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32. La vacca tettona all'altare
La mano di Volkov mi stringe il braccio nudo, le sue dita eleganti che mi scavano la carne con una pressione che è insieme guida e possesso. Non mi sta accompagnando — mi sta consegnando. Ogni passo sull'antica pietra della navata è un tremito che mi sale dalle caviglie fino alle perle incastrate tra le grandi labbra. Il perizoma osceno si muove, slitta, il filo teso che vibra a ogni appoggio del tacco. Una perla — la più grande, la più vicina al clitoride — mi preme come un polpastrello immobile. Il gemito che mi scappa è un soffio strozzato. Volkov lo sente. Le sue labbra mi sfiorano l'orecchio.
«Senti come ti sega la fica, amore mio? Senti come ti tiene aperta e bagnata per i tuoi sposi?» La sua voce è un miele avvelenato. «Non venire. Non ancora. Soffri.»
La chiesa sconsacrata è un antro di candele e ombre. Le fiamme tremolano sulle pareti di pietra nuda, disegnano sagome danzanti sulle panche di legno scuro. L'odore — incenso vecchio misto a sudore maschio, a sperma già versato, a fiati carichi di vino e voglia — mi riempie le narici e mi annebbia il cervello. Le panche sono piene. Maschi. Decine di maschi. Alcuni li riconosco: il barista in prima fila, la pancia sudata che deborda dalla camicia bianca già macchiata di vino, il cazzo in mano — quella mazza violacea, gonfia, il glande lucido che scompare e riappare nel suo pugno. Vincenzo accanto a lui, le dita gialle che stringono il cazzo tozzo, gli occhi lucidi fissi sulle mie tettone che ballano a ogni passo. Lorenzo e Matteo in piedi contro una colonna, già nudi fino alla vita, i pugni chiusi sui cazzi giovani che puntano verso di me come lance. E poi i pugili della palestra — Marcus, Dario, il tatuato, quello con i dreadlocks, il giovane dagli occhi verdi, il calvo con la barba grigia, l'enorme con la pancia sudata, quello con gli occhi scuri — tutti con i cazzi in mano, tutti che si masturbano lentamente guardandomi avanzare. I loro occhi mi scavano la carne.
Ma ce ne sono altri. Vecchi bastardi che non ho mai visto. Amici del barista, probabilmente, con facce da maiali e pance che strabordano. Uomini con camicie spiegazzate e denti gialli, con mani callose che si tirano il cazzo in un ritmo ipnotico. Uno ha la lingua fuori, un altro si lecca le labbra, un terzo grugnisce qualcosa che non capisco.
«Guardate la vacca che arriva. La sposa troia!»
«Che tettone, cazzo. Sembrano due meloni enormi.»
«Voglio metterglielo in bocca. Voglio vederla soffocare.»
«Io voglio il culo. Guarda come balla quel culo mentre cammina.»
«Le perline le stanno segando la fica, la troia è già bagnata. Lo vedete come si muove? Sta per venire.»
Le loro voci mi entrano nelle ovaie come dita. La fica pulsa, il clitoride si gonfia, tutte le ghiandole vaginali premono — pesi liquidi pieni fino a scoppiare. Tre settimane di astinenza. Tre settimane. Ogni insulto è una frustata, ogni sguardo una lingua sulla pelle. Il mio liquido cola sulle perle, le rende scivolose, cola giù e mi bagna l'interno coscia. Il pizzo bianco è già fradicio di sudore, i capezzoli violacei premono contro il tessuto come due punte di lancia. La collana sbatte contro lo sterno a ogni passo — tic, tic, tic — un orologio che scandisce il mio avvicinamento all'altare, alla distruzione, alla fecondazione.
E poi vedo l'altare. E vedo Antonio.
Il crocifisso è enorme. Legno scuro, annerito dal tempo, pende dalla parete dietro l'altare come un'ombra minacciosa. E lì, inchiodato non con chiodi ma con corde, c'è il mio ex fidanzato. Completamente nudo. Le corde gli stringono i polsi contro il legno orizzontale, gli avvolgono le caviglie, gli tengono le gambe leggermente divaricate. La sua pelle bianca brilla di sudore alla luce delle candele. I suoi occhiali non ci sono più — gli occhi nudi, sbarrati, mi fissano con un misto di orrore e adorazione. E il suo cazzo è duro. Un'erezione che non gli ho mai visto in tutti i mesi passati insieme — un'asta sottile ma tesa, violacea, che gli pulsa contro la pancia piatta. Gocciola. Un filo trasparente gli cola dal glande e brilla nella penombra.
