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27. Le prove della sposa oscena
Le due settimane sono state un supplizio. Ogni giorno, Aisha e Zuri mi svegliano con massaggi all'olio di cannella che mi lasciano la pelle in fiamme. Le loro dita scivolano sulle cosce, sfiorano l'interno, girano intorno al sesso senza mai toccarlo davvero. Poi le iniezioni. Il dottore arriva ogni mattina alle nove, le mani fredde che mi palpano le ovaie, l'ago che mi entra nella coscia. «Ormoni,» dice con la sua voce clinica. «Per gonfiare le mammelle. Per preparare l'utero.» E le pillole — tre al giorno, rosa e bianche, che mi fanno bruciare la pancia e pulsare i capezzoli senza sosta.
Il mio corpo è cambiato. Non mi riconosco più allo specchio.
Le tettone sono esplose — due masse enormi, venate di blu, così piene che la pelle tira. I capezzoli sono diventati scuri, grandi come monete, ipersensibili. Basta un soffio d'aria e si induriscono, puntano in fuori come accuse. Aisha dice che forse tra poco farò latte. Me lo dice sorridendo, le sue dita che mi strizzano l'areola, e il pensiero mi fa contrarre l'utero così forte che perdo liquido.
Perdo liquido di continuo, ormai. È il mio stato naturale.
Sono un lago tra le gambe. Una pozza calda, inodore, che mi impregna le cosce e mi cola giù. Non posso farci niente — ogni parola sporca, ogni sguardo affamato, ogni tocco delle assistenti mi fa spalancare la fica e sgocciolare. E non posso venire. È questo il patto. Il dottore ha stabilito che devo essere preservata per il giorno della monta. La mia massima fertilità è tra pochi giorni. Devo arrivarci con l'utero contratto, le ovaie pulsanti, il corpo che urla. Ogni orgasmo mancato è un mattone che costruisce il mio bisogno.
Ogni mattina Aisha mi sveglia con un frullato denso, un intruglio di proteine e ormoni che mi scende in gola come lava. «Bevi, vacca. Le tettone devono diventare ancora più grosse.» Zuri mi massaggia i seni con un olio al fieno greco, movimenti circolari, dita che premono le ghiandole mammarie fino a farmi gemere. E io le sento crescere. Pesanti. Piene. I capezzoli si sono scuriti, l'areola si è allargata. Adesso quando mi guardo allo specchio vedo due mammelle da mucca che pendono gonfie, violacee sulle punte, così oscene che perfino io arrossisco.
Il mio corpo è un'arma. I fianchi si sono allargati, la vita è rimasta stretta, il culo è diventato due masse sode che ballano a ogni passo. La fica pulsa costantemente — un'erezione interna, un formicolio umido che non mi abbandona mai. Non mi è concesso venire. Da due settimane. Tutte le ghiandole vaginali sono così piene che sento il liquido premere contro l'uretra, pronto a esplodere al minimo tocco. Ma loro non toccano. Accarezzano, massaggiano, leccano via il rivolo che mi cola sulle cosce — e si fermano. Sempre.
Stamattina Zuri mi ha leccato un capezzolo — un colpo di lingua lento, mirato — e io ho urlato. Un urlo strozzato, senza voce, perché la voce ormai mi esce solo quando mi scordo di averla. Lei ha riso. «Ancora niente, vacca. Devi aspettare.» Poi ha baciato Aisha sopra di me, le loro lingue che si intrecciavano, le loro mani che scivolavano sotto le tuniche. E io guardavo. Leccavo via il mio stesso liquido dalle labbra screpolate. Impazzivo.
Il camice bianco del dottore mi sfiora il capezzolo e trasalisco. La pelle è tesa, calda, un tamburo che vibra a ogni minima corrente d'aria. Lui non se ne cura. Le dita fredde — quelle dita da cinquant'anni con le unghie tagliate corte — mi palpano l'areola con distacco clinico, premono, misurano.
«Sono aumentate di un'altra mezza taglia in una settimana,» mormora. La voce è piatta, come se stesse commentando la pressione atmosferica. «Notevole. Davvero notevole.»
Sono distesa sul lettino da massaggio, a pancia in su, le tettone che debordano ai lati del mio stesso busto come due mongolfiere di carne. Aisha mi tiene una mano sulla fronte, Zuri mi accarezza una coscia. Le loro dita sanno di burro di karité e spezie, e ogni tocco è un filo elettrico che mi corre lungo la schiena. Non posso venire. Non posso. Il dottore mi ha proibito l'orgasmo fino al giorno della monta.
«L'esame del sangue di ieri mostra livelli di prolattina alle stelle,» continua il dottore. I suoi occhiali a filo metallico brillano sotto la luce delle candele. «Tra due o tre giorni dovrebbe iniziare la produzione di latte. Le ghiandole mammarie sono completamente sviluppate.» Si schiarisce la voce. «A quel punto si potrà mungerla regolarmente.»
La parola mungerla mi entra nelle ovaie e mi esplode. La fica si contrae a vuoto, un morso umido che sento colare sull'asciugamano bianco sotto i miei fianchi. Zuri lo vede. Le sue labbra si incurvano in un sorriso.
«La mucca ha sentito, Aisha. Basta nominare il latte e già perde liquido.»
