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30. Innamorandosi
La porta della villa si chiuse con un tonfo sordo che mi vibrò nelle ossa. Ero ancora in ginocchio sul marmo, le cosce incollate al pavimento da un misto di sperma rappreso e del mio stesso liquido. L'ultimo a uscire fu il barista — la pancia sudata mi premette contro la schiena mentre si chinava. Le sue dita nere mi strizzarono la tettona sinistra, un addio possessivo.
«Ci vediamo tra tre giorni, vacca. Torna affamata.» La lingua mi passò sulla guancia, raccogliendo una crosta di sperma che si era dimenticato. Poi la spinse nella mia bocca. Deglutii. Ancora.
Vincenzo mi mordicchiò l'orecchio, il suo alito di vino e denti marci che mi riempiva le narici. «Sogna il mio cazzo stanotte, puttana tettona. Perché tra tre giorni te lo metto nel culo e non lo tolgo più.» Le dita gialle mi tamburellarono sulla nuca.
I pugili — Lorenzo, Matteo, gli altri — mi passarono accanto uno dopo l'altro, ognuno lasciandomi addosso qualcosa: un ceffone sul culo, uno strattone ai capezzoli, una lingua nell'orecchio, un insulto sussurrato. Lo stilista fu l'ultimo, la sciarpa di seta che mi sfiorò la schiena nuda mentre si chinava per un bacio profondo, la lingua che mi esplorò il palato con una lentezza estetica, come se stesse assaggiando una nuova stoffa. «Sei un capolavoro, vacca. Un capolavoro osceno.»
Poi silenzio. Il marmo freddo sotto le ginocchia. L'odore del mio corpo — fica eccitata, sperma secco, sudore, saliva — che riempiva la terrazza come un profumo animale. Le tettone mi pendevano gonfie, i capezzoli due punte violacee che fremevano nell'aria tiepida della notte. Tra le cosce, il mio liquido continuava a colare — un rivolo caldo, costante, che mi bagnava l'interno coscia.
Ero un forno. Una fornace accesa nel basso ventre che bruciava senza consumarsi. La fica pulsava a vuoto — contrazioni che partivano dal collo dell'utero e morivano nel nulla. Il clitoride era un grumo gonfio, ipersensibile, ritratto sotto il cappuccio ma ancora urlante. Le ghiandole vaginali premevano dolorosamente — due pesi liquidi, pieni fino a scoppiare, che spingevano per svuotarsi ma non potevano. Non potevo. Il divieto di Volkov era un muro di cemento nella mia testa.
Due settimane senza orgasmo. Poi la prova degli abiti. Poi la leccata di Aisha e Zuri. Poi gli schizzi di sperma. Poi le poppate di sperma. Poi i pompini. Strati su strati di eccitazione accumulata, compressa, sigillata.
Le sue scarpe eleganti scricchiolarono sul marmo. Volkov mi si fermò davanti — le punte di cuoio nero lucido a pochi centimetri dalle mie ginocchia. Sentii le sue dita sotto il mento, mi sollevarono il viso con una dolcezza che mi spiazzò.
I suoi occhi azzurri non erano più lame. Erano due cieli estivi — limpidi, caldi, quasi teneri. Il pollice mi accarezzò il labbro inferiore, ancora gonfio dei baci di tutti gli uomini che mi avevano usata.
«Guardati.» La sua voce era un sussurro. Non un ordine. Una constatazione meravigliata. «Sei la creatura più bella che abbia mai visto.»
Aggrottai la fronte. Il contrasto tra le sue parole e tutto quello che mi aveva fatto — gli insulti, le corde, i cazzi, lo sperma ingoiato — mi confuse. Lui sorrise. Si chinò. Le sue labbra premettero sulle mie in un bacio che non aveva niente della brutalità di prima. La lingua mi si infilò in bocca con una lentezza da amante — mi esplorò il palato, mi accarezzò la lingua, si ritrasse per lasciarmi respirare.
«Sei bellissima, vacca tettona.» Le parole mi arrivarono calde sulle labbra. «Mi sto innamorando di te. Stanotte voglio passarla con te. Tutta la notte. Solo io e te.»
La fica mi pulsò. Innamorando. La parola mi esplose nell'utero come una bomba. Lui — Volkov, il freddo, il calcolatore, il padrone — si stava innamorando di me? Della sua vacca? Del suo contenitore di sperma?
Mi sollevò da terra come se non pesassi niente. Le braccia mi avvolsero — una sotto le ginocchia, una dietro la schiena — e mi strinse al suo petto. La camicia di seta nera mi graffiò i capezzoli ipersensibili. L'odore di dopobarba e vodka menta mi riempì le narici. Appoggiai la testa contro la sua spalla, le tettone schiacciate contro il suo torace, e lui mi portò via dalla terrazza.
La camera da letto era un nido di penombra. Candele accese, tende bianche che ondeggiavano nella brezza notturna. Il letto era un'enorme distesa di lenzuola di raso color panna. Mi ci depositò sopra con una delicatezza che mi fece quasi piangere — la schiena contro il raso fresco, le cosce che si aprivano da sole, le braccia abbandonate lungo i fianchi.
