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28. L'orlo della vacca
Il giorno dopo.
Il marmo mi ghiaccia le ginocchia. Volkov mi ha spinto giù con due dita sulla spalla — un gesto leggero, quasi delicato, ma il mio corpo ha ceduto come un sacco vuoto. Le ginocchia urtano il pavimento, le cosce si aprono da sole. Il velo trasparente mi scivola dalle spalle, si ammucchia intorno ai fianchi. Resto nuda. Esposta. Le tettone mi pendono gonfie, i capezzoli due punte violacee che fremono nell'aria tiepida della terrazza.
«Aisha. Zuri. Preparate la vacca.» La voce di Volkov arriva da qualche parte sopra di me, un ronzio soddisfatto. «Voglio che sia sull'orlo per tutto il tempo. Se viene, vi frusto entrambe.»
Le due donne si avvicinano. I loro piedi nudi sul marmo non fanno rumore. Aisha mi compare davanti — le treccine sottili che le incorniciano il viso, l'odore di burro di karité che mi riempie le narici. Zuri mi si inginocchia alle spalle, le sue mani mi afferrano i fianchi, mi aprono di più le cosce.
«Che bella vacca bagnata,» sussurra Zuri. Il suo fiato mi solletica la nuca. «Senti come puzzi di fica eccitata.»
La parola mi arriva all'utero. La fica pulsa — un morso a vuoto che mi strappa un gemito. Sento il mio odore salire, muschiato, animale.
Aisha mi prende il viso tra le mani. I suoi occhi scuri mi fissano. «Adesso ti lecchiamo, vacca. Ti lecchiamo dappertutto. E tu non puoi venire.» Le sue labbra sfiorano le mie — un soffio. «Resisti. Soffri. È questo che vogliamo.»
Poi mi bacia.
La sua lingua mi invade senza fretta — un'esplorazione lenta, calda, che sa di miele e spezie. Mi succhia il labbro inferiore, lo morde piano, lo rilascia con uno schiocco. Le sue mani mi scendono sul collo, sulle spalle, e intanto Zuri dietro di me si china. La sua lingua mi tocca la schiena — una striscia umida che mi percorre la colonna vertebrale, vertebra dopo vertebra. Due bocche. Due lingue. Il mio respiro si spezza in gola.
«Guardate la troia,» grugnisce il barista dal tavolo. Sento il rumore della sua mano che corre su e giù per il cazzo — uno schiocco umido, ritmico. «Due negre che le leccano le tettone e già respira come una cagna in calore.»
«Perché è una cagna in calore,» ride Vincenzo. Le sue dita gialle tamburellano sul legno. «Una cagna con le tettone grosse. Le piace farsi leccare dalle femmine.»
Le loro parole mi entrano nelle ovaie come dita. Aisha stacca la bocca dalla mia — un filo di saliva ci unisce ancora. I suoi occhi mi guardano, e c'è qualcosa di materno in quello sguardo, qualcosa di crudele.
«Senti come ti insultano, vacca?» La sua voce è un sussurro roco. «Ti piace. Ti piace essere la nostra puttana. La nostra cagna tettona.» Le sue labbra mi sfiorano la guancia, il mento, scendono sul collo. La lingua mi traccia una linea fino alla clavicola. «Adesso ti lecco le tettone. E tu non emettere un fiato. Non venire.»
La sua bocca scende. Le sue labbra mi avvolgono il capezzolo sinistro come un frutto maturo. La lingua — calda, ruvida, infinita — mi passa sull'areola in cerchi lenti. Succhia. Il vuoto che crea è una scossa elettrica che mi esplode nella fica. Il clitoride pulsa, si gonfia, e io stringo i denti. Le cosce tremano.
Zuri intanto mi ha raggiunto il culo. Le sue mani mi aprono le natiche, le dita mi scavano la carne sudata. La sua lingua mi trova l'ano — un tocco bagnato, un punto di fuoco che non sapevo di avere. Spinge. Entra. Il gemito che mi esce è un singhiozzo strozzato.
