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26. La preparazione della vacca per la monta
Antonio mi sorregge mentre scivolo giù dalla sedia. Le gambe non rispondono più — due cose molli che tremano a ogni passo. La palestra è un ricordo confuso di odori: sudore, sperma secco, cuoio vecchio. Lui non parla. Le sue mani mi tengono i fianchi, mi guidano verso la porta, e io sento il suo respiro spezzato contro la nuca.
«Cammina, vacca,» ringhia il barista da dietro. «Non fare la preziosa adesso.»
La luce del sole mi colpisce in faccia come uno schiaffo. Agosto è un forno bianco che mi cuoce la pelle già ustionata dai loro corpi. Attraversiamo la spiaggia deserta — il barista a sinistra, Vincenzo a destra, Antonio che mi regge da dietro. La gente ci guarda. Non me ne frega niente. Le tettone mi ballano sotto la camicia aperta, i pantaloncini mi mangiano il culo ancora grondante di sperma, e ogni passo è un rivolo caldo che mi cola sulle cosce.
Il bungalow puzza di chiuso. Antonio mi accompagna in bagno, mi toglie la camicia, i pantaloncini. Le sue dita tremano quando mi sfila la stoffa dai capezzoli — un dolore secco che mi strappa un gemito.
«Scusa... scusa...» sussurra.
Non rispondo. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Le tettone sono due masse violacee coperte di croste bianche secche, lo sperma di venti uomini rappreso a formare una mappa oscena sulla mia pelle. I capezzoli sono gonfi, quasi neri. La fica è una ferita umida che pulsa. Il viso è una maschera di rossetto sbavato e lacrime rapprese.
«Ti aiuto a lavarti,» mormora lui.
Apre l'acqua. Il getto è tiepido, poi caldo, e quando mi colpisce le spalle mi esce un rantolo di sollievo. Antonio prende la saponetta. Le sue mani — quelle mani morbide da impiegato, senza calli — mi insaponano la schiena, le spalle, le braccia. Ogni tocco è un brivido che mi corre lungo la spina dorsale. Non dovrei essere eccitata. Sono ridotta a uno straccio, un pezzo di carne esausta, senza voce, senza sensibilità. Eppure, quando le sue dita mi sfiorano i fianchi, la fica si contrae a vuoto.
«Le tettone...» sussurra. «Devo... devo togliere le croste.»
Annuisco senza parlare.
Lui si inginocchia davanti a me — il mio ex fidanzato in ginocchio, con gli occhiali appannati dal vapore, le mani piene di sapone. Mi prende la tetta sinistra con una delicatezza che stride con tutto quello che ho subito. Le dita mi massaggiano la pelle, sciolgono lo sperma secco, lo tirano via in piccole scaglie bianche che cadono nel piatto della doccia. Il capezzolo è così sensibile che ogni sfioramento mi strappa un gemito strozzato.
«Ti fa male?» La voce gli trema.
«No,» mento. In realtà fa male, sì — ma è un male che mi piace. Un male che mi ricorda cosa sono diventata.
«Che schifo,» grugnisce Vincenzo dalla porta del bagno. Lui e il barista sono lì, appoggiati allo stipite, a guardare. «Guarda quanta sborra le è rimasta addosso. È una vacca zuppa di sborra.»
«Lasciali fare,» dice il barista. La sua pancia deborda dallo stipite. «Il cornuto è bravo a pulire. È l'unica cosa che sa fare.»
Antonio non risponde. Le sue dita passano alla tetta destra, sciacquano via le croste, scivolano nel solco tra i seni. La schiuma bianca si mischia allo sperma sciolto, e l'acqua che cola è lattiginosa. Sento il suo respiro accelerato contro la mia pancia, il calore delle sue guance arrossate. E, sotto l'imbarazzo, l'eccitazione. Il suo cazzo è duro nei pantaloncini beige — lo vedo senza guardare, lo sento nell'aria.
«Puliscile bene i capezzoli, cornuto,» ordina il barista. «Voglio che tornino rosa come prima. Il russo le vuole perfette.»
Antonio obbedisce. I polpastrelli mi girano intorno alle areole con una lentezza che mi fa stringere i denti. Il clitoride — quel piccolo punto morto, insensibile, che credevo distrutto — pulsa una volta. Una sola. Abbastanza da farmi scappare un gemito.
