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23. La cavalcata del russo da parte della vacca

Le corde mi bruciano i polsi mentre le dita di Volkov si infilano tra i nodi. Non le slega — le strappa. Un movimento secco, uno strattone che mi fa gemere. Il legno curvo dell’aggeggio mi lascia andare. Scivolo all’indietro, le tettone che sbattono contro il bordo, e due mani — non so di chi — mi afferrano i fianchi. I pugili dietro il pannello hanno smesso di scoparmi. Sento ancora il vuoto pulsante nella fica, lo sperma che mi cola sulle cosce mentre mi tirano fuori.

«Portatemela qui.» La voce di Volkov è un taglio netto nell’afa della palestra.

Mi sollevano. Quattro mani, forse sei, mi passano di braccio in braccio come un pacco di carne sudata. La testa mi ciondola all’indietro, i capelli appiccicaticci mi si incollano alle guance. Vedo il soffitto di lamiera, le travi d’acciaio, il ventilatore a pale che rimescola l’odore del mio stesso sesso. Poi la schiena urta qualcosa di caldo. Un petto. Riconosco il profumo di dopobarba e vodka menta prima ancora che le sue mani mi afferrino i fianchi.

«Così, vacca.» Volkov mi sistema sopra di lui come un oggetto. Sono seduta a cavalcioni sulla sedia di legno, le cosce aperte, la fica che preme contro il suo pantalone di lino. Sotto il tessuto leggero, il suo cazzo è un palo duro che mi spinge il pube. «Adesso ti impalo. E non ti stacchi più finché non ti sei fatta riempire da tutti, anche da me.»

Le sue mani mi sollevano di qualche centimetro. Una terza mano — non so di chi, un pugile alle mie spalle — mi afferra il culo, mi apre le natiche. Sento la stoffa dei pantaloni di Volkov scostarsi, il rumore secco di una cerniera, e poi la punta del suo cazzo mi preme la fica. Il glande è largo, liscio, caldissimo. Spinge. Entra senza resistenza, scivolando dentro lo sperma di tutti quelli che mi hanno riempito prima, e un gemito mi si strozza in gola.

«Giù, vacca.» Le dita di Volkov mi scavano i fianchi e spingono. Il suo cazzo mi risale dentro, mi riempie fino alla cervice, e la sensazione è così piena che i miei polmoni si svuotano. Sono seduta sopra di lui, impalata, le ginocchia che premono contro il legno della sedia, le cosce che tremano. Il suo cazzo pulsa dentro di me, una presenza così enorme che sento il battito del suo cuore nella mia pancia.

«Adesso ti lego.» La sua voce mi arriva all’orecchio sinistro, un sussurro gelido. Da dietro, qualcuno mi afferra i polsi, me li tira dietro la schiena. Una corda — ruvida, di canapa — mi stringe i polsi, poi scende, mi avvolge la vita, e infine sento il nodo che si chiude contro la base della sua erezione. Mi ha legata al suo cazzo. Ogni movimento che faccio tira la corda, spinge il suo glande più a fondo, e il gemito successivo mi esce in un rantolo.

«Muoviti, puttana tettona. Cavalca.»

Appoggio le ginocchia sul legno e spingo. La fica mi scivola su e giù lungo l’asta, il glande mi struscia contro la cervice a ogni affondo. Il ritmo è goffo all’inizio — le braccia legate mi sbilanciano, le tettone ballano libere a ogni movimento. Lui le guarda. I suoi occhi azzurri sono fissi sui miei capezzoli violacei che rimbalzano, e le sue mani mi afferrano i seni, li strizzano, li sollevano. Pollici sui capezzoli. Pressione. Un dolore che mi esplode nel basso ventre, una scarica elettrica che mi fa accelerare il movimento.

«Guarda che tettone oscene,» mormora. La sua voce è un ronzio soddisfatto. «Sembrano due mammelle di mucca. Ti piace essere munta, vacca?»

«Sì... sì, padrone...»

Lui torce i capezzoli in senso opposto, e io caccio un urlo a bocca chiusa. Il bacino accelera da solo. La fica lo munge, lo succhia dentro, e le contrazioni stanno già montando — un preludio, una vibrazione sottile che mi corre lungo le cosce.

Poi la mano mi arriva sulla nuca.

È un pugile — non lo vedo, non so chi è. Le sue dita mi afferrano i capelli e mi spingono la testa in avanti, verso il viso di Volkov. La sua bocca è lì, a un centimetro dalla mia. Le labbra socchiuse, l’alito di menta e vodka che mi accarezza il viso. Lui sorride.

«Adesso voglio bere il tuo piacere di nuovo, vacca.»

E mi bacia.