«La negra le sta leccando il culo!» Il barista quasi urla. La sua sedia cigola sotto il suo peso. «Le infila la lingua nel buco del culo e la vacca geme!»
«Zitta, troia,» sussurra Aisha sul mio capezzolo. Le sue labbra si staccano con uno schiocco. Passa all'altro seno, la lingua che disegna cerchi lenti, sempre più piccoli, sempre più vicini al centro. Quando mi prende il capezzolo destro tra i denti e tira piano, vedo stelle bianche dietro le palpebre.
La fica è un lago. Lo sento — il mio liquido che cola, mi bagna le cosce, gronda sul marmo. Il dottore si schiarisce la gola da qualche parte alla mia sinistra.
«La lubrificazione è abbondante,» commenta. La sua voce è piatta, professionale. «Segno di congestione pelvica ottimale. Se resiste altri due giorni senza orgasmo, la probabilità di concepimento al primo rapporto sarà del novanta per cento.»
«Senti, vacca?» Volkov si è avvicinato. Le sue scarpe eleganti entrano nel mio campo visivo, due punte di cuoio nero lucido. «Sei un investimento. Una cavalla da riproduzione. E la tua fica bagnata è il nostro patrimonio.»
Zuri mi stacca la lingua dal culo. Un attimo dopo la sento risalire — le sue labbra mi sfiorano la schiena, le costole, e all'improvviso la sua bocca è sulla mia da dietro. La testa mi gira, il collo si torce per incontrarla. La sua lingua mi invade, mi riempie la bocca del mio stesso sapore — muschiato, salato, animale. Mi bacia a lungo, le sue mani che mi stringono le tettone da dietro, le dita che mi torcono i capezzoli umidi della saliva di Aisha.
E Aisha nel frattempo è scesa. Le sue treccine mi solleticano le cosce, la sua lingua mi traccia una linea dall'ombelico fino al pube. Sento il suo respiro caldo sulla fica — un soffio, un preavviso. Poi la sua lingua mi si appoggia sul clitoride.
Non si muove. Resta lì — un punto di calore immobile, una pressione leggera che mi fa trattenere il respiro. Il clitoride pulsa sotto la sua lingua, si gonfia, grida. E lei non fa niente. Non succhia. Non lecca. Solo preme. Respira.
«Ti piace?» mormora Zuri sulle mie labbra. La sua lingua mi esplora il palato mentre parla. «Ti piace avere la lingua di Aisha sulla fica senza poter venire?»
Non rispondo. Non posso. La voce mi si è bloccata in gola insieme al respiro. Le contrazioni premono — le sento, un terremoto che parte dal collo dell'utero e vuole esplodere. Ma stringo. Trattengo. Le cosce tremano così forte che le ginocchia sbattono sul marmo.
«Guardate la vacca,» sussurra Volkov. La sua voce è piena di meraviglia. «Sta per venire solo con una lingua ferma sul clitoride. Ma non viene. Soffre. Guardate che spettacolo.»
«Io non resisto più,» grugnisce il barista. Sento il rumore della sua mano che accelera — uno schiocco sempre più veloce. «La troia è un lago. Ha allagato il pavimento. Voglio scoparla. Voglio riempirla adesso.»
«Aspetta, vecchio porco.» Volkov lo ferma. «Ancora due giorni. Poi sarà tutta tua. Di tutti noi.»
Aisha muove la lingua. Un movimento minuscolo — una virgola, un cerchio appena accennato sul clitoride. L'orgasmo monta come un'onda nera, mi preme contro la diga che ho costruito in fondo alla pancia. Le ghiandole vaginali sono piene — le sento, due pesi liquidi che spingono per svuotarsi. Il liquido preme contro l'uretra. Trattengo. Un gemito strozzato mi esce nella bocca di Zuri.
«Brava vacca,» sussurra Zuri. Le sue labbra si staccano dalle mie. Mi gira la testa in avanti, verso il tavolo, verso gli uomini. «Guardali. Guarda come ti desiderano.»