«Sabina...» La sua voce è un rantolo. Un singhiozzo. «Sabina... ti prego...»
Non so cosa mi sta chiedendo. Perdono. Pietà. Di smettere. Di continuare. Non lo so. Non so più niente. La fica mi pulsa così forte che le perle vibrano, e il piacere monta — un'onda nera che sale dal basso ventre, che preme contro il divieto di Volkov. Trattengo. Stringo i denti.
«Guarda il tuo cornuto, amore mio,» sussurra Volkov nel mio orecchio. La sua mano mi stringe il braccio più forte. «È lì per ricordarti cosa eri. Una fidanzata noiosa. Una donna ordinaria. Adesso sei una sposa. La sposa di tutti. Guardalo bene — è l'ultima volta che lo vedi come uomo. Dopo oggi, sarà solo lo spettatore della tua felicità.»
Arriviamo all'altare. Tre giovani preti ci aspettano in piedi. Sono a torso nudo, il petto glabro che brilla di sudore, i pantaloni neri che non nascondono le loro erezioni — tre rigonfiamenti duri, visibili, che premono contro la stoffa. Il primo è biondo, quasi angelico, con occhi azzurri che mi fissano senza espressione. Il secondo è moro, la barba incolta, le labbra carnose che si incurvano in un sorriso. Il terzo è anziano ma forte, i capelli grigi, le mani nodose che tengono un calice d'argento.
Volkov mi lascia il braccio. «Ecco la vostra sposa vacca,» annuncia ai preti. «Preparatela per la monta.»
Il prete biondo è il primo. Si avvicina, le sue mani fredde mi afferrano il viso. Le dita mi scavano le guance. I suoi occhi azzurri — diversi da quelli di Volkov, più vuoti, più fanatici — mi scrutano l'anima. «Sei venuta per essere ingravidata, puttana tettona?»
La sua voce è piatta. Liturgica.
«Sì,» sussurro. La voce mi trema.
«Sei venuta per ricevere il seme di tutti questi maschi e portare nel ventre il frutto della loro lussuria?»
«Sì...»
«Allora ricevi il primo bacio della tua nuova vita.»
Le sue labbra premono sulle mie. La lingua mi invade — fredda, metodica, senza passione. Mi esplora il palato, mi succhia il labbro inferiore, si ritrae con uno schiocco. Poi si china al mio orecchio. «Sei una vacca da monta, un contenitore di sperma, una fogna benedetta. Oggi ti trasformerai nella madre di tutti i bastardi che ti scoperanno. E amerai ogni istante della tua dannazione.»
La fica pulsa. Un rivolo caldo mi cola sulla coscia. Il prete biondo si scosta.
Il prete moro prende il suo posto. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tirano a sé. Il suo cazzo duro mi preme contro la pancia attraverso i pantaloni. Le sue labbra sono più calde, più carnose — il bacio è un morso. La lingua mi spinge in gola, mi soffoca, si ritrae per mordermi il labbro. «Troia schifosa,» mormora sulla mia bocca. «Hai idea di quanto ti riempiremo oggi? Quanti cazzi ti svuoterai dentro? Quanta sborra ti colerà dalle cosce? Sarai una fontana di seme, una cloaca benedetta. E io ti guarderò mentre ti scopano tutti. E mi segherò il cazzo. E ti verrò addosso come tutti gli altri.»
Il terzo prete — quello anziano — mi prende il mento con le sue dita nodose. Non mi bacia subito. Mi guarda. I suoi occhi grigi sono due pietre antiche, piene di un desiderio che non ha età. «Hai le tettone più oscene che abbia mai visto, figliola. Due mammelle da mucca che chiedono solo di essere munte. Oggi ti succhieranno tutti. Ti morderanno. Ti strizzeranno. E quando sarai piena di sperma e incinta, queste tettone diventeranno la fonte di vita per il bastardo che porti in grembo. Sei una santa, figliola. Una santa troia.» Poi mi bacia. La sua lingua ha il sapore del vino vecchio, dell'incenso, della polvere. Mi riempie la bocca, beve il mio gemito, si ritrae lentamente come un amante sazio.