«Povera vacca,» ride Aisha. La sua mano mi accarezza la fronte. «Ancora quattro giorni e poi potrai essere munta e scopata. Ma prima, pranzo.»
Il pranzo. Mi fanno alzare dal lettino senza darmi tregua. Le gambe mi tremano, le cosce sono due fiumi appiccicosi. Aisha e Zuri mi infilano qualcosa — non lo chiamo vestito, non è un vestito. È una sottoveste di pizzo bianco, trasparente, che mi copre a malapena i capezzoli. I seni debordano sopra la scollatura, due masse di carne gonfia che premono contro il tessuto leggero e lo tendono fino quasi a strapparlo. I capezzoli sono due disegni scuri sotto il pizzo, visibili, puntuti, osceni. La sottoveste non arriva a coprirmi il culo — finisce appena sotto le natiche, e un filo di perle mi scende lungo la schiena nuda e mi si infila tra le chiappe. Lo sento strusciare sull'anello, ancora umido, ancora aperto.
«L'abito per il pranzo,» mormora Zuri. «Devi essere oscena anche a tavola. Il tema del pranzo è come vestirti per il giorno della monta.»
La parola monta mi provoca una contrazione. La fica morde il vuoto. Un altro rivolo mi scende, più caldo.
Aisha si china. La sua lingua mi raccoglie il liquido dalla coscia, risale lentamente, si ferma a un centimetro dalle grandi labbra. Poi si ritrae. Sorride. «Non ancora, vacca.»
«Cammina, vacca,» ordina Aisha.
Muovo un passo. Le perle rotolano sul mio buco del culo. Gemo.
«Il padrone ha invitato degli ospiti,» annuncia Aisha mentre mi spazzola i capelli. «Il dottore, i tuoi vecchi padroni, il cornuto. E uno stilista.» La parola mi entra nelle orecchie e mi scende giù, giù, fino a quel punto umido che non smette di pulsare. «Il tema del pranzo è come vestirti per il giorno della monta. Per il tuo matrimonio, vacca.»
«Matrimonio?» La voce mi esce roca, incerta.
«Certo.» Zuri si china su di me, le labbra carnose all'altezza del mio orecchio. Il suo fiato caldo mi fa accapponare la pelle. «Sposi tutti quelli che ti scoperanno. Tutti quelli che ti sborreranno dentro. Il padrone ha deciso che devi essere vestita da sposa. Una sposa troia. Una sposa vacca da monta.»
Il pensiero mi colpisce lo stomaco come un pugno. Mi vedo — vestita di bianco, il velo, i fiori, e sotto... sotto il corpo nudo, pronto per essere preso da tutti. La fica si contrae a vuoto, e un rivolo caldo mi scende lungo la coscia, mi cola sul pavimento di marmo.
Zuri lo vede. Sorride. Poi si china e passa un dito sulla mia pelle bagnata, lo porta alle labbra. Lo assaggia. «Dolce,» mormora. «Sarà un bel matrimonio.»
«Così stai bene,» dice Aisha. «Una vacca si presenta a pranzo come una vacca.»
Ora sono in piedi nell'atrio di marmo, e Volkov mi gira intorno come un mercante che esamina una giumenta. La camicia di seta nera gli fascia il petto, l'odore di dopobarba mi riempie le narici. Le sue dita mi sfiorano il fianco nudo.
«Due settimane di trattamenti e guarda che opera d'arte.» La sua voce è un ronzio soddisfatto. «Sei pronta per il pranzo?»
«Sì, padrone.»
«Oggi abbiamo ospiti,» dice Volkov. «Il dottore. Il barista. Vincenzo. Il cornuto. E lo stilista. Un uomo interessante — un pervertito con gli occhi da creatore. Lui disegnerà il tuo abito per il giorno della monta. E poi dopo vengono anche alcuni dei bagnini e dei pugili che gia’ conosci.»
Il giorno della monta. Le parole mi esplodono nell'utero. La fica pulsa, umida. Zuri mi ha proibito di toccarmi per due settimane. Due settimane di massaggi, di creme, di baci leggeri, di dita che mi sfiorano il clitoride e si ritraggono. Sono un lago di eccitazione repressa.
«Cammina, vacca.» Volkov mi indica la sala da pranzo. «Mostrati.»
La sala da pranzo è un'esplosione di marmo e vetrate che guardano il mare. Il tavolo è di cristallo, apparecchiato con posate d'argento e calici di cristallo. Al centro, un centrotavola di orchidee bianche. E intorno, loro.
Volkov a capotavola, camicia di seta nera, sorriso freddo. Alla sua destra, il barista — la pancia che deborda, la canottiera bianca che è già una macchia di sudore. Accanto a lui, Vincenzo, le dita gialle che tamburellano sul cristallo. Alla sinistra, Antonio. Il mio cornuto. Testa bassa, occhiali appannati, le mani che tremano sul tovagliolo. E poi il dottore — magro, occhiali di metallo, mani pallide giunte sul tavolo — e un uomo che non ho mai visto.
È magro, elegante, sui cinquant'anni. I capelli sono tinti di un nero innaturale, pettinati all'indietro con la brillantina. Indossa una giacca di velluto viola, una camicia di seta con jabot, una sciarpa di seta annodata alla gola. I suoi occhi — due biglie scure e lucide — mi percorrono appena attraverso la porta. Le sue labbra si incurvano. Le sue dita, coperte di anelli d'argento, tamburellano sul tavolo.