Obbedisco. I miei occhi si mettono a fuoco sulle figure intorno al tavolo. Il barista ha il cazzo in mano — una mazza violacea, gonfia, il glande lucido di liquido prespermatico. La sua mano corre su e giù, un movimento furioso che gli fa ballare la pancia a ogni passata. Le sue narici sono dilatate, gli occhi fissi sulla mia fica, sulla testa di Aisha che si muove appena tra le mie cosce.
Vincenzo ha le dita gialle intorno al suo cazzo — più corto, più tozzo, un fungo scuro che spunta dal pugno chiuso. Si masturba lentamente, le dita gialle che stringono, il respiro che gli esce a rantoli. «Ti voglio ingravidare, puttana,» mormora. Le parole mi arrivano come una carezza sporca.
Lorenzo e Matteo sono appoggiati alle colonne della terrazza. Non so quando sono arrivati — forse erano già qui, forse sono entrati dopo. I loro cazzi sono fuori dai pantaloncini, due aste giovani, dure, che puntano verso di me. Si masturbano guardando tutto — le mie tettone che ballano a ogni respiro, la lingua di Aisha sulla mia fica, le mani di Zuri che mi torcono i capezzoli da dietro.
Antonio è in ginocchio in un angolo. Non si tocca. Le sue mani sono abbandonate lungo i fianchi, le dita che tremano. Nei suoi occhiali appannati vedo il riflesso distorto della scena — due donne nere che mi leccano, quattro uomini che si masturbano, un russo elegante che sorride. Le sue labbra tremano. Il suo respiro è un singhiozzo silenzioso.
E poi c'è lo stilista. La giacca viola è aperta, la sciarpa di seta allentata. Il suo cazzo è magro, elegante, quasi aristocratico. Se lo accarezza con due dita — un gesto distratto, estetico, come se stesse valutando una nuova stoffa. Ma i suoi occhi sono due biglie scure, scintillanti, fissi sulle mie tettone.
«Guardali, vacca,» sussurra Zuri nel mio orecchio. Le sue dita mi torcono i capezzoli — un movimento lento, sadico. «Cinque cazzi duri. Cinque maschi che ti vogliono riempire. E tu non puoi venire.»
Aisha stacca la lingua dal mio clitoride. Il vuoto è uno shock — una perdita così improvvisa che emetto un gemito. Lei risale. Le sue labbra lucide della mia eccitazione premono sulle mie, la sua lingua mi riempie la bocca del mio stesso sapore. Mi bacia a lungo, la sua saliva che si mescola alla mia, il suo respiro che mi riempie i polmoni.
«Sai di fica, vacca,» mormora sulle mie labbra. «Sai di femmina in calore. Sei la creatura più sporca che abbia mai assaggiato.» Poi sorride. «Adesso ricominciamo.»
Le due donne si scambiano di posto. Aisha mi si inginocchia dietro, le sue mani mi afferrano le tettone da dietro — le solleva, le strizza, le offre a Zuri. Zuri si piazza davanti a me, le sue labbra carnose dipinte di rossetto scuro. Sorride.
«Adesso tocca a me leccarti la fica, vacca.» La sua voce è un miele roco. «E tu guardami. Guardami mentre ti faccio impazzire.»
La sua testa rasata scende. Le sue labbra mi si appoggiano sul pube, poi scendono. La lingua mi trova il clitoride — più decisa di Aisha, più affamata. Un movimento a spirale, sempre più stretto, sempre più veloce. Il mio respiro si blocca. Le mani di Aisha mi torcono i capezzoli, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi annebbia la vista.
«Ti piace?» La voce di Zuri arriva ovattata, tra una leccata e l'altra. «Ti piace la mia lingua sulla fica?»
«Sì... sì...» La voce mi esce in un rantolo.
«E ti piace guardare quei cazzi duri che ti vogliono scopare?»
«Sì... oh cazzo... sì...»
«Ma non puoi venire. Non puoi. Il padrone te lo ha proibito. Soffri, vacca. Soffri per noi.»
