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31. Vestizione della sposa tettona
Il perizoma di perle è la prima cosa che sento.
Aisha me lo fa scivolare su per le cosce con una lentezza da tortura, le sue dita che mi sfiorano la pelle sudata, le treccine che mi solleticano le ginocchia. Le perle — piccole sfere lisce, fredde, innumerevoli — mi si incastrano tra le grandi labbra come un rosario osceno. Una si appoggia esattamente sul clitoride. Un'altra preme appena sotto, dove la carne è più gonfia. Il filo tira, si tende, e ogni volta che respiro — ogni minima contrazione della pancia — le perle si muovono.
«Ferma, vacca. Non muoverti.» La voce di Zuri è un miele roco dietro la mia nuca. «Se ti muovi, le perline ti segano la fica. E tu non puoi venire.»
Non posso venire. Le parole mi rimbalzano nella testa mentre Aisha sistema il perizoma sui fianchi, lo tira su, lo aggiusta con una precisione sadica. Il filo mi si incunea tra le natiche, sparisce, e ogni perla che tocca l'ano mi strappa un gemito. Sono tre settimane che non vengo. Tre settimane di preparazione, di creme, di massaggi, di lingue sulla fica e cazzi in bocca e sperma ingoiato e mani ovunque. Il mio corpo è un unico, immenso grido strozzato.
«Adesso la fascia,» annuncia Aisha.
Mi alzo in piedi. Le gambe tremano, le cosce si toccano, le perle premono. Un rivolo caldo — il mio liquido, che non smette mai di colare — mi scende lungo l'interno coscia. Zuri lo vede. La sua lingua lo raccoglie con un gesto rapido, quasi distratto.
«Che spreco, vacca. Oggi serve tutto per i tuoi sposi.»
La fascia di pizzo bianco è una cosa ridicola, minuscola, trasparente. Me la passano intorno alla schiena, me la tirano sul petto. Il tessuto è così sottile che vedo le mie tettone attraverso — due masse di carne gonfia, violacea, i capezzoli che premono contro il pizzo come due punte scure. La fascia le comprime appena, le solleva, le offre. L'ombelico resta nudo. La pancia anche. Il pizzo copre solo i seni, e neanche del tutto — l'areola sinistra sbuca dal bordo superiore, un semicerchio scuro che pulsa a ogni battito.
«Guarda che spettacolo,» mormora Aisha. Le sue dita mi sfiorano i capezzoli attraverso il pizzo — uno sfregolio leggero, il tessuto che gratta la carne ipersensibile. «Sembrano due regali di nozze. Due torte nuziali con la ciliegina sopra.»
«La ciliegina sono i capezzoli,» ride Zuri. Le sue mani mi stringono i fianchi da dietro, mi tengono ferma. «Capezzoli da mucca. Capezzoli da vacca da monta. Oggi te li succhieranno tutti, uno dopo l'altro.»
La fica mi pulsa. Le perle premono sul clitoride — un movimento appena percettibile, il filo che slitta di un millimetro, e il piacere mi sale come una scossa elettrica. Stringo i denti. Trattengo. Zuri se ne accorge e ride di nuovo.
«Brava vacca. Resisti. Non hai ancora visto la collana.»
La collana di perle è lunga, pesante, fredda. Aisha me la allaccia intorno al collo con gesti da damigella, le sue dita che mi sfiorano la nuca. Le perle mi pendono tra i seni, una cascata bianca che rimbalza a ogni respiro. Quando mi muovo — anche solo un passo — la collana oscilla, sbatte contro lo sterno, rimbalza sulle tettone compresse dal pizzo. Il rumore è un ticchettio leggero, quasi elegante, che stride con tutto il resto.
Poi arrivano i tacchi. Bianchi, altissimi, vertiginosi. Aisha me li infila ai piedi mentre Zuri mi tiene in equilibrio. Quando mi alzo — finalmente in piedi, davanti allo specchio della stanza dei trattamenti — quasi non mi riconosco.
La donna che mi guarda è una sposa oscena.
I tacchi mi slanciano le gambe, mi alzano il culo, mi fanno inarcare la schiena. Le tettone — compresse, esposte, i capezzoli che fremono contro il pizzo — sembrano ancora più enormi. Il perizoma di perle scompare tra le cosce, invisibile, ma ogni passo mi ricorda che è lì. Ogni passo è una sega. Ogni movimento mi spinge un millimetro più vicina all'orgasmo. La collana balla tra i seni. I capelli sono sciolti, ondulati, mi cadono sulle spalle nude.
«Sei una puttana,» sussurra Aisha. Le sue labbra mi sfiorano la guancia. «Una puttana benedetta.»
«Sei una santa troia,» aggiunge Zuri. La sua lingua mi traccia il padiglione dell'orecchio. «Una madonna dalle tettone grosse che oggi verrà ingravidata da tutti.»
«Sei una sposa vacca,» conclude Aisha. Le sue dita mi afferrano il mento, mi girano il viso verso di lei. I suoi occhi scuri sono pieni di qualcosa che potrebbe essere orgoglio. «La sposa più bella che abbiamo mai preparato.»
Poi mi baciano. Una dopo l'altra, come sempre. Aisha mi succhia il labbro inferiore, la sua lingua che mi esplora la bocca con una lentezza quasi nostalgica. Zuri mi bacia più forte, più affamata, le sue mani che mi stringono le tettone attraverso il pizzo. Le perle del perizoma premono sul clitoride mentre le loro lingue si alternano nella mia bocca, e il piacere monta — un'onda che sale dal basso ventre e minaccia di esplodere.