Sto impazzendo. La testa mi gira, la fica è un lago, le perle si muovono a ogni respiro e il clitoride urla. Le contrazioni premono — un terremoto che parte dal collo dell'utero. Devo venire. Non posso. Il divieto di Volkov è un muro di cemento che mi sigilla dentro.
«Sdraiala sull'altare,» ordina Volkov.
I tre preti mi afferrano. Le loro mani sono ovunque — sui fianchi, sulle spalle, sulle cosce. Mi sollevano, mi distendono sulla pietra fredda dell'altare. Il marmo mi ghiaccia la schiena nuda, mi fa inarcare. Le tettone, compresse dal pizzo, puntano verso il soffitto come due offerte. La collana di perle rotola di lato, si incastra sotto la mia spalla.
Il prete biondo mi afferra la caviglia sinistra. La solleva. La apre. Una corda scende da un anello di metallo conficcato nel lato dell'altare — me la vedo passare intorno alla caviglia, stringere. Un nodo. Poi l'altra caviglia. Il prete moro mi allarga le gambe, le fissa a due anelli laterali, e all'improvviso la mia fica è esposta, aperta, offerta alla navata piena di maschi. Il perizoma di perle brilla alla luce delle candele — un filo teso che scompare tra le grandi labbra gonfie, le perle incastrate nella carne umida, l'ultima che preme esattamente sul clitoride come un dito immobile.
«Guardate,» annuncia il prete anziano alzando la voce. «Guardate la fica della nostra sposa!»
Un boato di grugniti, risate, insulti si alza dalle panche. Decine di maschi che si alzano in piedi per vedere meglio, i cazzi che spuntano tra le mani sudate, gli occhi che si inchiodano sulla mia apertura esposta. Sento i loro sguardi come dita. Come lingue.
«È bagnata! La troia cola!»
«Sembra un'ostrica aperta!»
«Voglio leccarla! Voglio assaggiarla!»
«No, voglio scoparla subito!»
Il prete biondo mi afferra i polsi. Me li tira sopra la testa, all'indietro, le braccia che si allungano e le tettone che si sollevano ancora di più, il pizzo che quasi scoppia. Due catene scendono dagli anelli sul lato dell'altare, dietro la mia testa. Le sento fredde sui polsi. Si stringono. Sono legata. Esposta. Aperta. Immobilizzata come un agnello sacrificale sulla pietra della monta.
Il prete anziano sale su un gradino dietro l'altare. Prende il calice d'argento. Lo solleva verso la navata, verso le ombre danzanti dei maschi arrapati. La sua voce tuona tra le pareti di pietra.
«Fratelli! Bestie! Maschi! Siamo qui oggi per la santa comunione della nostra sposa vacca! Questa creatura — guardatela! — queste tettone oscene, questa fica aperta e grondante, questo corpo che chiede solo di essere riempito! È venuta qui di sua volontà per essere ingravidata! Per ricevere il vostro seme! Per diventare il contenitore della vostra lussuria e la madre di vostro figlio!»
Un boato. Grugniti. Cazzi che sbattono contro i palmi bagnati. Il barista grida qualcosa che non capisco, Vincenzo ulula, i pugili urlano. Lo stilista, in prima fila, si accarezza il cazzo magro con due dita e sorride estasiato. Il dottore prende appunti su un taccuino, gli occhiali che luccicano.
«Ma prima della monta,» continua il prete, «dobbiamo prepararci. Dobbiamo diventare degni di questa vacca benedetta. E quale modo migliore se non la comunione?» Solleva il calice. Lo apre. Dentro, centinaia di pasticche azzurre brillano alla luce delle candele. «Viagra! Il corpo del nostro dio della lussuria! Prendetene uno ciascuno. Ingoiatelo. Che il vostro cazzo rimanga duro per ore, che possa venire e venire e venire ancora senza mai ammosciarsi! Che possiate riempire questa vacca fino a farla straripare!»