«Eccola,» sospira. La voce è un bisbiglio teatrale. «La vacca da monta. Che tettone magnifiche. Oscene. Assolutamente perfette. Sarà un piacere vestire una vacca da monta come lei,» cinguetta lo stilista. Le sue dita cariche di anelli accarezzano le sacche. «Ho creato cinque abiti da sposa. Cinque. Ognuno più osceno dell'altro. Ognuno pensato per rappresentare la sua vera natura — troia, vacca, puttana, sborratoio — e allo stesso tempo per far riempire le palle degli uomini fino a scoppiare.»
Volkov mi fa un cenno. «Siediti, vacca.» Mi indica la sedia accanto a lui. Obbedisco. La seta trasparente mi si incolla alle cosce umide. Appena mi siedo, il barista allunga il collo. I suoi occhi mi fissano i capezzoli attraverso la stoffa.
«Cazzo,» grugnisce. «Sono ancora più grosse. Cosa le hai dato, russo?»
«Ormoni, proteine, fieno greco,» risponde il dottore con voce piatta. Le sue dita pallide tamburellano sul tavolo. «Una dieta specifica per aumentare la massa mammaria e la lubrificazione vaginale. La paziente è in uno stato di eccitazione costante. Ottimo per la ricettività.»
«Ottimo per farci scoppiare le palle,» ride Vincenzo. Le sue unghie gialle grattano la tovaglia. «Guardala. Ha già la fica che cola. Si vede da qui.»
È vero. Il liquido mi ha bagnato la seta, una macchia scura all'altezza del pube. Il rossore mi sale alle guance. Non per la vergogna — non provo più vergogna da settimane — ma per l'eccitazione. Perché loro mi guardano. Mi desiderano. E io non posso ancora avere niente.
Volkov mi appoggia una mano sulla nuca. Le sue dita mi accarezzano i capelli, un gesto quasi affettuoso. «La vacca è pronta per la monta. Manca solo l'abito. E per questo abbiamo invitato il nostro stilista.» Fa un gesto verso l'uomo in viola. «Lui ha preparato cinque abiti da sposa. Perché il giorno della monta, la nostra vacca sposa tutti noi.»
La parola sposa mi esplode nelle ovaie. Il respiro mi si blocca. La fica si contrae — un morso così forte che sento le pareti premere l'una contro l'altra. Altro liquido mi cola, mi bagna la coscia. Il barista lo vede. Ride.
«Sposa,» rantola. «La troia si sposa. Sposa tutti i cazzi che la riempiranno.» Si sistema il pacco nei pantaloni. «Cazzo, ho già il cazzo duro.»
«Anch'io,» grugnisce Vincenzo. «E non abbiamo ancora visto niente.»
Antonio non parla. I suoi occhi sono due pozze lucide dietro gli occhiali. Ha le mani in grembo, ma vedo che preme — cerca di nascondere l'erezione. Il mio cornuto si eccita. Il mio corpo cambia anche lui. È diventato uno di loro.
Volkov mi stringe la nuca. «Racconta alla vacca cosa hai preparato, stilista.»
L'uomo in viola si alza. Le sue dita ad anelli gesticolano nell'aria. «Cinque capolavori, signori miei. Cinque abiti da sposa ispirati al matrimonio. Ma un matrimonio perverso, osceno, dove la sposa è una vacca da monta e gli sposi sono dieci, venti, trenta maschi con le palle piene di sperma.» Sorride, gli occhi lucidi. «Ogni abito deve rappresentare cosa sei: troia, sborratoio, contenitore. E ogni abito deve far riempire le palle ai maschi fino a scoppiare. Perché quando ti scoperanno sull'altare, dovranno svuotarsi dentro di te fino all'ultima goccia.»
«Altare?» La mia voce è un filo. Il cuore mi martella contro le costole.
Volkov sorride. Le sue dita mi accarezzano la guancia. «La monta sarà in una chiesa sconsacrata. La stanno già preparando. Voglio vederti sull'altare, vacca. Voglio che tu sia la sposa troia che sposa tutti i cazzi della congregazione.»
La parola chiesa mi entra nella testa e mi esplode nel basso ventre. Un luogo sacro. Profanato. L'altare. Io sull'altare, circondata da maschi affamati. L'immagine mi spalanca la fica. Il liquido mi esce a fiotti, mi bagna la seta. Tutti lo vedono.
«Cazzo, guardate come cola,» rantola il barista. «È in calore. La vacca è in calore solo a sentire parlare della chiesa.»
«Troia schifosa,» aggiunge Vincenzo. «Solo a pensare all'altare ti si allaga la fica.»
Antonio geme. Un suono strozzato. Il dottore prende appunti mentali.
«Stai ferma, Sabina,» dice Volkov. Non vacca, non troia. Sabina. Il mio nome nella sua bocca mi fa più effetto di mille insulti. Sto tremando. La sedia è fredda contro le natiche nude. Il filo di perle mi preme il culo, e devo stringere i denti per non gemere.
