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29. La bocca piena di sborra
Volkov ordina a tutti di mettersi in cerchio intorno alla puttana tettona e di sborrarle di nuovo addosso, come si merita una puttana in calore.
Il primo schizzo mi esplode sulla tetta sinistra. È denso, bollente, una colla bianca che mi si spiaccica sul capezzolo ancora umido della saliva di Aisha. Riconosco il grugnito del barista — quel rantolo catarroso che si strozza in gola — mentre il suo getto mi cola giù verso lo sterno. Un secondo schizzo mi centra la clavicola. Vincenzo. Le sue dita gialle che stringono il cazzo tozzo e scuro, il suo respiro che sa di vino vecchio e denti marci. Il terzo mi arriva sulla tetta destra — Lorenzo o Matteo, non so, non distinguo più i loro odori, solo il calore dello sperma che si aggiunge allo sperma, strati su strati, una poltiglia che mi impasta la pelle e mi fascia i seni come una seconda epidermide.
«Prendila, vacca!» La voce del barista è un ruggito. Un altro getto, questo sul collo. «Prendi la sborra dei tuoi padroni!»
Altri schizzi. Lo stilista mi colpisce il mento con un filo sottile, preciso, quasi elegante. Poi ancora i pugili, che si alternano, grugniscono, si svuotano. Il mio corpo è una tela bianca che loro dipingono a getti, e io resto inginocchiata sul marmo, le cosce aperte, le braccia molli lungo i fianchi. Le tettone sono due montagne di sperma — il bianco copre il violaceo dei capezzoli, colma il solco tra i seni, mi gocciola sulla pancia e si mescola al mio stesso liquido che ancora mi cola dalle cosce.
Sento tutto. Ogni goccia. Ogni schizzo. Ogni insulto.
«Troia schifosa, guarda come ti abbiamo conciata.»
«Sembri una vacca da latte dopo la mungitura.»
«No, sembra una puttana da sborra. Una puttana pulisci-cazzi.»
«Adesso lecca. Lecca la nostra sborra, vacca.»
Ma non sono io a leccare.
Aisha mi compare davanti, le sue treccine che mi solleticano le ginocchia. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tengono ferma. I suoi occhi scuri guardano i miei seni coperti di sperma come si guarda un piatto prelibato. Poi si china. La sua lingua — quella lingua calda, ruvida, che conosco ormai meglio della mia — si appoggia sulla mia tetta sinistra e traccia una striscia lenta dal capezzolo fino allo sterno.
Il gemito che mi esce è un singhiozzo.
La lingua di Aisha raccoglie lo sperma del barista. Lo vedo — quel velo bianco che si accumula sulla sua lingua rosa, uno strato denso, colloso, che lei non ingoia. Trattiene. Poi risale. La sua bocca è sulla mia prima che possa respirare. Le sue labbra premono, si aprono, e la sua lingua mi riversa in bocca tutto lo sperma che ha raccolto.
Il sapore mi esplode in gola. Salato. Amaro. Acido. Il sapore del barista — vino, sigaro, sudore — mescolato a qualcosa di più primitivo, un fondo ferroso che sa di animale. La lingua di Aisha spinge, mi riempie la bocca di quella poltiglia calda, e io non ho scelta — deglutisco. Il muscolo della gola si contrae, e lo sperma mi scende giù, mi riempie lo stomaco, mi segna dall'interno.
«Brava vacca,» sussurra Aisha sulle mie labbra. La sua lingua mi lecca il mento, raccoglie una goccia che mi era sfuggita. «Adesso ingoia anche quella di Vincenzo.»
Si china di nuovo. La sua lingua mi pulisce la clavicola, raccoglie lo sperma del vecchio — più amaro, più denso, un sapore che sa di putrefazione e di dita gialle. Risale. Le sue labbra mi si appoggiano di nuovo sulla bocca, e questa volta il bacio è più lento. La sua lingua mi scivola tra le labbra come un amante paziente, mi deposita lo sperma sulla lingua, lo spalma sul palato. Deglutisco di nuovo. Il sapore di Vincenzo mi riempie la gola, mi scende nel petto, mi si attacca alle pareti dello stomaco come una seconda pelle.
Zuri intanto mi ha raggiunto il seno destro. La sua testa rasata brilla alla luce delle candele, le sue labbra carnose dipinte di rossetto scuro si appoggiano sul mio capezzolo e succhiano. Non è un bacio — è una mungitura. Le sue labbra tirano, la sua lingua raccoglie lo sperma di Lorenzo e Matteo, e quando si stacca sento lo schiocco umido della sua bocca che si svuota sulla mia.
