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25. La vacca del russo
Il suo cazzo è ancora duro dentro di me. La corda di canapa che mi lega i polsi dietro la schiena tira ogni volta che provo a muovermi — e io non mi muovo più. Non posso. Le cosce sono due blocchi di cemento liquefatto che tremano contro i fianchi di Volkov. La fica è un buco informe, gonfio, riempito oltre ogni limite possibile — il suo sperma, il mio liquido, una poltiglia calda che preme contro la cervice e mi cola fuori a ogni battito del suo cazzo ancora pulsante. Il culo è aperto, sfondato, l'anello che non si chiude più, e sento lo sperma degli ultimi pugili scivolarmi tra le natiche, giù, fino a mischiarsi al lago appiccicoso che si è formato sulla sedia di legno.
Le tettone non sono più mie. Sono due masse di carne violacea che pendono davanti a me, coperte di strati su strati di sperma — bianco, denso, una glassa che si è ormai seccata in alcuni punti formando una crosta che tira la pelle. Ogni volta che respiro, i capezzoli sfiorano il petto di Volkov e il dolore è così acuto che vedo stelle bianche. Sono gonfi, deformati, due punte scure che pulsano al ritmo del mio cuore impazzito.
I pugili si sono fermati. Non so se hanno finito o se stanno solo prendendo fiato. Sento i loro respiri pesanti intorno a me, l'odore di sudore e sperma che impregna l'aria della palestra come una nebbia. Marcus è ancora vicino, il suo cazzo enorme che si sta ammosciando lentamente. Dario si è seduto sul bordo del ring. Lorenzo e Matteo sono due ombre sudate appoggiate alle corde.
E io non sento più niente. Non sento più niente.
È questo il pensiero che mi attraversa il cervello come una lama fredda. Ho goduto così tanto, così a lungo, così violentemente, che il mio corpo ha esaurito ogni risorsa. Non ho più liquido da spruzzare. Le ghiandole vaginali sono vuote. Il clitoride si è ritratto sotto il cappuccio e non risponde più a nessuno stimolo. La vagina pulsa ancora, debolmente, ma è una contrazione riflessa, un fantasma di piacere che non riesco più a sentire. Sono anestetizzata. Svuotata. Distrutta.
Eppure il suo cazzo è ancora duro dentro di me. Lo sento — quella presenza enorme, bollente, che mi riempie la fica fino alla cervice. Sembra quasi un insulto. Come se il mio corpo fosse diventato un semplice contenitore, un buco in cui infilare carne maschia senza che io possa più reagire. L'umiliazione di questo pensiero mi fa contrarre debolmente le pareti vaginali, e Volkov lo sente. Sorride.
«Guardati, vacca.» La sua voce è un sussurro gelido che mi arriva all'orecchio sinistro. Le sue dita mi afferrano i fianchi, mi sollevano di qualche centimetro, poi mi lasciano ricadere. Il movimento provoca uno schiocco umido, osceno. «Sei ridotta a uno straccio bagnato di sborra. Non hai più niente da dare, vero?»
Apro la bocca per rispondere, ma dalla gola mi esce solo un rantolo secco. La voce è andata. L'ho persa urlando, muggendo, gemendo nella sua bocca mentre lui beveva il mio piacere. Non ho più niente. Nemmeno le parole.
Le dita di Volkov mi lasciano i fianchi. Risalgono piano, mi sfiorano la pancia impiastricciata, mi accarezzano i seni — un tocco leggero che mi provoca un sussulto di dolore. I polpastrelli si appoggiano sui miei capezzoli violacei, e io emetto un gemito strozzato.
Lui ride piano. Poi le sue mani mi afferrano i capelli.
La presa non è violenta. È quasi delicata, un gesto calcolato. Mi tira su la testa, lentamente, fino a quando i miei occhi incontrano i suoi. Le sue iridi azzurre sono due fessure che mi scrutano senza emozione. Il suo alito sa di vodka e menta. Il suo sorriso è una lama sottile.