«La troia gode,» ride Vincenzo. «Guarda, anche ridotta così gode. Basta che qualcuno le tocchi le tettone e lei gode.»
Il barista si fa avanti. Le sue dita nere mi afferrano il mento bagnato. «Ti piace, vacca? Ti piace che il tuo ex cornuto ti lavi via la sborra degli altri?»
«Sì, padrone.» La voce è un filo roco, ma c'è. Sta tornando.
«Brava. Adesso sciacquati e vestiti. Stasera andiamo dal russo tutti insieme. Io, Vincenzo, e il cornuto. Vogliamo vedere dove ti mette.»
L'auto è un SUV nero con i sedili in pelle. Il barista guida, Vincenzo accanto a lui. Io e Antonio dietro, in silenzio. Fuori dal finestrino, il mare è una lastra scura sotto le stelle. La villa compare all'improvviso, in cima a una scogliera — bianca, immensa, illuminata come una nave da crociera. Il cancello si apre senza rumore. Il viale è fiancheggiato da palme.
La villa di Volkov è un pugno di marmo bianco piantato sulla scogliera. La macchina — una berlina nera con i sedili in pelle — ci lascia davanti a un cancello che si apre da solo. Il barista guida, le mani forti sul volante. Al suo fianco Vincenzo che ride e si passano una bottiglia di vino. L'odore delle loro ascelle sudate riempie l'abitacolo, si mischia al mio profumo di sapone. Vedo e sento Antonio al mio fianco che sta tremando.
«Guarda che villa,» grugnisce il barista. La pancia gli balla a ogni risata. «Il russo ha i soldi veri. Mica come noi, vecchio porco.»
«Già,» sospira Vincenzo. Le sue dita gialle tamburellano sul ginocchio. «Però la vacca è nostra. L'abbiamo trovata noi. Noi l'abbiamo addestrata.»
«E adesso la diamo in prestito,» ride il barista. «Ma torna. La vacca torna sempre alla sua stalla.»
Le loro parole mi entrano nelle ovaie. La fica pulsa, umida, nonostante l'esaurimento. La vacca torna sempre alla sua stalla. È vero. Potrei scappare, adesso. Potrei approfittare di questa doccia, di questa macchina, di questo cancello aperto. Potrei correre via e tornare da mia madre, dal mio lavoro, dalla mia vita di prima. Ma la mia vita di prima non aveva la faccia del barista. Non aveva le dita gialle di Vincenzo. Non aveva gli occhi azzurri di Volkov. Non aveva tutto questo.
Volkov ci aspetta sulla terrazza. Indossa una camicia bianca aperta sul petto, pantaloni di lino, un bicchiere di vodka in mano. Accanto a lui, due donne — due nere altissime, formose, con tettone enormi fasciate in abiti attillati color crema. Una ha i capelli rasati, l'altra treccine sottili che le cadono sulle spalle.
«La mia vacca tettona,» mormora Volkov quando mi vede. Le sue labbra si incurvano in un sorriso sottile. «Guardate come l'hanno conciata. Sembra un cane bagnato e pieno di sborra.»
Il barista ride. «Ti avevo detto che è una vacca resistente. Prende tutto e torna per altro.»
Volkov si avvicina. Le sue dita mi sollevano il mento, mi esaminano il viso, scendono sul collo, mi aprono la camicia. Le tettone escono — ancora violacee, ancora gonfie, ma pulite. Lui le soppesa, le strizza piano. «Buona carne. Con un po' di cure tornerà più bella di prima.»
Volkov mi gira intorno. Le sue dita mi sfiorano la schiena, il culo, i fianchi. Sento il suo respiro sulla nuca.
«L'avete lavata bene. I capezzoli sono ancora viola, ma le croste sono andate via.» La sua voce è un ronzio soddisfatto. Poi mi si piazza davanti. Le dita mi sollevano il mento. «Guardami, puttana tettona.»
Obbedisco. I suoi occhi azzurri sono due lame.
«Hai un corpo osceno. Tettone da mucca, fianchi da cavalla, un culo che sembra un frutto maturo. Sei la vacca più bella che abbia mai posseduto.»
Le parole mi entrano nel petto e mi scendono giù, giù, fino all'utero. La fica si contrae a vuoto. Un rivolo caldo mi bagna l'interno coscia.
Volkov lo vede. Sorride.
