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34. Otre di sperma

Le dita gialle di Vincenzo mi scavano i fianchi come artigli. Il suo glande tozzo mi preme contro l'ano — una pressione cieca, insistente, che mi fa stringere i denti prima ancora che entri. Non chiede permesso. Non aspetta che io sia pronta. Spinge.

Il dolore è una fiammata bianca che mi sale dalla schiena e mi esplode dietro le palpebre. L'ano si dilata contro la sua violenza, la carne si strappa in microlesioni che bruciano, e io urlo — un suono strozzato che rimbalza sulle pareti di pietra. Lui ride. Le sue dita gialle affondano più a fondo nella carne dei miei fianchi, e spinge ancora. Il cazzo mi entra dentro — centimetro dopo centimetro, una mazza tozza che mi riempie l'intestino, mi occupa, mi svuota.

«Così, puttana tettona. Prendilo tutto nel culo. Ti piace, eh? Ti piace il mio cazzo nel buco del culo?» La sua voce è un rantolo catarroso direttamente sopra il mio viso. Il suo alito sa di vino vecchio e denti marci, una nube acida che mi riempie le narici.

Non rispondo. Non posso. Le corde mi tengono le caviglie aperte, le catene mi bloccano i polsi sopra la testa, e io sono solo un buco offerto alla sua fame. Lui inizia a scopare. Un ritmo brutale, senz'anima, il bacino che sbatte contro le mie natiche con schiocchi umidi. A ogni spinta il suo cazzo mi scava dentro, mi apre, mi dilata, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi annebbia la vista.

Poi arrivano le mani.

Non so di chi sono. Dozzine di dita che mi afferrano le tettone da ogni direzione — alcune callose, altre sudate, altre ancora unte di non so cosa. Mi strizzano i capezzoli violacei, li torcono, li tirano come elastici. Le unghie mi scavano l'areola, mi lasciano segni rossi sulla pelle bianca. Le tettone ballano a ogni spinta di Vincenzo, e le mani le seguono, le afferrano, le stringono, le usano come maniglie. Una bocca anonima mi succhia il capezzolo sinistro — denti gialli che mordicchiano, una lingua ruvida che mi passa sull'areola. Un'altra bocca mi prende il destro — più affamata, più bavosa, la saliva che mi cola sul petto e si mescola al sudore.

«Che tettone da vacca, cazzo. Sembrano due mongolfiere.»

«Voglio mungerle. Voglio vederle schizzare latte.»

«No, voglio morderle. Voglio lasciarle i segni per sempre.»

Le voci mi arrivano ovattate, mescolate ai grugniti di Vincenzo che continua a scoparmi il culo con un ritmo animalesco. Le sue dita gialle sono ancora sui miei fianchi, ma altre mani mi afferrano le cosce, mi aprono di più le gambe, mi tengono ferma. Sento unghie che mi graffiano l'interno coscia, dita che mi sfiorano la fica ancora piena di sperma del barista, che raccolgono il liquido bianco e me lo spalmano sulla pancia.

Poi la prima bocca arriva sulla mia.

Non è Vincenzo. È un maschio anonimo — uno dei vecchi bastardi amici del barista, forse, o uno dei pugili. Le sue labbra sono carnose, bagnate, e premono sulle mie con una violenza che mi fa sbattere la testa contro il marmo dell'altare. La sua lingua mi invade — una cosa calda, viscida, che mi riempie la bocca e mi spinge in gola. Mi bacia come se volesse mangiarmi, succhiandomi il respiro, la saliva, i gemiti che mi escono a ogni spinta di Vincenzo. La sua saliva mi cola in gola — densa, calda, dal sapore di vino e di vecchio — e io deglutisco senza volerlo.

Lui si stacca. Un altro prende il suo posto.

Questa volta è una lingua più sottile, più veloce, che mi esplora il palato con movimenti rapidi. Poi un'altra ancora — più lenta, più sadica, che mi succhia il labbro inferiore e lo morde fino a farmelo quasi sanguinare. Le bocche si alternano sulla mia come se fossi un oggetto da passare di mano in mano — una, due, tre, non le conto più. Ogni bacio è una violazione. Ogni lingua è un'invasione. La saliva di tutti loro mi riempie la bocca, mi cola in gola, mi scende nello stomaco e si mescolera’ allo sperma che dovro’ ingoiare. Il sapore è un miscuglio di vino, sigaro, sudore, denti marci, e qualcosa di più primitivo — un fondo ferroso che sa di maschio, di eccitazione, di possesso.

«La troia ha la bocca piena di saliva. Sembra un cesso intasato.»

«No, sembra una fontana. Una fontana di sborra e bava.»

«Lecca, vacca. Lecca le nostre lingue. Pulisci i nostri denti.»

Le parole mi entrano nella testa e mi esplodono nel basso ventre. La fica pulsa intorno al vuoto — il cazzo di Vincenzo è ancora nel mio culo, e la mia vagina è un buco aperto, colante, che si contrae a vuoto. Il clitoride è un grumo gonfio, ipersensibile, che urla a ogni movimento del perizoma fantasma che non c'è più. Le ghiandole vaginali premono ancora — due pesi liquidi che si riempiono di nuovo, che si preparano a esplodere.

Vincenzo accelera. Le sue spinte diventano più corte, più furiose, il suo cazzo che mi sfonda il culo con un ritmo che mi fa ballare sull'altare. Le catene tintinnano furiosamente sopra la mia testa. Le corde mi stringono le caviglie così forte che sento i lividi formarsi sotto la pelle. Le mani sulle tettone stringono più forte — le unghie affondano, i capezzoli vengono tirati fino al limite del dolore. E poi, all'improvviso, lui si sfila.