«Non muoverti,» mormorò. «Resta così. Voglio guardarti.»
Si sfilò la camicia. Il suo petto era una distesa di muscoli scolpiti, l'ombelico un taglio netto sopra i pantaloni di lino. Le sue mani mi percorsero il corpo senza toccarmi — un centimetro sopra la pelle, un fantasma di carezza che mi fece venire la pelle d'oca. Dalla gola mi uscì un gemito strozzato.
«Ti piace?» La sua voce era un miele scuro.
«Sì... padrone...»
«Non chiamarmi padrone stanotte.» Si chinò. Le labbra mi sfiorarono la clavicola — un bacio leggero, quasi casto. «Chiamami per nome.»
«Volkov...» Lo provai sulla lingua. Era strano. Intimo. Proibito.
Lui sorrise contro la mia pelle. Poi si distese accanto a me, il corpo caldo che premeva contro il mio fianco. Le sue braccia mi avvolsero, mi strinsero forte, e all'improvviso mi ritrovai abbracciata — il mio corpo nudo e sporco incollato al suo, le tettone schiacciate contro il suo petto, la fica bagnata premuta contro la sua coscia. Il suo cazzo — quel cazzone enorme, duro, bollente — mi premeva contro l'anca.
Ma non mi penetrò.
Cominciò a strofinarsi. Un movimento lento, ritmico, il bacino che premeva contro il mio. La sua asta mi scivolò sulla pancia, tra i seni, lungo la coscia. Mai dentro. Mai. Il calore del suo corpo, il suo odore pulito mescolato all'odore sporco del mio, il suo respiro che accelerava — tutto mi stava facendo impazzire.
«Volkov... per favore...» La voce mi uscì in un lamento. «Scopami... ti prego...»
«No.» La sua voce era un taglio, ma dolce. Quasi dispiaciuto. «Non stanotte, vacca. Non ancora. Devi resistere.»
Mi baciò. La lingua mi invase la bocca, mi succhiò il respiro, e intanto il suo corpo si strofinava sul mio con una lentezza da tortura. Sentivo ogni centimetro della sua pelle sulle mie tettone, sulla pancia, sulle cosce. Il suo cazzo era un palo incandescente che mi segnava la carne senza entrare, un fantasma di penetrazione che mi faceva contrarre la fica a vuoto. Le mani mi afferrarono le tettone, le strizzarono, e io emisi un gemito strozzato nella sua bocca.
«Ti piacciono le mie mani sulle tue mammelle da vacca?» mormorò sulle mie labbra.
«Sì... sì, mi piacciono...» La voce mi tremava. Il piacere stava montando — le contrazioni, il clitoride, il liquido. Sentivo l'orgasmo avvicinarsi, una marea nera che saliva dal basso ventre. «Volkov... sto per... ti prego... fammi venire...»
Lui si fermò. Le mani mi lasciarono le tettone. Il corpo si allontanò di qualche centimetro. L'orgasmo si ritrasse come un'onda che non trova riva, lasciandomi vuota, pulsante, frustrata.
«No, vacca schifosa. Non ancora.» La sua voce era cambiata — dal miele all'acciaio in un istante. «Sei la mia puttana tettona, la mia troia da monta, e non godrai finché non te lo ordino io. Hai capito, zoccola?»
«Sì... ho capito...» Le lacrime mi rigarono le tempie. La frustrazione era un acido che mi scavava dentro.
«Brava vacca. Adesso fammi un pompino. Voglio la tua bocca sul mio cazzo. E non azzardarti a venire mentre mi succhi. Se sento il tuo respiro cambiare, mi fermo.»
Scivolai giù, tra le sue gambe. Il suo cazzo era lì — enorme, venato, il glande violaceo che gocciolava un filo trasparente. Lo presi in bocca. Il sapore mi esplose sulla lingua — salato, maschio, un concentrato di Volkov che mi riempì le narici e mi annebbiò il cervello. Succhiai. La lingua gli percorse la base, risalì, si avvolse intorno al glande. Lui gemeva — un suono basso, roco, che mi vibrava nelle ovaie. Le sue dita mi afferrarono i capelli, mi spinsero più giù. Il glande mi toccò l'ugola, e io trattenni il respiro.
«Così, troia. Succhia il cazzo del tuo uomo.» La sua voce era un ringhio. «Prendilo tutto. Fino in gola.»
Obbedii. Spinsi la testa più giù, il glande mi superò l'ugola, mi riempì la gola. Soffocavo. Le lacrime mi colavano sul viso, si mescolavano alla saliva e al liquido prespermatico. Ma non mi tirai indietro. Succhiai. Succhiai con una fame che non sapevo di avere.
Lui esplose all'improvviso. Il getto mi riempì la gola — denso, bollente, una colla bianca che mi colò direttamente nello stomaco. Deglutii una, due, tre volte. Il suo sperma mi scendeva giù a ondate, e io lo presi tutto, lo ingoiai tutto. Il sapore era diverso da quello degli altri — più amaro, più ferroso, più potente.