«Sei ridotta da fare schifo, puttana tettona.» La voce è bassa, misurata. Ogni parola è un colpo di martello. «Guarda come ti sei conciata. Una vacca da monta che non serve più a niente. Non hai più voce per urlare, non hai più fica per stringere, non hai più liquido da spruzzare. Sei un buco sfinito. Una cosa sporca. Un pezzo di carne esausta.»
Le lacrime mi pungono gli occhi. Non sono lacrime di dolore — o forse sì, non so più distinguere. Sono lacrime di vergogna, di resa, di gratitudine. Perché lui ha ragione. Mi sono ridotta a niente. Ho dato tutto quello che avevo. E non mi resta che questo — il suo cazzo ancora duro dentro di me, le sue mani che mi tengono i capelli, il suo sguardo che mi seziona l'anima.
«Per questo,» continua Volkov, la voce che si fa più bassa, quasi intima, «stanotte vieni da me.»
La frase mi entra nelle orecchie e mi esplode nel petto. Sbatto le palpebre. Da lui.
«Le mie assistenti si prenderanno cura di te.» Le dita mi accarezzano il cuoio capelluto, un gesto che stride con tutto il resto — la brutalità, gli insulti, il mio corpo devastato. «Ti laveranno. Ti metteranno creme e unguenti. Ti rimetteranno in sesto. Non voglio una vacca rotta. Voglio una vacca che possa essere montata ancora, che possa godere ancora, che possa essere ingravidata come si deve.»
Ingravidata. La parola mi fa contrarre la fica — un movimento debole, riflesso, l'ultimo sussulto di un corpo che non ne può più ma che ancora risponde al richiamo della fecondazione.
Volkov lo sente. Il suo sorriso si allarga.
Poi gira la testa. Le sue mani mi tengono ancora i capelli, la mia faccia è a pochi centimetri dalla sua, ma il suo sguardo si sposta oltre me, verso il bordo del ring.
«Ehi, vecchio porco.»
Il barista è ancora seduto sulla sedia di legno, la pancia sudata che deborda dai pantaloni, la canottiera bianca che è una macchia gialla sotto le ascelle. Ha il cazzo in mano, ancora duro, ancora sporco dei miei liquidi e del suo sperma. Accanto a lui, Vincenzo tamburella le dita gialle sul bracciolo. Dietro di loro, Antonio è in ginocchio sul pavimento di cemento, la faccia una maschera di lacrime e sudore rappreso, gli occhiali appannati, il cazzo floscio nei pantaloncini beige.
«Ci vorrà qualche giorno per rimetterla a posto,» dice Volkov. La sua voce è calma, professionale, come se stesse discutendo un affare. «Tra creme e cremine varie, le mie assistenti la renderanno come nuova. Devi darle tempo. Una settimana, forse due. Poi possiamo organizzare una bella monta di gruppo per ingravidarla. Tutti insieme. Una volta sola. Così non sapremo mai di chi è il figlio.»
La parola figlio mi entra nelle ovaie e mi si conficca lì. Non ho più energia per un orgasmo, ma qualcosa dentro di me si contrae, pulsa, si prepara.
Il barista ride. Un grugnito catarroso che gli fa ballare la pancia. «Mi piace come pensi, russo. Una monta di gruppo. Tutti dentro. E lei che prende, prende, prende...» Si passa la lingua sulle labbra. «E il cornuto? Cosa ne facciamo del cornuto?»
Volkov si volta. Le sue dita mi lasciano i capelli, la mia testa ricade in avanti — il mento contro il petto, gli occhi fissi sulle mie tettone devastate. Sento il suo sguardo spostarsi oltre me, verso Antonio.
«E tu, cornuto, cosa ne pensi?»
Silenzio. Sento solo il respiro spezzato di Antonio, le sue ginocchia che strusciano sul cemento. Passano secondi interminabili. Poi la sua voce arriva — un filo, un rantolo, una cosa rotta.
