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33. L'urlo della vacca tettona sull'altare
Il peso del barista mi schiaccia contro il marmo prima ancora che io possa prepararmi.
Le sue ginocchia urtano la pietra ai lati dei miei fianchi, la pancia sudata mi preme contro il pube, e all'improvviso tutto l'ossigeno che respiro sa di vino, di sigaro, di vecchio sudore rancido che mi riempie le narici e mi annebbia il cervello. Le sue dita nere mi afferrano le tettone attraverso il pizzo fradicio — non per accarezzarle, non per strizzarle. Per fare presa. Le sue unghie sporche scavano la carne morbida, le sue mani spalancano i seni come due maniglie, e io emetto un gemito strozzato che rimbalza sulle pareti di pietra.
«Adesso, vacca tettona. Adesso ti scopo. Ti scopo come una bestia.» La sua voce è un rantolo catarroso direttamente sopra il mio viso, il suo alito una nube acida. «Dopo tutte le sborrate che mi hai preso in bocca, adesso te lo metto nella fica. E non lo tolgo più.»
Non rispondo. Non posso. Le corde mi tengono le caviglie aperte, le catene mi bloccano i polsi sopra la testa, e io sono solo un buco offerto alla sua fame. Il perizoma di perle è ancora incastrato tra le grandi labbra — lo sento, il filo teso che mi sega il clitoride a ogni respiro — poi le sue dita lo afferrano, lo tirano di lato con uno strattone brutale che fa schizzare le perle sul marmo. Spariscono tintinnando nell'ombra. La mia fica è nuda. Esposta. Aperta. Il mio liquido cola direttamente sulla pietra dell'altare, una pozza calda che si allarga sotto le mie natiche.
«Guardate la fica della sposa,» urla il barista girandosi verso la navata, e il suo cazzone violaceo dondola nell'aria densa di incenso e sudore. «Guardate come è aperta. Come è bagnata. Sembra una piovra in calore che aspetta solo di essere riempita.»
Un boato di grugniti, di mani che sbattono sulle panche, di insulti. Decine di maschi premono verso l'altare — sento i loro passi pesanti sulla pietra, vedo le loro sagome massicce nella penombra, i cazzi duri che puntano verso di me come lance. Il viagra li ha resi mostri — cazzi violacei, gonfi, gocciolanti, pronti a non ammosciarsi per ore. L'odore del loro desiderio mi riempie i polmoni.
Poi il barista si volta di nuovo verso di me. I suoi occhi — due fessure lucide iniettate di sangue — mi fissano le tettone, la fica, il viso. Sorride. I denti gialli brillano alla luce delle candele.
«Amore mio,» sussurra. La parola mi arriva come una frustata inaspettata. «Amore mio, vacca tettona. Ti amo. Ti amo da quando ti ho visto entrare nel mio bar con quelle tettone che ballavano. E adesso ti scopo. Ti scopo come si scopa una sposa. Come si scopa l'amore della propria vita.»
Le sue dita mi afferrano di nuovo le tettone. Le stringe. Le sue unghie scavano nella carne morbida, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi fa urlare. Poi il glande mi preme contro l'ingresso.
È enorme. Lo sento — una mazza bollente, gonfia, che mi spinge contro le grandi labbra, le apre, si fa strada. Il mio corpo resiste un istante, poi cede. Il glande mi invade, mi riempie, mi dilata. Un gemito mi esce dalla gola — un suono animale, strozzato, che non riconosco come mio. Lui spinge più a fondo. Il cazzone mi scivola dentro — centimetro dopo centimetro, una presenza massiccia che mi occupa, mi svuota, mi completa. Lo sento arrivare in fondo — il glande che urta contro il collo dell'utero, una scossa elettrica che mi esplode nel basso ventre.