La sua lingua accelera. Le contrazioni premono — un terremoto che mi sale dall'utero, che vuole esplodere. Il clitoride pulsa, si ritrae, si gonfia di nuovo. Il liquido spinge, una pressione assurda dietro l'uretra. Stringo. Stringo tutto — la fica, il culo, i denti. Un gemito mi esce in un ululato strozzato.
«Sta per esplodere,» commenta il barista. La sua mano è una furia. «La vacca sta per sborrare. Lo sento da qui.»
«Trattieni, troia,» ordina Volkov. La sua voce è un taglio. «Trattieni o ti faccio frustare.»
Stringo. Piango. Le lacrime mi rigano il viso, si mescolano al sapore della mia stessa fica che Zuri mi ha lasciato in bocca. Le cosce tremano, le ginocchia sbattono sul marmo, e io stringo. Trattengo. Il piacere è una tortura, una lama che mi scava dentro senza tagliare.
Poi Zuri si ferma. La sua lingua si stacca con uno schiocco, le sue labbra risalgono. Un attimo dopo Aisha mi gira la testa verso di lei, e la sua bocca preme sulla mia — un bacio profondo, diverso, disperato. Le sue mani mi tengono il viso fermo, le sue dita mi scavano le guance. Beve i miei singhiozzi, la mia frustrazione, il mio piacere bloccato. Poi si stacca. Zuri prende il suo posto — le sue labbra carnose mi succhiano il respiro, la lingua mi riempie la gola. Mi baciano a turno, una dopo l'altra, passandomi la bocca come un oggetto, e ogni bacio è più profondo del precedente, più affamato.
«Sei la nostra puttana,» sussurra Aisha sulle mie labbra.
«La nostra vacca da monta,» aggiunge Zuri baciandomi subito dopo.
«Il nostro contenitore di sperma,» mormora Aisha.
«E noi ti terremo sull'orlo per sempre,» conclude Zuri.
Le loro voci sono due sciami d'api nelle mie orecchie. Ogni parola mi spinge più vicina a un orgasmo che non posso avere. Intorno a me, i maschi si masturbano sempre più veloci — sento i loro grugniti, il rumore delle loro mani bagnate, l'odore del loro sperma imminente.
Volkov si china. Le sue dita mi sollevano il mento. I suoi occhi azzurri sono due fessure gelide.
«Adesso ognuno di loro ti sborrera’ addosso, vacca. Sulle tettone. Sul viso. Sulla schiena. E tu non emetterai un fiato. Resterai lì, inginocchiata, in mezzo alle tue due puttane negre che ti tengono sull'orlo. E quando avranno finito, Aisha e Zuri ti leccheranno via tutto. Ogni goccia. Ogni schizzo. E tu non verrai. Non oggi. Non domani. Solo tra due giorni. Quando ti riempiremo.»
«Per favore...» La voce mi esce in un sussurro rotto. «Per favore, padrone... lasciami venire...»
Lui sorride. Il suo sorriso è una lama sottile.
«No.»
E la sua mano mi lascia il mento. Aisha e Zuri riprendono a leccarmi — una sulla fica, una sulla bocca — e io rimango inginocchiata sul marmo, le tettone gonfie di desiderio represso, le cosce bagnate, le lacrime che mi rigano il viso. I maschi si alzano dal tavolo. Cinque ombre che mi circondano, cinque cazzi duri che mi puntano addosso.
Il primo schizzo mi colpisce la tetta sinistra. Caldo. Denso. Riconosco il grugnito del barista, il suo odore di vino e sigaro che si mescola all'odore del suo sperma. Un secondo getto mi centra la clavicola — Vincenzo, le sue dita gialle che si muovono furiosamente. Poi altri schizzi, altre mani, altri grugniti, e io li prendo tutti.
Il secondo schizzo mi centra il capezzolo destro. Lo sperma di Vincenzo è denso, giallastro, un grumo caldo che mi si spiaccica sull'areola e cola giù in un rivolo lento verso lo sterno. Le sue dita gialle si muovono ancora furiosamente, e un terzo getto mi arriva più in alto — mi colpisce il mento, mi impasta le labbra. Il sapore mi entra in bocca. Salato. Ferroso. Vino vecchio.