Il pranzo inizia. Aisha e Zuri servono a tavola — si muovono silenziose, le loro tuniche bianche che ondeggiano, le loro mani che mi sfiorano ogni volta che passano. Un tocco sulla spalla. Un dito sulla nuca. Una carezza sul lobo dell'orecchio. Ogni contatto è una scossa che mi arriva dritta al clitoride, ma loro non mi permettono di chiudere le gambe — Zuri mi ha legato le caviglie ai piedi della sedia con due nastri di seta, e le cosce sono aperte, la fica esposta, umida, visibile a chiunque voglia guardare. Tutti guardano.
«Parliamo del matrimonio,» dice Volkov versando del vino. «Il dottore ha stabilito che tra tre giorni la nostra vacca sarà al picco della fertilità. Le sue ovaie sono pronte. Il suo utero è spesso, vascolarizzato, ideale per l'impianto. Abbiamo una finestra di circa sei ore per ingravidarla. Sei ore in cui dovrà essere montata da tutti, senza sosta, finché lo sperma non le traboccherà da ogni buco.» Si volta verso di me. «Hai capito, vacca? Tra tre giorni sarai incinta. Incinta di tutti noi.»
«Sì, padrone.» La voce mi esce roca.
«Bene. E per l'occasione, ti vestirai come una sposa. La nostra sposa troia. La nostra sposa vacca da monta.» Volkov indica lo stilista. «Lui ha preparato una serie di abiti. Te li proverai dopo pranzo. Vogliamo scegliere il più osceno. Il più indecente. Quello che farà riempire le palle di sperma a tutti i maschi presenti prima ancora di toccarti.»
Lo stilista applaude, le mani secche che sbattono l'una contro l'altra. «Sarà un trionfo! Ho creato dei capolavori! Veli strappati, pizzi che non coprono niente, corsetti che strizzano le mammelle fino a farle esplodere... la sposa più troia della storia!»
Il barista sbatte il pugno sul tavolo. «Voglio vederla con il velo! Il velo bianco, come le spose vere. Ma nudo sotto. Che si capisca che è una puttana che va all'altare per farsi montare!»
Vincenzo annuisce, le dita gialle che stringono il calice. «E le tettone devono uscire. Devono essere coperte solo dal velo. Così quando cammina verso l'altare — o verso il letto, o verso il prato, dove cazzo volete — i maschi guardano solo quelle e si segano.»
Il dottore si schiarisce la voce. La sua voce è fredda, professionale. «Io suggerisco un abito che permetta l'accesso immediato alla vagina e all'ano. Non abbiamo molto tempo. Sei ore. Dobbiamo ottimizzare i tempi.»
«Ma certo!» esclama lo stilista. «Ho pensato a tutto. Gonne apribili, mutandine col buco, reggiseni che si strappano via con uno strattone... e poi i colori. Bianco, ovviamente, per la purezza. Ma anche rosso, per la passione. E nero, per il lutto. Perché la nostra vacca sposa morirà dalla vergogna mentre viene montata, e rinascerà incinta!»
Le sue parole mi entrano nello stomaco e mi esplodono nella fica. Incinta. Morirà dalla vergogna. Rinascerà incinta. Il mio liquido mi impregna le cosce, cola sulla sedia. Lo sentono tutti. Il barista lo annusa nell'aria, ghigna.
«La troia si eccita solo a sentir parlare del matrimonio,» ringhia. «Guarda come cola. Sembra una fontana. Sei una fontana di figa, vacca?»
«Sì, padrone. Sono una fontana di figa.» Le parole mi escono da sole. Non ho più controllo su niente — né sulle parole, né sul corpo, né su questa fame che mi divora da dentro.
Antonio emette un singhiozzo. Le sue mani stringono il tovagliolo così forte che le nocche sono bianche. «Sabina...» sussurra.
«Zitto, cornuto!» Il barista gli molla uno scappellotto sulla nuca. «Non parlare mentre i padroni decidono come vestire la tua ex vacca per il matrimonio. Tu guardi. Tu paghi. Tu pulisci.»
Volkov sorride.
«Allora,» dice Volkov alzando il calice. «Brindiamo alla futura madre della nostra prole.»
Tutti bevono. Antonio rovescia un po' di vino sulla tovaglia. Il barista non mi stacca gli occhi dalle tettone. Lo stilista ha già tirato fuori un taccuino e sta disegnando, la mano che corre sulla carta con tratti febbrili.
«Voglio che il giorno della monta sia una cerimonia,» annuncia Volkov. La sua mano mi scende sulla nuca, mi accarezza piano. «Sabina verrà ingravidata da tutti voi. Sarà come sposarsi — come sposare ognuno degli uomini che le riempiranno l'utero. Perciò dovrà essere vestita da sposa.»
«Sposa,» ripete il barista ridendo. «Una sposa troia.»
«Una sposa vacca,» aggiunge Vincenzo. Le dita gialle tamburellano.
«Appunto.» Volkov sorride. «Ho chiesto al nostro stilista di preparare una serie di abiti nuziali. Ognuno deve rappresentare ciò che Sabina è veramente — una vacca da monta, una puttana tettona, un contenitore per lo sperma. E allo stesso tempo, ogni abito deve far riempire le palle dei maschi di sperma solo a guardarla.»