«Ti piace quando ti insulto, vero? Ti piace essere chiamata vacca, troia, puttana tettona. Ti piace perché è la verità. Perché non sei altro che questo. Un pezzo di carne con le tettone grosse. Un buco da riempire. Un contenitore per lo sperma degli uomini.» Fa una pausa. Il pollice mi accarezza il labbro inferiore. «E tra due settimane, questo contenitore verrà riempito per bene. Verrà ingravidato. Da tutti. Una monta di gruppo, vacca. Ti piace l'idea?»
«Sì, padrone.» La voce mi esce roca, un rantolo che sa di resa.
«Certo che ti piace. Sei nata per questo.»
Poi si volta verso le due donne, e me le presenta.
«Loro sono Aisha e Zuri,» dice Volkov. «Le mie assistenti. Ti prenderanno in consegna per le prossime due settimane. Ti massaggeranno, ti metteranno creme, unguenti, ti nutriranno. Ti prepareranno per la monta. Hai capito, vacca?»
«Sì, padrone.»
Aisha si avvicina. Le sue dita mi afferrano il mento, mi girano la faccia verso di lei. I suoi occhi scuri mi scrutano. Poi sorride — un sorriso lento, quasi materno.
«Che bella vacca tettona,» mormora. La sua voce è bassa, roca, un miele scuro che mi cola nelle orecchie. «Sarà un piacere prendermi cura di te.» Poi si china. Le sue labbra sfiorano le mie — un bacio leggero, appena un soffio. La lingua mi assaggia il labbro inferiore e si ritrae.
La fica mi pulsa. Il clitoride, che credevo morto, dà un sussulto.
Zuri ride piano. La sua mano mi scende sulla schiena nuda, mi accarezza il culo, lo stringe. «Guarda che carne soda. Non vedo l'ora di massaggiarla.»
Volkov annuisce soddisfatto. Poi si volta verso il barista e Vincenzo. «Potete andare. La vacca è in buone mani. Tra due settimane vi chiamo per la monta.»
Il barista si avvicina. La pancia sudata mi preme contro il fianco. Le sue dita nere mi stringono la tetta sinistra — un'ultima volta, un arrivederci.
«Comportati bene, vacca. Torna più bella di prima. Così ti riempio di nuovo.»
Vincenzo mi dà un ceffone sul culo, uno schiocco secco che mi fa gemere. Poi i due vecchi si allontanano, trascinando Antonio con loro. L'ultima cosa che vedo di lui sono i suoi occhi — due pozze di vergogna e desiderio che mi seguono fino alla porta.
E poi la porta si chiude.
Resto nuda nel grande atrio di marmo, tra due tettone nere che mi accarezzano. Volkov mi sorride da lontano. Fuori dalle vetrate, il mare è una lastra scura sotto la luna.
«Portatela nella stanza dei trattamenti,» ordina. «Cominciamo subito.»
La stanza è calda, illuminata da candele. Al centro c'è un lettino da massaggio coperto di lenzuola bianche. Aisha e Zuri mi ci stendono sopra — a pancia in giù, le tettone schiacciate contro il cotone, il culo esposto.
Le loro mani cominciano a lavorare. Olio caldo, profumato di spezie, mi cola sulla schiena. Aisha massaggia le spalle, i muscoli tesi del collo. Zuri mi lavora le cosce, i polpacci, le natiche. Le loro dita sono forti, sapienti — sciolgono nodi che non sapevo di avere, allentano tensioni che mi tenevano in ostaggio da giorni.
E intanto parlano.
«Che pelle morbida,» mormora Aisha, le sue dita che mi scivolano lungo la colonna vertebrale.
«E che tettone,» aggiunge Zuri. Le sue mani mi aprono le natiche, mi guardano dentro. «Anche qui è ancora un po' aperta. Dovremo metterci una crema lenitiva.»
«Il padrone ha detto niente orgasmi,» ricorda Aisha. La sua voce è un sussurro divertito. «Dobbiamo farla arrivare al massimo dell'eccitazione per il giorno della monta.»
«Lo so, lo so. Ma guardala. È già eccitata solo a sentirci parlare.»
È vero. La fica mi pulsa, umida, e non ho ancora ricevuto niente. Solo le loro mani, le loro voci, il calore dell'olio. Il pensiero di essere preparata come una sposa per un sacrificio — due settimane di attesa, di frustrazione, di eccitazione accumulata fino al giorno in cui verrò ingravidata da tutti — mi fa contrarre l'utero in un'orgasmo mancato.