«Cazzo,» grugnisce il barista. La voce gli trema. «Che fica stretta. Che fica bagnata. Sembra fatta apposta per il mio cazzo.» Spinge. Spinge più a fondo, e il suo peso mi schiaccia contro il marmo, la sua pancia sudata che sbatte contro la mia, i suoi testicoli pesanti che mi schiaffeggiano il perineo. Le sue mani artigliano le tettone, le usano come appigli, e a ogni spinta le sue dita affondano più a fondo nella carne, mi lasciano lividi viola sulla pelle bianca. Lo sento — ogni spinta è un terremoto che parte dalla fica e si irradia fino ai capezzoli, fino alla gola, fino alle palpebre. Le catene tintinnano sopra la mia testa. Le corde mi stringono le caviglie. Il marmo mi ghiaccia la schiena. E il suo cazzone mi scava dentro — un pistone bollente che mi apre, mi riempie, mi distrugge.
L'orgasmo monta dal nulla.
Tre settimane di astinenza — tre settimane di creme, massaggi, lingue, dita, cazzi in bocca, sperma ingoiato, proibizioni, divieti — esplodono in un'unica, immensa ondata nera che mi sale dal basso ventre e mi annebbia la vista. Le contrazioni partono dal collo dell'utero — un pugno che si stringe e si apre, si stringe e si apre, un ritmo incontrollabile che mi fa urlare. La fica pulsa intorno al cazzo del barista — stringe, rilascia, munge — e lui lo sente, cazzo se lo sente, perché emette un grugnito trionfante.
«Sì, vacca! Sì! Vieni! Vieni sul mio cazzo! È tutto tuo! Prendilo!»
Le contrazioni aumentano. Non sono più singole — sono una cascata, un terremoto di spasmi che mi scuotono il corpo come una bambola di pezza. Il clitoride si gonfia, si ritrae, pulsa in sincronia con il cuore. E poi — finalmente, finalmente — le ghiandole vaginali si svuotano con un'esplosione liquida che mi fa inarcare la schiena contro il marmo, le catene che tintinnano furiosamente, le tettone che schizzano fuori dalla presa del barista mentre il mio corpo si solleva in una convulsione impossibile.
Sborro. Sborro come una fontana — un getto caldo, copioso, che mi esce dall'uretra e schizza sulla pancia del barista, sulla sua camicia bianca già fradicia, sul mio stesso stomaco. Il liquido è trasparente, abbondante, una cascata che non smette — ogni contrazione della fica ne spreme un altro getto, e un altro, e un altro ancora. Sento il barista che ride, un suono roco, incredulo.
«Cazzo, la vacca sborra! Sborra come un idrante! Guardate!» Si gira verso la navata senza smettere di scoparmi, il suo cazzo che continua a entrarmi e uscirmi mentre io continuo a venire — le contrazioni non si fermano, il liquido non si ferma, il piacere non si ferma. «La sposa troia mi allaga la fica! È un lago! È un oceano!»
Altri getti. Ogni spinta del suo cazzo ne provoca un altro — un fiotto caldo che mi bagna le cosce, che si mescola al mio stesso liquido, che gronda sulla pietra dell'altare e cola giù, sulle gambe di Antonio crocifisso sopra di me. Lui geme — un suono strozzato, disperato — e sento il suo sperma caldo che mi schizza addosso, un regalo involontario del mio ex fidanzato che non può toccarmi ma non può neanche resistere.
Il barista accelera. Le sue mani tornano sulle tettone — le afferra, le strizza, le torce. I capezzoli violacei sono due punte di fuoco ipersensibili, e ogni stretta è una scossa che mi alimenta l'orgasmo, lo prolunga, lo rende infinito. Lui spinge, spinge, spinge — un ritmo animalesco che gli fa ballare la pancia, che fa tintinnare le catene, che mi fa urlare fino a perdere la voce. Il suo respiro diventa un rantolo. Le sue parole diventano un torrente osceno.
«Prendilo, vacca. Prendi il cazzo del tuo uomo. Del tuo sposo. Del tuo padrone. Ti amo, puttana tettona. Ti amo e ti riempio. Ti amo e ti ingravido. Ti amo e ti faccio diventare la madre dei miei figli bastardi. Sei mia. Mia. Mia!»