Lo stilista posa il taccuino. Gli occhi gli brillano. «Ho lavorato giorno e notte, signor Volkov. Ho creato cinque abiti. Cinque capolavori dell'oscenità. Ognuno è progettato per esaltare le mammelle della vacca — ops, della sposa — e per renderla la creatura più desiderabile e montabile che abbiate mai visto.» Si alza. La giacca viola fruscia. «Posso farli portare?»
«Certo. E Sabina li proverà tutti. Uno per uno. Voi commenterete, voterete, e alla fine sceglieremo l'abito per la cerimonia.»
Il mio respiro accelera. Le mani mi tremano in grembo. Provare abiti da sposa osceni davanti a tutti loro — essere guardata, valutata, insultata — senza poter godere? La fica pulsa, il clitoride si gonfia. Zuri, in piedi dietro di me, si china. Le sue labbra mi sfiorano l'orecchio. «Calma, vacca. Devi resistere.»
Volkov sorride. Poi fa un cenno ad Aisha e Zuri. «Portatela dentro. Cominciamo le prove. Voglio vederla in ogni abito. E voi...» Guarda i presenti. «Commentate. Insultatela. Eccitatela. Ma non toccatela. Non ancora. Deve arrivare al matrimonio con la fica che urla.»
La stanza delle prove è un boudoir pieno di specchi. Luci calde, tende di velluto, un tappeto morbido su cui affondano i piedi nudi. Lo stilista mi aspetta al centro, circondato da abiti appesi a manichini. Sono creazioni incredibili — veli strappati, pizzi lacerati, corsetti di cuoio, gonne di tulle che non nascondono niente.
«Cominciamo con questo.» Lo stilista prende un abito bianco, leggero come una nuvola. È un vestito da sposa tradizionale, ma il corpetto è tagliato via all'altezza dei seni. Le tettone resteranno completamente nude. La gonna è lunghissima, ma ha uno spacco che arriva fino alla vita. Dietro, un buco ritagliato all'altezza del culo. «Il velo della purezza,» lo chiama. «Purezza apparente. Perché sotto, la vacca è pronta per essere presa in ogni buco.»
Aisha e Zuri mi spogliano. La camicetta di pizzo cade a terra, la gonna trasparente scivola sulle cosce bagnate. Resto nuda davanti a tutti loro — Volkov seduto su una poltrona, il barista e Vincenzo sul divano, il dottore in piedi accanto alla finestra, Antonio in un angolo. Lo stilista mi gira, mi palpa, mi misura con le mani secche.
«Che tettone,» mormora. «Che mammelle da mucca. Dovremo strizzarle per bene nel corsetto. Anzi... no. Niente corsetto. Devono essere libere. Devono ballare mentre la montano. Devono ipnotizzare i maschi e farli venire ancora più duro.»
Le sue dita mi sfiorano i capezzoli — un tocco leggero, involontario forse, o forse no. Il gemito che mi esce è un lamento animale. La fica si apre, gocciola, il liquido mi cola sulle cosce e macchia il tappeto.
«Guarda come cola,» sghignazza Vincenzo. «Le metti un vestito addosso e lei già si bagna come una cagna in calore.»
Il barista annuisce, la pancia che balla. «Perché è una cagna in calore. Una vacca in calore. Una troia in calore. E tra tre giorni la facciamo ingravidare.»
L'abito mi scivola addosso. La gonna è un sogno di tulle bianco che mi arriva ai piedi, ma sul davanti lo spacco si apre fino all'ombelico, mostrando il pube nudo, le grandi labbra gonfie, il luccichio del mio sesso. Il corpetto inesistente lascia le tettone scoperte — due masse enormi, venate, che pendono libere. I capezzoli puntano in fuori, scuri come more mature. Il velo è un telo di pizzo che mi copre la testa e scende dietro, ma non nasconde niente. Sul retro, il buco ritagliato mostra il culo nudo, le natiche aperte, l'anello ancora un po' gonfio.
Volkov sorride. «Bellissimo. Sembri già una sposa montata. Girati, vacca. Fammi vedere il buco.»
Giro. Il culo è esposto, umido, pronto. Sento i loro sguardi addosso come dita. Il barista emette un grugnito soddisfatto. «Quel buco sembra già dire 'scopami'. Sembra già dire 'riempimi di sborra'.»
Lo stilista applaude. «E questo è solo il primo! Ne ho altri cinque, sempre più osceni. Dobbiamo scegliere quello che vi farà riempire le palle di più. Quello che vi farà sborrare solo a guardarla mentre cammina verso l'altare!»
Lo stilista tira fuori una gruccia per il secondo abito. È un velo bianco, lunghissimo, che scende fino a terra. E una guaina di pizzo che fascia i fianchi e le cosce, ma non copre il seno. Le tettone restano completamente nude.
Mi infilano la guaina. È così stretta che sento ogni filo di pizzo premermi la fica. Il velo mi copre il viso, trasparente. I seni sono esposti — due masse enormi, i capezzoli violacei che puntano l'aria. Esco dal paravento e cammino verso il tavolo.
Il barista quasi si strozza. «Cazzo! Le tettone della sposa sono nude!»
Vincenzo sbatte la mano sul tavolo. «Sposa troia. Entra in chiesa con le tettone di fuori. Come una vacca. Come una puttana.»