«Ferme.» La voce di Volkov le congela entrambe.
È sulla porta. Non l'ho sentito arrivare. Indossa un completo di lino chiaro, camicia bianca aperta sul petto, l'odore di dopobarba che riempie la stanza. I suoi occhi azzurri mi percorrono il corpo con una lentezza che mi fa sentire nuda — più nuda di quanto non sia già.
Si avvicina. Le scarpe eleganti ticchettano sul marmo. Mi gira intorno, le mani dietro la schiena, lo sguardo che mi valuta, mi soppesa, mi possiede.
«Girati, vacca.»
Giro. I tacchi mi fanno barcollare, le perle mi segano la fica, la collana mi sbatte contro lo sterno. Quando mi fermo, sono di nuovo davanti a lui.
Volkov allunga una mano. Le sue dita mi sfiorano il capezzolo sinistro attraverso il pizzo — uno sfregolio leggero, quasi distratto. Poi scendono. Mi accarezzano la pancia nuda, l'ombelico, il bordo del perizoma di perle. Il suo dito indice si infila sotto il filo, tira appena. Le perle slittano sulle grandi labbra, sul clitoride, e il gemito che mi esce è un singhiozzo.
«Sei la creatura più oscena che abbia mai visto,» mormora. La voce gli trema — non di rabbia, non di freddezza. Di desiderio. «Sembri una sposa. Una santa. Una puttana. Tutto insieme. Sei...» Si china. Le sue labbra premono sulle mie, la lingua mi invade la bocca con una dolcezza che mi spiazza. Beve il mio respiro, il mio gemito, il mio piacere represso. Poi si stacca.
«Sei bellissima, amore mio.»
Amore mio. Le parole mi esplodono nel petto. Lui — Volkov, il freddo, il padrone, il russo che mi ha comprata, legata, umiliata, distrutta e ricostruita — mi chiama amore mio. La fica mi pulsa così forte che le perle vibrano.
«Oggi ti sposi, amore mio.» Le sue mani mi stringono i fianchi, mi tengono ferma. Le sue iridi azzurre sono due cieli limpidi, pieni di qualcosa che non so nominare. «Oggi ti sposi con tutti i cazzoni enormi che ti riempiranno l'utero. Oggi diventi la sposa di ogni uomo che ti ha desiderata. La sposa del barista. Di Vincenzo. Dei pugili. Del dottore. Dello stilista. Di tutti. Loro ti metteranno incinta, amore mio. Loro ti feconderanno, puttana tettona. Loro ti riempiranno di sperma finché non sarai gonfia del nostro figlio, troia da monta.»
Ogni parola è un colpo di frusta. Ogni insulto mescolato a amore mio è una scossa elettrica che mi esplode nell'utero. Le perle premono, il pizzo gratta, la collana balla, e io sono un lago tra le cosce. Il mio liquido cola sulle perle, le rende lucide, scivola giù e macchia i tacchi bianchi.
«Guardati,» sussurra Volkov. Le sue dita mi raccolgono una goccia dal mento — non so se è sudore o lacrime. «Sei già bagnata come una cagna in calore. Sei pronta. Sei pronta per la monta, amore mio. Sei pronta per essere ingravidata.»
Mi bacia di nuovo. Questa volta il bacio è più profondo, più affamato, la sua lingua che mi riempie la bocca mentre le sue mani mi stringono le tettone attraverso il pizzo. Poi si stacca. Mi guarda. Sorride — un sorriso che è insieme tenero e feroce.
«La chiesa sconsacrata ti aspetta, vacca tettona. I tuoi sposi ti aspettano. Vai. Vai a sposarti con tutti i cazzi che ti riempiranno. Vai a farti ingravidare, amore mio.»
Aisha e Zuri mi prendono per mano. Mi portano fuori dalla stanza, attraverso l'atrio di marmo, verso la porta della villa. I tacchi ticchettano sul pavimento, le perle mi segano la fica a ogni passo, le tettone ballano sotto il pizzo trasparente. La collana sbatte contro lo sterno — un ticchettio che mi ricorda un rosario, una preghiera, una condanna.
La luce del sole mi colpisce il viso. Fuori, il mare è una lastra blu. La chiesa sconsacrata è in cima alla scogliera, una sagoma di pietra bianca contro il cielo. Sento le voci dei maschi — un brusio lontano, risate basse, grugniti.
Le perle premono sul clitoride. Il pizzo mi gratta i capezzoli. La collana balla. Il mio corpo è una fornace, un grido strozzato, una preghiera oscena.
Sto per sposarmi con tutti loro.
Sto per essere ingravidata.
E non sono mai stata così eccitata in vita mia.
Aisha mi apre la porta della chiesa. L'interno è fresco, buio, illuminato da candele. Vedo le sagome dei maschi — in piedi tra le panche di legno, i cazzi già duri che premono contro i pantaloni. Il barista, con la pancia che gli straborda dalla camicia bianca. Vincenzo, le dita gialle che tamburellano sul legno. Lorenzo e Matteo, i pugili, il dottore, lo stilista con la sua sciarpa di seta. Tutti mi guardano. Tutti mi aspettano.
E in fondo alla navata, Volkov mi ha seguita silenziosamente. È in piedi sulla porta, le braccia conserte, lo sguardo azzurro fisso su di me. Sorride.
«Vai, amore mio,» sussurra. «Vai a farti fottere.»