«Prendi, vacca!» La voce di Vincenzo è un rantolo catarroso. «Prendi la mia sborra sulle tettone!»
Lorenzo e Matteo si avvicinano insieme. I loro cazzi giovani, duri, pulsanti, puntano le mie mammelle come due armi cariche. Lorenzo spinge il bacino in avanti e il suo getto mi attraversa il solco tra i seni — una striscia bianca, collosa, che unisce le due masse di carne in un ponte di sperma. Matteo lo segue un secondo dopo, mirando più in alto, e il suo liquido caldo mi schizza sulla clavicola sinistra, mi cola giù fino al capezzolo.
«Così, troia tettona,» grugnisce Lorenzo. «Sembri una torta glassata.»
«Lecca, negra!» ordina il barista ad Aisha. «Lecca tutto!»
Aisha si stacca dalla mia fica con uno schiocco umido. La sua testa risale, le treccine mi strusciano sulle cosce bagnate. La vedo avvicinarsi al mio petto — i suoi occhi scuri fissi sulle tettone ricoperte di strati di sperma. La sua lingua esce, lunga, rosa contro la pelle nera delle labbra. Si appoggia sul mio sterno e inizia a risalire.
Il contatto mi strappa un gemito strozzato. La sua lingua è calda, ruvida — trascina via lo sperma di Vincenzo e Matteo in una sola strisciata umida, raccogliendo tutto, accumulandolo sulla lingua come un catino. Sento il suo respiro caldo sulla pelle sudata, il rumore bagnato della saliva che si mescola allo sperma. Mi guarda mentre lo fa. I suoi occhi mi fissano dall'alto, e c'è qualcosa di trionfante in quello sguardo.
Zuri intanto mi ha raggiunto il fianco destro. La sua testa rasata brilla alla luce delle lampade. La sua lingua — più larga di quella di Aisha, più carnosa — mi percorre la tetta destra, raccogliendo lo sperma di Vincenzo dal capezzolo, dall'areola, dalla carne gonfia. Il suo movimento è lento, quasi sensuale. Sembra che stia assaporando ogni goccia.
«Che spreco sarebbe,» mormora Zuri, la voce ovattata contro la mia pelle, «lasciare tutta questa sborra sulle tue tettone senza fartela assaggiare.»
Poi entrambe risalgono. Le loro lingue sono due spatole cariche — gonfie di sperma, lucide di saliva. Aisha mi prende il viso tra le mani. Zuri mi afferra la nuca. E insieme, schiudono le labbra e premono sulla mia bocca.
Non è un bacio. È un'offerta. Un rituale.
Le loro lingue spingono insieme, invadono la mia cavità orale, e la poltiglia calda che hanno raccolto mi si riversa sulla lingua. Il sapore esplode. Sento lo sperma di Vincenzo — ferroso, acre, con un retrogusto di vino. Sento quello di Lorenzo e Matteo — più dolce, più liquido, due sapori diversi mescolati insieme. La saliva di Aisha sa di miele e della mia stessa fica. Quella di Zuri sa di qualcosa di terroso, di radice, di Africa.
Inghiotto. Il riflesso mi scatta in gola prima che possa pensarci. La poltiglia scende giù, densa, calda, e mi riempie l'esofago di un tepore disgustoso e meraviglioso. Le mie labbra si chiudono intorno alle loro lingue e succhiano — un movimento involontario, un bisogno che non sapevo di avere. Voglio altra sborra. Voglio tutto.
«Guardate la vacca!» Il barista ride alle mie spalle. «Ha ingoiato la nostra sborra come una cagna affamata!»
«È una troia,» aggiunge Vincenzo. Le sue dita gialle tamburellano più forte sul tavolo, anche se ha appena eiaculato. «Una troia che mangia lo sperma dalle lingue delle negre.»