Lo stilista mi segue. «Il velo da sposa, vedete. Puro, candido. Ma sotto, la vacca mostra le sue mammelle. Perché la congregazione deve sapere cosa sposa: due tettone da mungere, da strizzare, da riempire di sperma.»
Volkov mi guarda. I suoi occhi azzurri sono fissi sui miei capezzoli. «Cammina verso di me, vacca.»
Obbedisco. I tacchi — mi hanno messo tacchi bianchi — risuonano sul marmo. Le tettone ballano a ogni passo. L'oscenità del velo bianco abbinato ai seni nudi mi fa sentire puttana, santa, troia, sposa — tutto insieme. Arrivo davanti a lui. Lui allunga una mano, mi pizzica il capezzolo sinistro. Il gemito mi esce strozzato.
«Bello,» dice. «Ma voglio vedere di più. Avanti col terzo.»
Il terzo abito arriva su un manichino portato da due assistenti. È una cosa di pizzo bianco — almeno, quello che dovrebbe essere un abito da sposa. Ma la gonna è talmente corta che copre a malapena il pube. Il corpetto è una ragnatela di merletto con due fori — due buchi perfettamente circolari che lasciano i capezzoli completamente esposti. Dietro, il culo è scoperto, solo una striscia di raso che scende lungo la schiena e si infila tra le natiche.
«Questo lo chiamo Sposa Put-tana,» annuncia lo stilista. Le dita accarezzano il merletto. «La gonna corta mostra la fica a ogni movimento. I fori per i capezzoli sono uno stimolo visivo per i maschi — possono succhiarli senza togliere l'abito. E la scollatura sul culo permette una penetrazione immediata.»
Il barista quasi si strozza col vino. «Cazzo, è osceno. Voglio vederla addosso alla vacca.»
Aisha e Zuri mi prendono per mano. Mi alzo. Mi portano dietro un paravento di seta bianca, all'angolo della terrazza. Non c'è intimità — il paravento è trasparente, la luce disegna la mia silhouette. Tutti al tavolo vedono le mie ombre mentre mi sfilano il vestito, mentre rimango nuda, mentre le assistenti mi infilano il nuovo abito.
Il merletto mi graffia i capezzoli. I seni premono contro i buchi — la carne deborda, i capezzoli violacei spuntano fuori, esposti all'aria, allo sguardo di tutti. La gonna mi arriva a metà coscia. Quando faccio un passo, sento l'aria sulla fica nuda. Il culo è scoperto, la striscia di raso mi solletica le natiche.
«Esci, vacca.» La voce di Volkov è un ordine.
Esco. Sei paia di occhi mi inchiodano. Il barista lascia cadere la forchetta. Vincenzo emette un grugnito che sa di animale. Antonio soffoca un gemito. Il dottore mi guarda con distacco clinico. Lo stilista annuisce compiaciuto. Volkov sorride.
«Girati,» ordina.
Giro. Il culo è nudo, la striscia di raso un filo tra le natiche. Sento i loro sguardi come dita. La fica mi cola — lo sento, un rivolo caldo che mi scende sulla coscia. Il barista lo vede.
«La troia gode,» grugnisce. «Guardate — le cola già sulle gambe. È un lago.» Le dita nere stringono il bordo del tavolo.
«È proprio una vacca da monta,» aggiunge Vincenzo. «Non resiste. Le piace mostrarci le tettone e già si bagna.»
Volkov fa un cenno. «Avvicinati, vacca.»
Mi avvicino. Lui allunga una mano e mi afferra il capezzolo sinistro attraverso il buco del merletto. Lo strizza piano. Il gemito che mi esce è un lamento.
«Ti piace essere guardata, troia?»
«Sì, padrone.»
«Ti piace che questi uomini ti vedano le tettone, la fica, il culo?»
«Sì, padrone.» La voce mi trema. Il piacere monta, ma non posso — non posso venire.
Volkov mi lascia il capezzolo. «Proviamo il prossimo abito,» dice. «E tu, puttana tettona, non venire. Non ancora.»
Il quarto abito e’ un body di pizzo bianco, completamente trasparente, che fascia ogni centimetro del mio corpo. Le tettone sono compresse ma visibili. I capezzoli sono due ombre scure. La fica è coperta da un velo di pizzo che non nasconde nulla — le grandi labbra, il clitoride gonfio, il rivolo di liquido che scende. E sul velo, ricamate in filo di seta rossa, due parole: SPOSA TROIA.
Lo stilista mi fa girare. Sulla schiena, uno strascico di tulle. Davanti, sulla pancia, un'altra scritta: RIEMPITEMI.
La sala è in silenzio. Poi Volkov parla. «Leggi cosa c'è scritto. Ad alta voce.»
La voce mi trema. «Sposa... troia...»
«L'altra.»
«Riempitemi.»
Le parole mi escono in un rantolo. E mentre le pronuncio, la fica si contrae, il liquido cola, il respiro si spezza. Una cappa di eccitazione mi avvolge. Loro mi guardano. Il barista ha il cazzo in mano. Vincenzo si masturba senza più nascondersi. Anche Antonio ha smesso di trattenersi — la mano corre su e giù per l'erezione. Il dottore prende appunti. Lo stilista sorride.