Quando si sfilo’, un filo di sperma e saliva mi colò sul mento. Lui si chinò. La sua lingua lo raccolse. Poi mi baciò — un bacio profondo, sperma e saliva mescolati, il suo sapore che mi riempiva la bocca.
«Brava vacca. Ma non hai ancora finito. Adesso voglio scoparti le tettone.»
Mi fece sdraiare sulla schiena. Mi unse i seni con olio caldo — lo versò direttamente dal comodino, una cascata tiepida che mi colò nel solco tra i seni e mi fece fremere. Poi si inginocchiò a cavalcioni sul mio petto, il cazzo ancora duro — non si era ammosciato neanche un istante — e lo infilò tra le mie tettone.
Le sue mani mi strinsero i seni intorno alla sua asta. La pressione mi strappò un gemito — i capezzoli erano due punte di fuoco ipersensibili, e ogni movimento delle sue dita era una scossa elettrica che mi arrivava all'utero. Lui cominciò a spingere. Il glande spuntava su, tra i seni, mi sfiorava il mento a ogni affondo. Il ritmo era lento all'inizio, poi accelerò. I suoi testicoli mi sbattevano contro lo sterno con uno schiocco umido.
«Guardati, vacca tettona. Le tue mammelle sono il miglior buco che abbia mai scopato.» La voce gli tremava. «Sei una troia con le tettone oscene. Una puttana da spagnola. Sei nata per questo.»
Le parole mi entrarono nella fica come dita. Le contrazioni premevano — le sentivo, un terremoto che partiva dal collo dell'utero. Il liquido spingeva per uscire. Trattenni. Strinsi i denti. Le cosce tremavano contro il materasso.
Lui accelerò. Il suo respiro si fece un rantolo. «Adesso vengo, puttana. Prendi la mia sborra sulle tettone.»
Il primo getto mi esplose sulla clavicola — caldo, densissimo, un fiotto che mi colò subito giù nel solco tra i seni. Il secondo mi centrò il mento. Il terzo, il quarto, il quinto — non li contai. La sua sborra mi coprì le tettone, il collo, il viso, come una glassa appiccicosa che mi impastava la pelle.
Poi si fermò. Il petto gli si alzava e abbassava velocemente. Mi guardò — i miei seni coperti del suo sperma, il mio viso sporco, i miei occhi lucidi di frustrazione.
«Sei bellissima, vacca.» Si chinò. La sua lingua mi leccò via lo sperma dalle tettone — una striscia lenta, metodica, che mi fece inarcare la schiena. Poi scese. Le sue labbra mi si appoggiarono sul pube. La lingua mi percorse l'interno coscia, raccogliendo il mio stesso liquido.
«Sai di fica eccitata. Sai di femmina in calore.» La voce gli vibrava contro la mia pelle. «E non puoi venire.»
La sua lingua mi trovò il clitoride. Un tocco leggero — appena un soffio. Il piacere montò, un'onda nera che mi tolse il respiro. Le contrazioni partirono, la fica pulsò, il liquido spinse — e poi lui si fermò. Si scostò. L'onda si ritrasse, lasciandomi vuota, tremante, in lacrime.
«Ti prego... Volkov... ti prego...» Singhiozzavo. Le parole mi uscivano rotte, spezzate dalla frustrazione. «Fammi venire... ti supplico... sono due settimane... non ce la faccio più...»
«No.» La sua voce era fredda, quasi allegra. Si distese accanto a me, mi attirò a sé, mi strinse forte. Il suo corpo caldo premeva sul mio — il petto contro le mie tettone sporche di sperma, il cazzo ancora duro contro la mia coscia. «Resisti, vacca. Soffri. Io ti terrò così tutta la notte — sull'orlo, a un passo dal paradiso, senza mai entrarci. E tu implorerai. Urlerai. Piangerai. E io ti bacerò, ti stringerò, ti amerò senza farti godere. Fino all'alba.»
Le sue labbra premettero sulle mie. La sua lingua mi invase. E io piansi nella sua bocca — lacrime di frustrazione, di desiderio, di resa. Lui bevve le mie lacrime. Sorrise contro le mie labbra.
«Ti amo, vacca tettona. Sei mia. Solo mia. E non godrai finché non lo decido io.»
La notte era appena cominciata. Il suo corpo caldo si strofinò di nuovo sul mio. Il suo cazzo duro mi premette la pancia. La sua bocca scese sul mio collo, succhiò, mordicchiò.
E io rimasi lì, abbracciata a lui, avvolta dal suo calore di maschio, con la fica in fiamme e l'orgasmo bloccato in gola. Urlai di voglia — un lamento roco, animale, che rimbalzò sulle pareti della camera. Lui rise piano. Mi strinse più forte. Mi baciò ancora.
«Resisti, vacca. Soffri per me. Soffri fino all'alba.»