La sua lingua è più grande di quella di Aisha. Mi riempie la bocca fino alla gola, mi deposita lo sperma direttamente in fondo, e io deglutisco due, tre volte per mandarlo giù tutto. Il sapore dei pugili è diverso — più giovane, più salato, meno acido. Sa di sudore fresco e di proteine, di muscoli giovani e di testosterone.
«Senti il sapore dei nostri maschi, vacca?» La voce di Zuri è un miele roco contro le mie labbra. «Senti come ti riempiono anche da dentro?»
Non rispondo. Non posso. La bocca è piena, la gola è piena, lo stomaco è pieno. E Aisha è già di nuovo china sulla mia tetta sinistra, la lingua che raccoglie lo sperma dello stilista — quel getto sottile che mi aveva colpito il mento, colato giù, mischiato agli altri. Risale. Mi bacia. Deglutisco. Poi di nuovo Zuri, poi di nuovo Aisha, e ogni bacio è una poppata di sperma, ogni lingua è un cucchiaio che mi imbocca il seme dei miei padroni.
Il piacere monta senza che io possa fermarlo.
Non è l'orgasmo — non ancora. È qualcosa di più profondo, più viscerale. È il mio stomaco che si riempie di loro, il mio respiro che sa di maschio, le mie narici che odorano solo di sperma e di fica eccitata. Le contrazioni premono — le sento, un terremoto che parte dal collo dell'utero e vuole esplodere, ma io stringo. Trattengo. Le cosce tremano, le ginocchia sbattono sul marmo, e le lacrime mi rigano il viso portandosi via un po' di sperma che mi era colato sulla guancia.
«Guardate la vacca,» grugnisce il barista. Il suo cazzo è ancora in mano, ancora duro, nonostante abbia appena eiaculato. «Sta piangendo. Piange mentre ingoia la nostra sborra.»
«Perché le piace,» ride Vincenzo. Le dita gialle tamburellano sul tavolo. «Le piace essere il nostro sborratoio. Le piace avere la pancia piena di noi.»
«È una puttana tettona,» aggiunge Lorenzo da qualche parte alla mia destra. «Una puttana pulisci-cazzi. Guardate come deglutisce. Sembra che non abbia mai mangiato altro.»
Le loro parole mi entrano nelle ovaie come dita. La fica pulsa — un morso a vuoto che mi strappa un gemito. Aisha ha appena finito di raccogliere lo sperma che mi era colato nello sterno, e le sue labbra premono sulle mie. La sua lingua mi spinge in bocca l'ennesimo carico, ma questa volta non deglutisco subito. Trattengo. Sento lo sperma che mi riempie la bocca, che mi gonfia le guance, che preme contro i denti. È troppo — una quantità assurda, una poltiglia calda che sa di tutti loro, di ognuno dei maschi che mi hanno appena segnata.
«Ingoia, troia,» ordina Volkov. La sua voce è un taglio netto. «Ingoia tutto.»
Deglutisco. Il muscolo della gola si contrae tre, quattro volte. Lo sperma mi scende giù a ondate, mi riempie lo stomaco, e quando finalmente ho finito, Aisha mi infila due dita in bocca — un gesto quasi materno, quasi crudele. Le sue dita raccolgono gli ultimi residui di sperma dalle mie guance, dalle mie labbra, e me li spingono sulla lingua. Le succhio. Le succhio come se fossero un cazzo, come se stessi mungendo le dita di Aisha per avere ancora un po' di quel sapore, di quel seme, di quell'umiliazione.
«Così, vacca,» mormora Zuri. Le sue labbra mi sfiorano l'orecchio. «Pulisci le dita di Aisha. Pulisci tutto. Sei il nostro straccio da sborra.»
La sua lingua mi scende sulla schiena — anche lì c'è sperma, schizzi che mi hanno colpito le scapole mentre mi chinavo. La sento raccogliere ogni goccia, risalire, e quando la sua bocca preme sulla mia, il suo bacio è un pasto. Deglutisco ancora. E ancora. E ancora.
Non so più quanto sperma ho ingoiato. Non so più di chi è. I sapori si mescolano nella mia bocca, nella mia gola, nel mio stomaco, e diventano un sapore unico — il sapore dei miei padroni. Il sapore della mia sottomissione.
E intanto loro continuano a parlarmi addosso.
«Hai la pancia piena di noi, puttana.»
«Sembri incinta di sborra prima ancora di essere incinta di figli.»
«Sei il nostro water. Il nostro cesso da sborra.»
«E tra tre giorni ti riempiremo anche l'utero.»