Il quinto abito mi strappa un singhiozzo. È un reggiseno di pizzo bianco che mi solleva le tettone fino al mento, con i capezzoli che escono da due fori ritagliati nel pizzo. E sotto, un perizoma di perle che mi si incastra tra le grandi labbra, preme sul clitoride. Ogni passo mi sega la fica. Ogni movimento mi avvicina all'orgasmo.
Cammino verso Volkov. Il perizoma mi lavora. Le perle mi sfiorano il clitoride, lo premono, scivolano. Arrivo davanti a lui che sto per esplodere. Le ginocchia mi tremano. Il liquido mi cola, mi bagna le cosce, gronda sulle perle. Lui mi afferra il mento. «Non ancora, vacca.»
La parola mi blocca. L'orgasmo preme contro il divieto, lotto per trattenerlo. Alla fine cedo — non nel piacere, ma nella resa. Il respiro mi esce a rantoli, frustrato.
Lo stilista dice «E le perle...» Sorride, mostrando denti gialli. «Le perle sono lo sperma di tutti i maschi che ti riempiranno. Ogni perla, una sborrata.»
La fica mi si contrae così forte che le gambe mi cedono. Cado in ginocchio sul tappeto, le mani appoggiate sulle cosce bagnate. Il respiro è un rantolo. Li sento ridere sopra di me.
«Guardala,» dice Vincenzo. «È già in posizione da monta.»
«No, non ancora.» Volkov si alza dalla poltrona. Le sue scarpe eleganti scricchiolano sul pavimento. Si china su di me, le dita mi sollevano il mento. «Non venire, vacca. Te lo proibisco. Devi aspettare il matrimonio. Devi arrivarci così — bagnata, aperta, disperata. Devi sposarci con la fica che urla e le tettone che colano latte. Hai capito?»
«Sì, padrone.» Le lacrime mi pungono gli occhi. Non so se sono di frustrazione o di gioia. Forse entrambe.
«Sei magnifica cosi’,» mormora Volkov. Poi, quasi con dolcezza. «Cammina, vacca. Fatti vedere.»
Cammino. Ogni passo strofina le perle sulla fica umida. Ogni passo è una tortura. Il barista si è alzato il tovagliolo — so che si sta stringendo il cazzo sotto il tavolo. Vincenzo ha le dita gialle piantate sul bordo del tavolo, le nocche bianche. Antonio ha la bocca aperta, gli occhiali completamente appannati.
«Ferma.» Volkov mi ferma davanti a sé. Le sue dita mi sfiorano la fica spingendo appena la perla appiccicata sul mio clitoride. Il filo e le perle sono già fradice e gocciolanti. «Guardate,» dice agli altri. «È un lago. Il filo di seta è fradicio. La vacca si eccita solo a essere guardata.»
«Perché è una troia,» grugnisce il barista. «Una troia con le tettone grosse. Non ha neanche bisogno di essere toccata — le basta sapere che la guardiamo.»
«E noi la guardiamo,» ride Vincenzo. «La guardiamo e lei si bagna. È il suo compito.»
Il dottore si schiarisce la gola. Le dita fredde tamburellano sul tavolo. «Dal punto di vista fisiologico, l'eccitazione prolungata senza orgasmo aumenta la congestione pelvica. Quando arriverà la monta, le sue contrazioni saranno più intense, il rilascio di ovuli più probabile. È una strategia eccellente.»
«Sentito, vacca?» Volkov mi accarezza la fica attraverso la seta e le perle. Un tocco leggero, insufficiente. «Sei un esperimento scientifico. Una cavia con le tettone grosse. E non puoi venire.»
La fica mi pulsa. Il clitoride grida. Le ghiandole vaginali sono piene, gonfie — lo sento, un peso liquido che preme. Ma non posso. Le sue dita si ritraggono.
Li ho provati tutti. Ogni uscita è un'esibizione. Ogni passo è una tortura. La fica cola, mi bagna le cosce, e tutti lo vedono. Il barista ormai non si nasconde più — la mano sotto il tovagliolo si muove su e giù. Vincenzo ha le dita gialle che tamburellano sempre più forte. Antonio è una statua di sudore e vergogna. Il dottore prende appunti. Lo stilista schizza disegni febbrili sul taccuino.
E Volkov comanda tutto.
«Girati.» «Piegati in avanti.» «Apri le gambe.» «Fai ballare le tettone.» «Fammi vedere la fica.» Ogni ordine è una scossa. Ogni movimento fa ballare le tettone, scopre la fica, espone il culo. E io obbedisco. Obbedisco e non vengo. Le contrazioni premono, il clitoride pulsa, il liquido spinge per uscire, ma io stringo i denti. Trattengo. Resisto.
Alla fine, quando ho provato tutti gli abiti, rimango in piedi al centro della terrazza, nuda sotto il quinto velo trasparente. Il mare alle spalle è una lastra blu. I sei uomini mi circondano, sullo sfondo vedo che sono arrivati altri — il barista con la pancia che gli trema, Vincenzo con le dita gialle che non stanno mai ferme, Antonio in ginocchio sul pavimento di marmo, il dottore con gli occhiali lucidi, lo stilista con la sciarpa di seta, Volkov con le sue mani eleganti.
