il liquido mi esce a fiotti, uno schizzo continuo che sento bagnare le cosce dei pugili, il pavimento, forse Antonio stesso. E nella bocca di Volkov, il muggito successivo è più forte.

Lui mi bacia più a fondo. La lingua mi arriva in gola, mi toglie il respiro. Le mani mi strizzano le tettone con una violenza che mi fa urlare nel suo palato. Sento i capezzoli gonfiarsi, diventare due punte dure come sassi sotto i suoi pollici. Il dolore è una lama che mi taglia il petto e mi esplode nella fica, e le contrazioni non si fermano — tre, quattro, cinque orgasmi che montano uno sull'altro senza pausa.

«Sta urlando... sta urlando nella bocca di Volkov... le tettone... le sta mungendo... Dio, sembra che voglia staccargliele... e dietro... dietro c'è un altro cazzo... è il terzo... no, il quarto... non li conto più... la fica è un buco pieno di sborra... cola... cola dappertutto... anche il culo... c'è un fiotto bianco che esce... sta venendo... sta venendo di nuovo...»

La voce di Antonio è un rantolo. Sento il rumore della sua mano che corre su e giù per il cazzo, uno schiocco umido che si mescola ai grugniti dei pugili, ai miei muggiti, al respiro affannoso di Volkov.

E Volkov mi bacia. Mi bacia e beve. La sua saliva mi riempie la bocca, il suo alito mi entra nei polmoni, il suo profumo di dopobarba si mescola alla puzza di sudore e sesso che impregna l'aria. Lui respira il mio piacere — lo sento che lo inspira, che lo ingoia, che se ne nutre. E io glielo do, glielo riverso dentro, perché ogni sua stretta alle tettone, ogni sua lingua nella mia gola, ogni parola tremante di Antonio mi spinge più vicina a un orgasmo che non ha fine.

«Ne sta entrando un altro... è enorme... è... non so chi è... sta spingendo nella fica... e un altro nel culo... tutti e due insieme... la stanno riempiendo... Dio... stanno venendo... sborrano dentro... tutti e due... la fica è piena... il culo è pieno... cola... cola sulle cosce... sta venendo anche lei... sta venendo...»

La voce di Antonio si spezza in un gemito. L'ha fatto — si è masturbato fino a venire mentre descriveva la sua ex fidanzata scopata da due sconosciuti. Lo sento ansimare, il respiro rotto, le ginocchia che forse cedono.

Ma Volkov non smette di baciarmi. Le sue mani mi mungono ancora, i pollici mi torcono i capezzoli con una lentezza crudele. E io muggisco nella sua bocca, gli riempio la gola del mio piacere, gli faccio respirare ogni singola contrazione, ogni schizzo di liquido, ogni fiotto di sperma che mi riempie da dietro.

Dietro il pannello, i pugili continuano a scoparmi. Nuovi cazzi, nuove mani, nuove dita sul clitoride. E io non smetto di venire — un orgasmo continuo, ininterrotto, che mi squassa il corpo bloccato nell'aggeggio di legno. I polsi mi sanguinano contro le corde. Le tettone sono due masse di carne violacea, gonfie e dolenti sotto le mani del russo. La bocca è invasa da lui — la sua lingua, la sua saliva, il suo respiro.

La voce di Antonio riprende, più debole, rotta da singhiozzi: «Ancora... ancora la scopano... non smettono... la fica è... è un lago di sborra... anche il culo... non la lasciano vuota... mai...»

E io muggisco. Muggisco nella bocca di Volkov, e sento le sue labbra incurvarsi in un sorriso mentre beve.

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