La sua lingua mi invade senza fretta. Non è il bacio brutale del barista, né quello affamato dei pugili. È un’esplorazione lenta, una rivendicazione. La sua lingua mi assaggia il palato, mi succhia il labbro inferiore, si ritrae. Le sue mani mi mungono le tettone a tempo con il bacio — strizzano, rilasciano, torcono i capezzoli, e ogni pressione mi spinge più giù sul suo cazzo, più a fondo. Il respiro mi si spezza nella sua bocca.

Da dietro, un altro paio di mani mi afferra i fianchi. Dita callose mi aprono le natiche. Il mio ano è ancora umido, ancora sporco, ancora aperto. Il glande di un altro cazzo mi preme l’anello — grosso, bollente. Spinge.

«Due cazzi, troia,» soffia Volkov sulle mie labbra. «Prendili tutti e due.»

Il pugile dietro di me entra con uno schiocco bagnato. Il suo cazzo mi riempie il retto, scivola dentro lo sperma di chissà chi, e all’improvviso sono piena — la fica impalata su Volkov, il culo scavato dal pugile. I due cazzi si muovono insieme, un ritmo sincrono in cui quando Volkov spinge verso l’alto, il pugile si ritrae, e quando il pugile affonda, Volkov mi tira giù sui fianchi. Non sono mai vuota. Mai. La parete tra i due cazzi è una membrana sottile che brucia, che si tende, che mi fa sentire ogni vena, ogni piega.

«Descrivilo, vacca.» Volkov mi morde il labbro inferiore. «Dimmi cosa senti.»

«Due cazzi... dentro di me...» La voce mi esce a singhiozzi, spezzata dalle spinte. «Uno nella fica... uno nel culo... mi riempiono fino in fondo... oh cazzo, padrone... mi stanno scopando insieme...»

Lui sorride nella mia bocca. Le sue mani mi strizzano i seni più forte, e intanto il pugile dietro accelera. Il suono dei nostri fluidi riempie la palestra — uno schiocco umido continuo, il cigolio della sedia, il grugnito degli uomini intorno. Sento altri passi. Altri pugili che si avvicinano, con i cazzi in mano, che si masturbano guardando.

«Dimmi che ti piace essere la nostra vacca da monta.»

«Mi piace... mi piace essere la vostra vacca...» Le contrazioni stanno montando. Il clitoride pulsa, si gonfia. «Sono la vostra troia... la vostra puttana pulisci-cazzi...»

Le sue labbra mi chiudono la bocca, e il mondo intorno a me scompare. La sua lingua mi invade di nuovo, ma questa volta è diversa — più profonda, più affamata, come se volesse scavarmi dentro e impossessarsi di ogni gemito che custodisco. La sento esplorarmi il palato, sfiorarmi i denti, intrecciarsi alla mia in una danza lenta e spietata. Lui beve i miei sospiri, li ingoia con un suono umido, e intanto le sue mani non smettono di lavorare sulle mie tettone. I pollici mi trovano i capezzoli — due punte dure, gonfie, ipersensibili — e iniziano a strizzarli con una violenza calcolata. Ogni pressione mi strappa un gemito che lui cattura in bocca, ogni torsione mi manda una scarica elettrica direttamente all’utero, facendomi contrarre la fica intorno al suo cazzo.

Le sue dita mi mungono i seni come se stesse cercando di estrarre latte da quelle due montagne di carne. Mi torce i capezzoli in senso opposto, e un urlo silenzioso mi esplode in gola, soffocato dal suo bacio. Il dolore è acuto, preciso, ma si mescola a un piacere così intenso che le ginocchia mi tremano contro i fianchi di lui. «Guardati, vacca,» mormora contro le mie labbra, spezzando il bacio solo per un istante. I suoi occhi azzurri fissano i miei seni che ballano a ogni suo strattone. «Queste tettone oscene meritano di essere torturate. Le mie mani non le lasceranno mai più stare.»

La sua bocca torna sulla mia, ma questa volta è più brutale. Mi morde il labbro inferiore, tira, lo rilascia con uno schiocco bagnato, e subito la lingua mi si infila di nuovo in gola, spingendosi in profondità come un secondo cazzo. Sento il suo sapore — misto di vodka e sudore — e il mio stesso sesso che mi impregna il palato. Lui non si ferma. Le sue mani intanto mi sollevano i seni, li avvicina, li preme l'uno contro l'altro, e poi le sue dita mi stritolano i capezzoli insieme, come se stesse cercando di cucirmeli l'uno all'altro. Il dolore mi fa inarcare la schiena, spingendo la fica più giù sul suo cazzo, e lui approfitta del movimento per conficcarsi ancora più a fondo.