Zuri se ne accorge. La sua mano mi sfiora il clitoride — un tocco leggero, appena un soffio. Il gemito che esce dalla mia gola è un lamento.
«Non ancora, vacca,» sussurra Zuri. «Devi aspettare.»
Poi si china su Aisha, davanti a me, e la bacia. Un bacio profondo, sensuale — le loro lingue che si intrecciano, le loro bocche che si succhiano con uno schiocco umido. Le loro mani scivolano sotto le tuniche, si stringono le tettone, si accarezzano. Zuri infila una mano tra le cosce di Aisha. Aisha geme nella sua bocca.
E io guardo. Legata al lettino dal mio stesso corpo esausto. La fica che pulsa, il clitoride che grida, le ghiandole vaginali che si stanno lentamente riempiendo. Guardo due donne bellissime scoparsi sopra di me. E non posso toccarmi. Non posso godere.
Il piacere mi sale dentro come un fiume in piena. Ma la riva è lontana. E nessuno mi lascia attraversare.
Aisha si china su di me. Le labbra mi sfiorano la bocca — un bacio leggero, un sorso d'acqua nel deserto. Poi si ritrae.
«Resisti, vacca. Mancano solo due settimane.»
Due settimane. La parola mi rimbalza nella testa mentre le loro mani riprendono a massaggiarmi, le loro voci riprendono a insultarmi, le loro bocche riprendono a baciarsi sopra di me. Due settimane di questo. Due settimane di mani che mi scolpiscono il corpo come argilla, di olio caldo che cola nei solchi della mia schiena, nelle pieghe delle mie tettone. Due settimane di sguardi complici tra Aisha e Zuri, di baci rubati sopra di me mentre io resto distesa, immobile, a sentire la fica che pulsa e il clitoride che si gonfia senza mai ricevere il tocco che merita.
I giorni successivi sono un sogno liquido.
La villa è un labirinto di stanze bianche affacciate sul mare. Le due assistenti — Aisha e Zuri — mi svegliano ogni mattina con le mani unte di crema. Mi fanno sdraiare su un lettino da massaggio, nuda, e mi lavorano il corpo per ore. Le loro dita mi scavano i muscoli, mi spalmano unguenti tiepidi sulle tettone, mi lisciano la pelle con un olio che sa di cocco e vaniglia.
Aisha, quella con le treccine, ha mani forti, da massaggiatrice esperta. Mi affonda i pollici nei lombi e mi scioglie i nodi della schiena. Zuri — la rasata — è più lenta, più sensuale. Le sue dita mi disegnano cerchi intorno ai capezzoli, mi sfiorano le areole senza mai premere, e ogni volta il fiato mi si spezza in gola.
«Non ti farò godere, vacca,» mormora Zuri all'orecchio. Le sue labbra mi sfiorano il lobo, scendono sul collo. «Il padrone ha detto che devi arrivare piena di voglia al giorno della monta. Piena di fame. Piena di seme da ricevere.»
La sua lingua mi percorre la clavicola, e io gemo. Ma quando le contrazioni iniziano a montare, lei si ferma. Ride. «Non ancora, troia tettona.»
E ricomincia da capo.
A volte, Aisha e Zuri fanno sesso tra loro nel letto accanto al mio. Io sono sdraiata in mezzo, e loro due si baciano sopra di me, le loro tettone che premono contro le mie, le loro lingue che si intrecciano a pochi centimetri dalla mia bocca. Zuri scende su Aisha, le apre le cosce, le lecca la fica con rumori umidi e lenti. Aisha geme, mi afferra una tetta, la strizza. Io guardo — guardo e non posso toccarmi. Non posso muovermi. L'ordine è chiaro: nessun orgasmo. Nessuno.
E il piacere monta, si accumula, diventa una pressione costante dietro l'ombelico. Un ronzio che non si spegne mai.
Volkov dorme con me ogni notte. Il suo corpo alto e muscoloso mi avvolge, le sue braccia mi stringono la schiena, il suo respiro caldo mi accarezza la nuca. Mi bacia — baci lenti, profondi, che mi svuotano i polmoni. La sua lingua mi esplora la bocca con una calma metodica, e io sento il suo cazzo duro premermi la pancia. Ma non mi scopa. Mai.
«Devi essere affamata,» mi sussurra sulle labbra. «Devi essere così piena di voglia che al giorno della monta basterà un soffio per farti venire. Voglio che il tuo utero implori di essere riempito.»