I tre preti scendono dall'altare. Passano tra le panche, distribuiscono le pasticche. I maschi le ingoiano avidamente, le mandano giù con sorsate di vino, grugniscono. Le loro erezioni sembrano già più dure, più violacee, più minacciose.
Il prete anziano torna sull'altare. Si china su di me. Le sue dita nodose mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la navata. Verso tutti quei maschi che si stanno eccitando sempre di più, che stanno già tornando verso l'altare con i cazzi in mano, gli occhi lucidi di desiderio e viagra.
«E tu, sposa vacca, ascolta bene.» La sua voce è un sibilo. «Tu oggi sarai la sposa di tutti. Ogni maschio che ti scoperà — e saranno tanti, figliola, oh se saranno tanti — sarà tuo marito per quei minuti. Lo amerai. Lo chiamerai per nome. Lo ringrazierai per il suo seme. Gli dirai parole d'amore mentre ti sfonda la fica, mentre ti riempie di sperma, mentre ti mette incinta. Perché anche se saranno bestie — e lo saranno, figliola, guardali — tu devi fare l'amore con loro. Devi godere con loro. Devi essere la loro puttana, la loro amante, la loro madre. Hai capito, vacca?»
Apro la bocca. La voce mi esce in un rantolo roco. «Sì... ho capito...»
«E dirai grazie. Grazie per ogni cazzo che ti scoperà. Grazie per ogni getto di sperma che ti riempirà l'utero. Grazie per la gravidanza che verrà. Grazie per essere la nostra vacca da monta, la nostra puttana tettona, il nostro contenitore di sborra. Dirai grazie, vacca. Griderai grazie.»
Le sue parole mi entrano nella testa e mi esplodono nel basso ventre. Le contrazioni premono — un terremoto, un'apocalisse. La fica pulsa, il clitoride urla, il perizoma di perle mi sega a ogni respiro. Il piacere monta come un'onda nera, mi preme contro la diga che ho costruito in fondo alla pancia. Le ghiandole vaginali sono bombe pronte a esplodere. Il liquido preme, spinge, vuole uscire. Trattengo. Stringo i denti. Ma un mugolio mi esce — un suono animale, strozzato, che riempie la chiesa.
Le vampate di calore mi investono come ondate di lava sottopelle. Non sono singole — sono una cascata di fuochi che mi esplodono dal basso ventre e si irradiano verso l'alto, verso le tettone, verso la gola. Ondate di quasi-orgasmo che mi fanno tremare le cosce, i muscoli che si contraggono in spasmi involontari, i piedi che si inarcano dentro i sandali dorati. La fica mi pulsa a vuoto — stringe, rilascia, stringe, rilascia — un pugno che cerca qualcosa da afferrare, un buco che implora di essere riempito. Le perle vibrano sul clitoride come piccoli martelletti di gomma, e ogni vibrazione è una scossa elettrica che mi parte dal clitoride e mi arriva dritta al cervello, mi annebbia la vista, mi scioglie i pensieri, mi riduce a un unico, incessante bisogno.
Le corde mi stringono le caviglie con una pressione che è insieme dolore e carezza. Sento la fibra ruvida che mi scava la carne, che mi segna come si marchia il bestiame, e il pensiero — sono bestiame, sono vacca da monta — mi accende un'altra vampata di calore tra le cosce. Le catene tintinnano sopra la mia testa a ogni mio respiro affannato, un metallo che canta la mia prigionia, un suono che si mescola ai grugniti e alle risate dei maschi che si avvicinano. Ogni tintinnio è un promemoria: sei legata, sei esposta, sei loro.
E poi c'è l'odore. L'aria della chiesa sconsacrata è diventata un fumo denso, un incenso di lussuria che mi entra nelle narici e mi scende nei polmoni come un farmaco. Odore di viagra e di vino, odore di sudore maschile e di sperma già versato sul pavimento di pietra, odore di incenso vecchio e di desiderio nuovo. Ogni maschio emana il proprio profumo — il barista puzza di fritto e di birra, Vincenzo di tabacco e di notti insonni, i pugili di palestra e di dopobarba economico, i vecchi bastardi di muffa e di voglia rancida. I loro odori si mescolano nell'aria umida, si intrecciano, mi avvolgono come un abbraccio invisibile e osceno.