«Ti ingravideremo, vacca. E quando sarai incinta, continueremo a scoparti. Ti terremo sempre piena — di sperma davanti, di sperma dietro, di sperma in pancia. Sarai il nostro contenitore per sempre.»
Le parole mi entrano nella testa e mi esplodono nel basso ventre. Le contrazioni premono — un terremoto che mi sale dall'utero fino alla gola. Il clitoride pulsa, si gonfia, si ritrae, e il liquido spinge per uscire dalle ghiandole vaginali. Stringo. Trattengo. Le cosce tremano così forte che sento le ginocchia scricchiolare contro il marmo.
Zuri se ne accorge. La sua lingua mi scende sulla fica — un tocco leggero, appena un soffio — e io quasi esplodo. Ma lei si ritrae subito. Ride. Un suono basso, roco, che mi vibra nelle ovaie.
«Non ancora, vacca. Non oggi.»
Aisha mi afferra il mento. Le sue dita mi stringono le guance, mi aprono la bocca. I suoi occhi scuri mi fissano, e c'è qualcosa di trionfante in quello sguardo. Poi gira la testa verso il tavolo.
«Chi vuole darle ancora da mangiare?» La sua voce è un invito, una sfida. «La vacca ha ancora fame. Guardate come apre la bocca. Sembra un uccellino che aspetta il pasto.»
I maschi ridono. Il barista si alza — la pancia che gli sbatte contro il bordo del tavolo, il cazzo ancora duro che gli penzola fuori dai pantaloni. Si avvicina barcollando, le sue dita nere che gli stringono l'asta. Si ferma davanti a me. Il suo glande violaceo è a pochi centimetri dalla mia bocca.
«Apri, vacca. Ti do il dessert.»
Aisha mi tiene il mento, mi tiene la bocca aperta. Zuri mi stringe le spalle da dietro. E io non posso fare altro che inginocchiarmi, aprire la bocca, e aspettare.
Il barista spinge il bacino in avanti. Il suo glande mi preme sulle labbra, le apre di più, entra. Non è un bacio — è un'occupazione. La sua carne mi riempie la bocca, mi preme la lingua, mi arriva in gola. E io lo succhio. Succhio il suo cazzo come ho appena succhiato le dita di Aisha, come succhierei qualsiasi cosa loro mi mettano in bocca. Il sapore è salato, amaro, un concentrato di barista che mi impregna il palato e mi cola in gola insieme agli ultimi residui di sperma.
«Brava vacca,» grugnisce lui. Le sue dita mi afferrano i capelli, mi tengono ferma. «Succhia. Succhia il cazzo del tuo padrone. E poi ingoia. Ingoia tutto.»
Spinge più a fondo. Il glande mi tocca l'ugola, e io soffoco. Le lacrime mi rigano il viso, si mescolano allo sperma secco che mi è rimasto sulle guance. Ma non mi tiro indietro. Succhio. Succhio con tutta la fame che ho in corpo, con tutta la disperazione di un piacere che non posso avere.
Lui esplode senza preavviso. Un getto caldo, denso, che mi riempie la gola e mi cola direttamente nello stomaco. Deglutisco. Deglutisco ancora. Il suo sperma è una colla bianca che mi scende giù a ondate, e io lo prendo tutto, lo ingoio tutto, lo faccio mio.
Quando si sfila, un filo di sperma e saliva mi cola dal mento. Aisha si china. La sua lingua lo raccoglie. Poi mi bacia di nuovo, e quel filo me lo deposita sulla lingua.
«Non si spreca niente, vacca,» sussurra. «Niente.»
Intorno a me, gli altri maschi si stanno già alzando. Altri cazzi duri. Altro sperma in arrivo. Altro cibo per la loro vacca da monta.
E io rimango inginocchiata sul marmo, la bocca aperta, il corpo in fiamme, le contrazioni che premono contro la diga che ho costruito in fondo alla pancia. Il piacere è una lama che mi scava dentro senza tagliare. Le ghiandole vaginali sono piene, gonfie, due pesi liquidi che premono per svuotarsi. Il clitoride pulsa, si gonfia, si ritrae, e ogni volta che una lingua mi tocca, ogni volta che una voce mi insulta, ogni volta che un cazzo mi riempie la bocca, l'orgasmo monta più vicino.
Ma non posso. Non posso venire.
Volkov mi osserva da lontano. I suoi occhi azzurri sono due fessure gelide che mi valutano, mi soppesano, mi possiedono. Sorride.
«Ancora, vacca. Non fermarti. Prendi tutto quello che ti diamo. E non venire. Soffri. Soffri per noi.»