Le parole mi entrano nelle ovaie come dita sporche. Le contrazioni premono — un'onda nera che mi sale dall'utero, che vuole esplodere. Il clitoride pulsa, si gonfia, e io stringo i denti. La saliva di Aisha e Zuri mi cola ancora dalle labbra, scende giù per il mento, e io respiro a fatica. Trattengo. Soffro.
Aisha e Zuri si scambiano uno sguardo. Poi tornano giù. Le loro teste si chinano sulle mie tettone — Aisha a sinistra, Zuri a destra — e le loro lingue riprendono a lavorare. Ogni leccata è una tortura. La lingua di Aisha mi avvolge il capezzolo sinistro, succhia via lo sperma del barista che si era rappreso sul bordo dell'areola. Il suo morso leggero mi strappa un gemito.
«Zitta, vacca,» sussurra Zuri, la sua lingua che mi ripulisce lo sterno. «Non devi fare rumore. Devi solo ingoiare.»
Una terza ondata di sperma mi arriva addosso prima che possano finire. Lo stilista — la giacca viola ormai aperta, la sciarpa di seta gettata su una spalla — si è avvicinato silenziosamente. Il suo cazzo magro, elegante, pulsa nella sua mano curata. Non geme. Non grugnisce. Si limita a sospirare — un sospiro estetico, come davanti a un'opera d'arte — e il suo getto mi colpisce la tetta destra, proprio sopra il capezzolo. È uno sperma chiaro, quasi trasparente, che sa di vino bianco e raffinatezza.
«Le mie creazioni hanno bisogno di essere nutrite,» mormora lo stilista, accarezzandomi il capezzolo con la punta del suo glande ancora umido. «E tu, musa oscena, devi assaggiare ogni mio pensiero.»
Aisha risale. La sua lingua è di nuovo carica — questa volta raccoglie lo sperma dello stilista e un residuo di Matteo, mischiati in una poltiglia tiepida. Zuri fa lo stesso dall'altro lato. E di nuovo, le loro bocche premono sulla mia.
Questa volta il bacio è più profondo. Le loro lingue si intrecciano nella mia bocca come due serpenti caldi, spingono lo sperma sulla mia lingua, contro il mio palato, e io ingoio. Inghiotto tutto. Il sapore dello stilista è delicato, fruttato, quasi femminile. Si mescola al retrogusto ferroso di Vincenzo che mi è rimasto in gola. I miei occhi si chiudono da soli. Un gemito mi scappa — un suono roco, strozzato, che fa vibrare le loro lingue nella mia bocca.
«La vacca gode,» annuncia il barista. La sua voce è piena di meraviglia e disprezzo. «Gode a mangiare la nostra sborra dalle bocche delle puttane negre. È la cosa più oscena che abbia mai visto.»
«E non ha ancora finito,» ride Volkov da qualche parte sopra di me. Le sue scarpe eleganti scricchiolano sul marmo. «Mancano ancora i pugili giovani. Vero, Lorenzo? Matteo?»
Altri schizzi mi colpiscono. Lorenzo e Matteo si sono di nuovo avvicinati — i loro cazzi sono ancora duri, la giovinezza che permette loro di eiaculare due, tre volte senza sosta. Il getto di Lorenzo mi centra la tetta sinistra, proprio mentre Aisha si era appena staccata per prendere fiato. Il getto di Matteo mi colma il solco tra i seni, una pozza bianca che minaccia di colare giù fino alla pancia.
Aisha e Zuri non hanno più bisogno di ordini. Si chinano insieme, le loro teste che quasi si toccano, e leccano. Le loro lingue corrono veloci, raccogliendo tutto — lo sperma fresco di Lorenzo e Matteo, gli ultimi residui dello stilista, una goccia di Vincenzo che era colata fino allo sterno. Il rumore delle loro leccate è un suono bagnato, costante, che riempie la terrazza insieme ai grugniti dei maschi.
Poi risalgono. Due lingue cariche. Due bocche che premono sulla mia.