Poi si gira verso Zuri — o Aisha, a volte dormono anche loro nel lettone — e la scopa davanti a me. La prende da dietro, a quattro zampe sul materasso, e i miei occhi sono a un palmo dalla sua fica che viene sfondata. Sento l'odore, vedo il cazzo di Volkov che entra ed esce, sento lo schiocco umido, i gemiti di Zuri. E io guardo. Ferma. Bagnata. Vietata.
Una mattina arriva il dottore.
È un uomo magro, sulla cinquantina, con occhiali sottili e mani fredde. Mi fa sdraiare su un lettino ginecologico in una stanza piena di luce. Volkov è accanto a lui, le braccia incrociate.
«Devo determinare il giorno di massima fertilità,» dice il dottore con voce professionale, come se stesse parlando del meteo. Infila lo speculum senza preavviso, e il metallo freddo mi dilata la fica ancora sensibile. Le dita mi premono la pancia, mi palpano le ovaie. «La mucosa è spessa. L'ovulazione è prevista tra dodici giorni. Se vogliamo massimizzare le probabilità di concepimento, la monta va programmata per quel giorno. Non un giorno prima, non uno dopo.»
«Bene,» dice Volkov. «Mandi il referto alle mie assistenti.» Poi mi guarda. «Hai sentito, vacca? Tra dodici giorni ti faccio riempire come un tacchino a Natale. Incinta di chissà chi. Piena di figli bastardi.»
La parola mi esplode nelle ovaie. La fica si contrae intorno allo speculum, e il dottore alza un sopracciglio.
«È molto reattiva,» commenta asciutto. «Buon segno.»
La cura inizia quel pomeriggio.
Aisha mi porta un vassoio colmo di cibo — carne rossa, uova, frutta secca, un frullato denso che sa di erbe amare. «Mangia, vacca,» ordina. «Devi diventare ancora più formosa. Più fertile. Più pronta.»
Zuri mi fa un'iniezione — un ago sottile nella coscia, un liquido caldo che mi entra nel sangue e mi accende qualcosa dentro. Ormoni, dice. Per le ovaie. Per le tettone. Per tutto.
Nel giro di tre giorni, i cambiamenti sono visibili. Le tettone mi si gonfiano come palloni, diventano più pesanti, più piene. I capezzoli si scuriscono, si allungano, diventano sempre più sensibili — un semplice sfioramento del lenzuolo mi strappa un gemito. I fianchi mi si allargano, il culo diventa più pronunciato. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco: sono una versione esagerata di me stessa, una bambola di carne gonfia di ormoni e desiderio.
«Guardate che vacca tettona,» ride Zuri mentre mi spalma la crema sulle cosce. «Sembra pronta per essere munta.»
«È pronta per essere ingravidata,» corregge Aisha. Le sue dita mi sfiorano il pube, si fermano un centimetro sopra il clitoride. «Ma non oggi. Oggi soffri.»
E soffro. Ogni minuto di quei dodici giorni è una tortura. Il corpo è un formicaio di eccitazione irrisolta. La fica è perennemente bagnata, un rivolo caldo che mi cola sulle cosce a ogni movimento. Il clitoride pulsa, si gonfia, si ritrae, cerca attenzione che non arriva mai. Le contrazioni partono da sole — pre-orgasmi che montano e si fermano a metà, lasciandomi ansimante, tremante, con le lacrime agli occhi.
«Ti prego,» sussurro una notte a Volkov. Lui è sdraiato accanto a me, il braccio intorno alle mie spalle, il cazzo duro che mi preme il fianco. «Ti prego, fammi venire. Solo una volta. Solo...»
Lui mi chiude la bocca con un bacio. La sua lingua mi invade, mi succhia il gemito, lo beve. Poi si stacca.
«No, vacca tettona.» La voce è un sussurro gelido. «Il tuo piacere è mio. E io decido quando dartelo. Tra dodici giorni. Non un minuto prima.»
Si gira verso Aisha, che dorme accanto a noi. La sveglia con una mano sulla fica, la scopa lentamente mentre io guardo. I miei capezzoli sfiorano la sua schiena sudata, e ogni spinta di lui fa vibrare il materasso, mi fa sussultare il clitoride senza toccarlo.
E io rimango lì — bagnata, pulsante, proibita — a contare i giorni.