«Ecco,» sussurra Volkov. I suoi occhi azzurri brillano. «Ecco la nostra sposa. La sposa puttana. La sposa vacca. La sposa sborratoio.» Si alza, mi si avvicina. Le sue dita mi sfiorano di nuovo le perle sulla fica del perizoma. Tre giorni. Tra tre giorni, sarete in venti, in trenta, in quaranta a stracciare questo vestito, queste perle. Una per una. E quando la fica sarà esposta … a quel punto...» si china, le labbra mi sfiorano l'orecchio, «a quel punto ti feconderemo. Tutti. Uno dopo l'altro. In una chiesa sconsacrata che stiamo già preparando. Una chiesa, vacca. Perché tu possa sposare il nostro sperma davanti a un altare.»
La fica mi si contrae così forte che il liquido schizza sulle mie stesse cosce. Tutti lo vedono. Il barista indica la pozza sul pavimento di marmo. «Guardate la vacca! Ha schizzato sul pavimento!»
«E non ha ancora avuto l'orgasmo,» dice Zuri. Le sue dita mi stringono il culo sotto la gonna di veli. «Immaginate quando potrà finalmente venire. Verrà per ore. Schizzerà su tutti noi.»
«Sarà uno spettacolo,» mormora Volkov. Poi mi afferra il mento, mi solleva la faccia. «Hai sentito, Sabina? Tra tre giorni ti sposo. Ti sposo io, ti sposa il barista, ti sposa Vincenzo, ti sposa ogni uomo che ti metterà il cazzo dentro. E sarà una chiesa a vederti urlare.»
Apro la bocca per parlare, ma dalla gola mi esce solo un gemito. Le loro risate mi riempiono le orecchie mentre lo stilista mi sfila l'abito e mi lascia nuda, di nuovo, davanti a tutti.
Tre giorni. La parola mi pulsa nella fica, nell'utero, nelle tettone gonfie.
Tre giorni.
«Adesso,» dice Volkov imperioso, «voglio che ognuno di voi la baci in bocca. Un bacio lungo. Un bacio osceno. Il bacio che le darete il giorno della monta, prima di riempirla di sperma.»
Il barista è il primo. Si alza — la pancia gli sbatte contro il bordo del tavolo, la sedia cigola. Mi si piazza davanti, le sue mani sudate mi afferrano i fianchi. Il suo alito di vino e sigaro mi avvolge. Poi la sua bocca preme sulla mia. La lingua mi invade — una cosa grossa, bavosa, che sa di acido e di vecchio. Mi succhia il labbro, mi esplora il palato, spinge in fondo. Il bacio è brutale, umido, infinito. Quando si stacca, un filo di saliva ci unisce.
«La mia vacca,» mormora. Gli occhi lucidi. «Presto ti riempio.»
Vincenzo è il secondo. Le sue dita gialle mi afferrano il mento. Il suo bacio è diverso — più lento, più sadico. La lingua mi lecca i denti, mi morde il labbro inferiore, tira. Il sapore è di vino vecchio e denti marci. Geme nella mia bocca. «Ti amo, puttana tettona,» sussurra prima di staccarsi.
Il dottore si avvicina. Le sue labbra sono fredde, sottili. Il bacio è clinico — un contatto minimo, la lingua che mi assaggia appena. Nessuna emozione. Solo una valutazione. «La mucosa orale è ben idratata,» mormora. «Buon segno per la fertilità.»
Lo stilista è il quarto. Il suo bacio è sorprendentemente appassionato — la lingua mi riempie la bocca di saliva, le sue dita mi stringono la nuca, mi inclina la testa. La sciarpa di seta mi sfiora il collo. «Sei una musa,» sussurra sulle mie labbra. «Una musa oscena.»
Poi tocca ad Antonio. È ancora in ginocchio. Volkov gli fa cenno di alzarsi. Lui si avvicina barcollando, gli occhiali storti, il viso una maschera di lacrime e sudore. Le sue labbra tremano. Quando mi bacia, il suo bacio sa di sale — lacrime mie, lacrime sue, non so più distinguere. La sua lingua è timida, impacciata. Mi cerca, si ritrae, torna. È il bacio di un uomo che mi ama e che mi ha persa, che mi desidera e che non mi avrà mai. Quando si stacca, singhiozza.
«Perdonami,» sussurra.
«Non chiedere perdono, cornuto,» ride Volkov. «Ringrazia.»
Poi Volkov mi prende il viso tra le mani. Le sue dita sono forti, calde. I suoi occhi azzurri mi fissano. Il suo bacio è l'ultimo. La sua lingua mi invade senza fretta, mi esplora, mi possiede. Beve il mio respiro, la mia saliva, il mio piacere represso. Le sue mani mi scendono sulle tettone, le strizzano attraverso il velo trasparente. Un gemito mi scappa nella sua bocca.
Lui si stacca. Sorride.
«Adesso, vacca, scegliamo il tuo abito da sposa troia. E poi...» Le sue dita mi accarezzano il mento. «Poi aspettiamo il giorno della monta. E tu non verrai fino ad allora.»
La fica mi pulsa, il clitoride urla, le ghiandole vaginali sono piene e premono. Sono un lago tra le cosce, e tutti lo vedono.
«Guardate,» dice Volkov indicandomi. «La nostra sposa è bagnata. Pronta. Piena di sperma non ancora versato. Fra tre giorni la riempiremo. Fra tre giorni sarà nostra per sempre.»