L'ultima parola è un ruggito. Il suo cazzo esplode dentro di me — un getto bollente, densissimo, che mi riempie la fica e mi cola direttamente contro il collo dell'utero. Il suo sperma è una colla bianca, abbondante, una quantità che non credevo possibile — lo sento riempirmi, gonfiarmi, debordare. Un secondo getto, poi un terzo, poi un quarto. Lui geme, grugnisce, urla parole d'amore e insulti mescolati, e intanto continua a spingere — il suo cazzo che pompa sperma dentro di me senza fermarsi, che mi riempie fino a farmi sentire gonfia, piena, completa.
«Prendila tutta, vacca. Prendi la sborra del tuo uomo. Ti riempio la fica. Ti riempio l'utero. Ti metto incinta. Ti metto incinta, amore mio. Ti metto incinta, troia schifosa. Ti metto incinta, madre dei miei figli!»
Le sue parole mi entrano nelle ovaie come frecce. Un altro orgasmo monta — più piccolo del primo ma più profondo, un terremoto sotterraneo che mi fa contrarre la fica intorno al suo cazzo ancora duro, ancora dentro di me, ancora pomposo. Sborro di nuovo — un getto più debole, più liquido, che si mescola al suo sperma e cola fuori, sulle mie cosce, sulla pietra, sul corpo di Antonio che singhiozza sopra di me.
Il barista si accascia su di me. La sua pancia sudata mi schiaccia contro il marmo, il suo viso si affonda nell'incavo del mio collo. Le sue labbra mi cercano la bocca — un bacio bavoso, disperato, la lingua che mi invade, che mi riempie del suo sapore rancido. Geme nella mia bocca. «Ti amo, vacca tettona. Ti amo. Sei la mia sposa. La mia puttana. La mia vita.»
Rimane dentro di me per un tempo che non so misurare. Il suo cazzo pulsa, ancora duro — il viagra fa il suo dovere — e il suo sperma mi cola fuori a fiotti, si mescola al mio liquido, forma una pozza appiccicosa che si allarga sotto le mie natiche. Sento tutto — il calore del suo corpo, il pulsare della sua erezione, il suo respiro che rallenta, le sue dita che ancora mi stringono le tettone come se avesse paura di perdermi.
Poi, dietro di lui, sento altre voci. Altri grugniti. Altri passi pesanti sulla pietra.
«Adesso tocca a me, vecchio porco. Levati di dosso dalla vacca.»
Vincenzo. Le sue dita gialle si allungano verso di me. Dietro di lui, una massa di maschi infoiati preme verso l'altare — decine di cazzi violacei, decine di occhi lucidi, decine di bocche che ridono, insultano, ordinano. Lorenzo e Matteo sono in prima fila. I pugili li seguono. I vecchi bastardi amici del barista spingono per passare avanti. Il prete anziano ride. Il prete moro si sta già masturbando, gli occhi fissi sulla mia fica colante.
Il barista si solleva a fatica. Il suo cazzo esce con uno schiocco umido — un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola al mio liquido, gronda sulla pietra. Lui mi guarda. I suoi occhi sono pieni di qualcosa che assomiglia all'adorazione.
«Grazie, vacca. Grazie, amore mio.» Le sue dita mi sfiorano il viso. «Ti amo.»
Poi Vincenzo lo spinge via. Le dita gialle mi afferrano i fianchi. Il suo cazzo tozzo e scuro mi punta contro la fica già piena, già colante, già pronta.
«Adesso tocca a me, puttana tettona. E io non sarò tenero come il barista. Io ti scopo il culo. Ti scopo il culo e ti faccio urlare più forte di prima. E poi ti riempio. Ti riempio fino a farti scoppiare.»
Le sue dita gialle mi scavano i fianchi. Il suo glande mi preme contro l'ano. La folla preme più vicino.
E io urlo ancora.