«Così, troia,» ringhia contro la mia bocca. «Fatti male. Fatti male mentre ti scopo. Voglio sentirti gemere, voglio sentirti supplicare.» Le parole mi arrivano calde sulle labbra, e le sue dita riprendono la tortura — una torsione lenta, sadica, che mi fa piangere senza lacrime. I miei capezzoli sono due fiamme violacee, pulsanti, così sensibili che il solo sfiorare del tessuto della sua camicia mi fa sussultare. Eppure non voglio che smetta. La sua bocca mi divora, mi succhia il respiro, mi lascia senza fiato, e mentre la sua lingua mi avvolge, il mio bacino inizia a muoversi da solo — cavalcando il suo cazzo con un ritmo disperato, affondando su di lui mentre lui mi tortura i seni, e l'orgasmo che monta è una bestia che si risveglia nel mio ventre.

Il pugile dietro mi afferra i fianchi e spinge fino in fondo. Il suo glande mi preme l’intestino, e sento il suo respiro accelerare. «Ti riempio il culo, troia. Prendi la mia sborra.»

Esplode. Un fiotto caldo, denso, che mi invade il retto e straborda. Lo sento colare, scivolarmi tra le natiche, mescolarsi allo sperma che già mi impasta le cosce. Lui si sfila con uno schiocco, e subito un altro cazzo prende il suo posto.

«Brava vacca,» mormora Volkov staccandosi dal bacio. Un filo di saliva ci unisce ancora. «Prendine un altro. E un altro. Io ti tengo piena davanti, loro ti riempiono dietro.»

Il secondo pugile mi entra nel culo con uno strattone. Le sue mani mi graffiano le natiche, le aprono di più. Il suo ritmo è più veloce, più rabbioso. Volkov sotto di me spinge verso l’alto, e io cavalco — il bacino che sale e scende, le tettone che sbattono, i capezzoli che sfiorano il suo petto. Lui si china in avanti e ne prende uno in bocca. La sua lingua mi avvolge il capezzolo, succhia. Denti. Un morso leggero, appena un graffio. Il dolore mi esplode nella fica, e l’orgasmo monta all’improvviso — un muro nero che mi si rovescia addosso.

«Sto venendo... oh cazzo, padrone, sto venendo...»

Le contrazioni partono dal collo dell’utero e si propagano. La vagina gli stringe il cazzo, lo munge, e il clitoride pulsa, si ritrae. Il liquido mi esce dall’uretra con un getto — uno schizzo caldo, inodore, che bagna il ventre di Volkov, gli impregna la camicia bianca, gli cola sui pantaloni. Lui non smette di succhiare. La sua bocca mi tortura il capezzolo mentre l’orgasmo mi squassa, e il pugile dietro spinge più forte, mi scava, e anch’io lo sento tremare.

«Prendi la mia sborra nel culo, puttana!» Un altro fiotto caldo mi riempie il retto. Anche questo esce, cola, si mescola al fiume di liquido che mi scorre sulle cosce.

Volkov mi lascia il capezzolo con uno schiocco. La sua bocca risale, mi morde il collo, la mandibola, l’orecchio. Il suo respiro è un rantolo caldo.

«Adesso tocca a me, vacca tettona.» La voce gli trema per la prima volta. «Adesso ti fecondo. Ti riempio l’utero come si fa con una mucca da monta.»

La parola fecondo mi esplode nelle ovaie. Un secondo orgasmo monta sul primo — più violento, più profondo. La fica gli si serra intorno con una forza che lo fa gemere. Lui spinge verso l’alto, il glande preme contro la cervice, e sento il suo cazzo gonfiarsi, pulsare.

«Prendila, troia. Prendi la mia sborra.»

Il primo fiotto mi centra il collo dell’utero. È denso, bollente, una colla bianca che mi riempie in un istante. Il secondo arriva subito dopo — un getto così abbondante che lo sento risalire, strabordare, colare fuori dalla fica mentre lui continua a spingere. Terzo. Quarto. Non li conto più. Il suo sperma mi riempie la vagina, mi trabocca sulle cosce, mi cola sulla sedia, gronda sul pavimento. È una quantità assurda — un lago bianco, appiccicoso, che mi impasta la pelle e mi fa sentire piena fino alla gola.

Volkov geme. Il suo corpo si tende sotto di me, i muscoli del petto che premono contro le mie tettone, e io lo sento svuotarsi, svuotarsi, svuotarsi con un ruggito che gli vibra nella gola. La corda legata alla base del suo cazzo tiene tutto dentro — o quasi. Il suo sperma mi rimane nella fica, caldo, una poltiglia densa che mi preme la cervice e mi fa sentire incinta.

Lui si lascia andare contro lo schienale. Il respiro gli esce a rantoli, la camicia fradicia di sudore e del mio liquido. Sorride. Gli occhi azzurri sono due fessure soddisfatte.

«Ti ho riempito come si fa con una cagna in calore, vacca.» Mi afferra una tetta, la strizza piano. «E il mio cazzo è ancora duro dentro di te. Non ti slego.»

Dietro di me, un altro pugile mi si avvicina. Sento il suo glande premermi il culo.

Volkov mi guarda. La sua mano mi sale al mento, me lo stringe.

«Adesso, troia tettona, ricominciamo.»

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