«Io... io...»
«Parla chiaro, cornuto.» La voce del barista è un ruggito.
«Io voglio...» Antonio deglutisce. Lo sento. Sento la sua vergogna, la sua eccitazione, il suo dolore. «Voglio che lei... che Sabina... venga ingravidata. Da tutti. Voglio... voglio che sia piena. Che abbia un figlio di chiunque. Di tutti voi. Di me no. Io sono... io sono solo il cornuto.»
La sua voce si spezza in un singhiozzo. I pugili intorno ridono piano, grugniti bassi che mi vibrano nella schiena. Il barista applaude — due mani sudate che sbattono l'una contro l'altra.
«Bravo cornuto! Hai capito tutto. Tu non servi a niente. Tu guardi. Tu pulisci. Tu paghi. Ma il figlio è nostro. Nostro!»
Volkov sorride. Un sorriso sottile, soddisfatto. Poi le sue mani tornano sui miei fianchi. Mi solleva. Il suo cazzo mi esce dalla fica con uno schiocco umido, e il vuoto che lascia è uno shock così violento che emetto un gemito strozzato. Lo sperma di Volkov — quel lago denso, caldo, che mi ha tenuto piena per tutto questo tempo — mi esce in un fiotto, mi cola sulle cosce, mi gronda sulla sedia.
«Portatela via,» dice Volkov alzandosi in piedi. Si sistema i pantaloni, la camicia bianca è fradicia del mio liquido e del suo sudore. «Stasera la voglio nel mio albergo. Le mie assistenti la prenderanno in consegna. E tu, vecchio porco...» Si volta verso il barista. «Avrai notizie tra una settimana. Forse due.»
Il barista annuisce. I suoi occhi lucidi mi guardano — un misto di possesso e qualcosa che potrebbe essere affetto. «Trattala bene, russo. È la nostra vacca migliore.»
«Lo so.» Volkov mi lancia un'ultima occhiata. Sono ancora seduta sulla sedia, le gambe aperte, la fica che cola sperma, le tettone coperte di strati di sborra secca, il viso una maschera di trucco sbavato e lacrime. «È ridotta da fare schifo. Ma la rimetteremo a nuovo. Non è vero, puttana tettona?»
Apro la bocca. Le labbra sono incollate dallo sperma secco. La voce esce in un sussurro roco, appena udibile.
«Sì... padrone...»
Lui annuisce. Poi si volta e si allontana, le sue scarpe eleganti che scricchiolano sul pavimento di cemento della palestra.
I pugili mi guardano. Il barista mi guarda. Vincenzo mi guarda. Antonio mi guarda.
E io rimango lì, seduta su quella sedia, un pezzo di carne esausta, sporca di loro, vuota di me, con una sola certezza che mi pulsa nella fica devastata, nell'utero vuoto, nei capezzoli dolenti: tornerò. E mi farò ingravidare. Da tutti.
Il barista si avvicina. Le sue dita nere mi afferrano il mento, mi sollevano la faccia. Il suo alito di vino e sigaro mi riempie le narici.
«Hai sentito, vacca? Tra una settimana o due, ti facciamo una festa. Una bella monta di gruppo. Tutti dentro di te. Tutti a riempirti. E tu...» Mi stringe il mento più forte. «Tu prendi tutto. E resti incinta. Incinta di noi. Della nostra sborra. Del nostro seme. Hai capito, puttana?»
Lo guardo. I miei occhi sono due pozze vuote, ma dentro — in un angolo remoto di me stessa — qualcosa si muove. Qualcosa che ha fame. Che non è ancora sazia. Che aspetta solo di essere riempita di nuovo.
«Sì, padrone,» sussurro. «Ho capito.»
Lui ride. Poi mi lascia il mento e si volta verso Antonio.
«Cornuto! Portala al bungalow. Lavala. Profumala. Preparala. Stasera la consegniamo al russo.»