E la chiesa trema. Non trema davvero — tremo io, ma la vibrazione dei miei muscoli contratti si trasmette alla lastra di marmo, si propaga nell'aria, e mi sembra che tutto l'edificio stia vibrando all'unisono con il mio desiderio. Le candele danzano, le ombre si allungano e si accorciano sulle pareti di pietra, i santi nelle nicchie sembrano guardarmi con occhi di pietra pieni di rimprovero e di eccitazione. La Madonna nella sua nicchia mi guarda — il suo viso di gesso è impassibile, ma i suoi occhi dipinti sembrano giudicarmi, invidiarmi, benedirmi. Una bestemmia, un'eresia, un'altra vampata di calore.
Sono bellissima in questo momento. Lo so. Lo sento. I maschi mi guardano e i loro occhi dicono che sono la cosa più eccitante che abbiano mai visto — una vacca da monta legata sull'altare, la fica esposta e grondante, le tettone che spingono contro il pizzo come due bombe pronte a esplodere. E io assaporo il loro sguardo come si assapora un vino pregiato, lo bevo, mi ci ubriaco. Ogni insulto che mormorano, ogni grugnito, ogni sguardo che mi scava la carne è una carezza, una promessa, un'anticipazione del piacere che mi aspetta.
Il calore sale ancora. Il viso mi brucia, il collo mi brucia, la schiena contro il marmo freddo è un contrasto che mi fa impazzire — ghiaccio e fuoco, dolore e piacere, prigionia e libertà. La fica pulsa così forte che le perle vibrano come uno strumento musicale, e sento il mio stesso liquido che cola, che bagna la corda del perizoma, che gocciola sulla pietra dell'altare. Le ghiandole vaginali premono per esplodere — palle di piombo liquido piene fino a scoppiare, che implorano di essere liberate, che mi fanno contrarre la fica in un altro spasmo a vuoto.
E non posso venire. Non ancora. Il divieto di Volkov è un muro di cemento armato a fondo della mia pancia, una diga che tiene a bada l'oceano. Ma l'oceano cresce. Ogni ondata di quasi-orgasmo è più alta della precedente, ogni contrazione più forte, ogni respiro più affannato. Sento le mie stesse pareti vaginali che fremono, che si preparano, che aspettano. Le tettone mi pulsano in sincronia con il cuore, i capezzoli così duri che sembrano perforare il pizzo.
Sono una bomba a orologeria. Sono un vulcano. Sono una vacca da monta legata sull'altare che aspetta di essere riempita, distrutta, fecondata.
E non sono mai stata così viva.
«Guardate,» grida il prete anziano. «La sposa sta per venire solo a sentire le mie parole! Ma non può! Non ancora! Deve soffrire ancora un po'! Deve implorare! Deve desiderare! E poi...» Si gira verso la navata. I suoi occhi grigi lampeggiano. «Poi ve la daremo in pasto. E sarà vostra. Vostra per sempre.»
Il boato che si alza mi scuote le viscere. Decine di maschi che urlano, che si avvicinano all'altare, i cazzi violacei puntati verso di me. Il barista è in prima fila, la pancia che gli trema, il glande che gocciola. Vincenzo ha le dita gialle intorno al cazzo, gli occhi lucidi. Lorenzo e Matteo si sono spinti fino ai gradini dell'altare. I pugili li seguono. I vecchi bastardi amici del barista si alzano dalle panche. E dietro di loro — altri ancora. Maschi che non ho mai visto, con cazzi enormi, con occhi affamati, con mani che si muovono furiosamente.
E io sono legata, esposta, bagnata, la fica aperta e grondante, le tettone che puntano verso il cielo, la bocca che trema, il piacere che preme. Tre settimane di astinenza. Tre settimane di tortura. Tre settimane che finiscono oggi.
Volkov, in piedi accanto all'altare, incrocia le braccia. I suoi occhi azzurri mi fissano. Sorride.
E io aspetto. Aspetto il primo cazzo. Aspetto il primo getto. Aspetto di essere riempita, distrutta, ingravidata.
E non mi sono mai sentita così vicina a Dio.