Questo bacio è diverso. Non è un trasferimento meccanico. È un bacio profondo, sensuale, come se volessero scoparmi la bocca con le loro lingue piene di sperma. La saliva di Aisha sa di me — sa della mia fica che ha leccato prima, sa del mio piacere che non posso esprimere. La saliva di Zuri sa di qualcosa di primitivo, di terra bagnata, di radici scure. E sopra tutto, il sapore dello sperma — ora dolce, ora ferroso, ora fruttato, ora acre. Un cocktail di maschi che mi riempie la bocca e mi cola in gola.
Inghiotto. Le contrazioni premono. Il mio utero si contrae a vuoto, la mia fica morde l'aria, e io stringo le cosce. Le ginocchia sbattono sul marmo. Un gemito mi scappa nella loro bocca — un suono animale, un muggito strozzato che Aisha e Zuri bevono insieme.
«Sta per venire,» sussurra Zuri sulle mie labbra. La sua voce è un miele roco. «Senti come trema? Come si contrae?»
«Non può,» risponde Aisha. Le sue labbra si staccano dalle mie con uno schiocco. Un filo di saliva e sperma ci unisce ancora. «Il padrone ha detto no. E noi obbediamo.»
«Ma guardate che spettacolo,» mormora Volkov. Si è chinato, il suo viso è accanto al mio. I suoi occhi azzurri mi scrutano da vicino. «La vacca ha la bocca piena di sborra, le tettone lucide di saliva, e non può venire. È il momento più bello della giornata.»
Le sue dita mi afferrano il mento. Mi gira la faccia verso di lui. «Apri la bocca, troia. Fammi vedere.»
Apro la bocca. La lingua è ancora sporca — una patina bianca di sperma e saliva che brilla alla luce delle candele. Lui annuisce, soddisfatto.
«Inghiotti tutto. Brava. Sei una vacca obbediente.»
Poi le sue dita mi lasciano. Aisha e Zuri tornano giù. Le loro lingue mi percorrono le tettone ancora una volta, raccogliendo una goccia sfuggita, un rivolo dimenticato. Sento la lingua di Aisha sul capezzolo sinistro — un movimento a spirale, lentissimo, che mi prosciuga ogni pensiero. La lingua di Zuri mi scende sulla pancia, raccoglie una colata di sperma che era arrivata fino all'ombelico, risale.
E di nuovo, le loro bocche sulle mie.
Questa volta non c'è quasi più sperma. Solo il sapore di loro — di Aisha, di Zuri, della mia stessa fica. Le loro lingue mi esplorano la bocca come due amanti, si intrecciano con la mia, succhiano, mordono piano. Il bacio è infinito. Il piacere è una lama che mi scava dentro.
«Ti prego,» sussurro nella loro bocca. La voce mi esce rotta, implorante. «Ti prego, lasciatemi venire...»
«No.» La voce di Volkov è un taglio netto. «Ancora due giorni, vacca. Due giorni di questo. E ogni giorno ti riempiremo la bocca di sborra, e ogni giorno tu la ingoierai, e ogni giorno non verrai.»
Le lacrime mi rigano il viso. Non so se sono lacrime di dolore o di piacere. Forse entrambi. Forse nessuno dei due. Forse sono solo lacrime di resa.
Aisha e Zuri mi baciano ancora. Le loro lingue mi puliscono le labbra, il mento, le guance. Mi leccano via le lacrime. Mi leccano via lo sperma che mi era colato fino al collo. E ogni leccata mi spinge più vicina a un orgasmo che non posso avere.
«Puttana dalle tettone grosse,» grugnisce il barista dietro di me. «Domani ti riempio di nuovo la bocca. E dopodomani. E poi ti riempiamo la fica e il culo. E tu sarai nostra per sempre.»
Le sue parole mi entrano nelle ovaie. Le contrazioni si fanno più forti. Il clitoride pulsa, si ritrae, si gonfia di nuovo. Il liquido preme contro l'uretra — lo sento, un peso caldo che vuole esplodere. Ma stringo. Trattengo. Un singhiozzo mi scappa nella bocca di Zuri.
«Brava vacca,» sussurra lei. La sua lingua mi accarezza il palato. «Resisti. Soffri. È questo che vogliamo.»