Il vuoto è uno shock — un buco aperto, pulsante, che si contrae intorno al nulla. Un gemito mi esce nella bocca del maschio che mi sta baciando in quel momento.

«Adesso ti riempio la fica, puttana. Ti riempio come un otre.» La voce di Vincenzo è un ringhio. Le sue dita gialle mi afferrano le cosce, mi aprono di più, e poi il suo cazzo — ancora bagnato del mio interno, ancora duro come un palo di ferro — mi preme contro l'ingresso della vagina.

Entra senza resistenza.

La fica è già aperta, già bagnata, già piena di sperma del barista e del mio stesso liquido. Il cazzo di Vincenzo ci scivola dentro come un treno in un tunnel allagato — una presenza massiccia che mi riempie, mi completa, mi distrugge. Il glande mi urta contro il collo dell'utero, e l'urto è una scossa elettrica che mi fa inarcare la schiena contro il marmo. Le catene tintinnano. Le tettone schizzano fuori dalla presa delle mani anonime, e io urlo — un suono animale, strozzato, che esce direttamente nella bocca del maschio sopra di me.

L'orgasmo mi squassa il corpo.

Non è come il primo. È più profondo, più violento, un terremoto che parte dal collo dell'utero e si irradia fino ai capezzoli, fino alla gola, fino alle dita dei piedi che si inarcano dentro i sandali dorati. Le contrazioni sono una cascata di pugni che stringono il cazzo di Vincenzo — stringono, rilasciano, mungono — e lui lo sente, cazzo se lo sente, perché emette un grugnito trionfante.

«Sì, vacca! Sì! Vieni sul mio cazzo! Vieni! Vieni!»

Le contrazioni non si fermano. La fica pulsa intorno a lui come una bocca affamata, e io continuo a urlare — nella bocca del maschio sopra di me, nella bocca di un altro che prende il suo posto, nella bocca di tutti quelli che vogliono baciarmi mentre vengo. Le ghiandole vaginali esplodono e si svuotano di nuovo — un getto caldo, abbondante, che mi esce dall'uretra e schizza sulla pancia di Vincenzo, sulla sua camicia sudata, sulle mie stesse cosce. Sborro. Sborro come una fontana — un fiotto che non smette, che si mescola allo sperma del barista che ancora mi cola fuori, che gronda sulla pietra dell'altare e cola giù, sulle gambe di Antonio crocifisso sopra di me.

«Prendila, puttana! Prendi la mia sborra! Ti riempio! Ti riempio come un otre!» Vincenzo esplode dentro di me. Il suo sperma è bollente, denso, una colla bianca che mi riempie la vagina e mi cola direttamente contro il collo dell'utero. Un secondo getto, poi un terzo, poi un quarto. Lui geme, grugnisce, urla insulti e bestemmie, e intanto continua a spingere — il suo cazzo che pompa sperma dentro di me senza fermarsi, che si mescola a quello del barista, che mi riempie fino a farmi sentire gonfia, piena, traboccante.

«Ecco, vacca tettona. Ecco la sborra del tuo secondo sposo. Adesso sei piena di due cazzi. Due sborrate nella fica. Due dosi di sperma che ti nuotano nell'utero. Ti metto incinta, puttana. Ti metto incinta, troia schifosa. Ti metto incinta, amore mio!»

Le sue parole mi entrano nelle ovaie come frecce. Un altro orgasmo monta — più piccolo ma più profondo, un aftershock che mi fa contrarre la fica intorno al suo cazzo ancora duro, ancora dentro di me. Sborro di nuovo — un getto più debole, più liquido, che si mescola al suo sperma e al mio e a quello del barista e cola fuori, sulle mie cosce, sulla pietra, sul corpo di Antonio che geme sopra di me.

Poi Vincenzo si sfila. Il suo cazzo esce con uno schiocco umido — un fiotto di sperma misto mi cola fuori, si allarga sulla pietra. Lui mi guarda. I suoi occhi lucidi, iniettati di sangue, sono pieni di qualcosa che assomiglia al possesso. Le sue dita gialle mi stringono il mento.

«Ti amo, vacca. Ti amo, puttana tettona. Sei la mia troia preferita. La mia sposa del culo. La mia fontana di sborra.» Poi si china. La sua lingua mi invade la bocca — un bacio bavoso, profondo, che sa di vino, di denti marci, di sperma. Beve il mio respiro, il mio gemito, il mio piacere. Poi si stacca e si fa da parte.

Ma la folla non mi dà tregua. Altre mani mi afferrano le tettone. Altre bocche premono sulla mia. Altre dita mi scavano la fica colante, raccolgono lo sperma che mi esce, me lo spingono in bocca. Altri insulti. Altre lingue. Altri maschi che premono verso l'altare, i cazzi violacei puntati verso di me, gli occhi lucidi di viagra e desiderio.

Lorenzo e Matteo sono già sopra di me. I loro cazzi giovani, duri, mi puntano contro — uno verso la fica, uno verso la bocca. Dietro di loro, i pugili premono. I vecchi bastardi premono. I preti premono. Decine di maschi con i cazzi in mano, con gli occhi affamati, con le bocche che urlano insulti e richieste.

Volkov è in piedi accanto all'altare. Le braccia conserte. Gli occhi azzurri fissi su di me. Sorride. La sua voce arriva ovattata, mescolata ai grugniti e agli insulti della folla.

«Ancora, amore mio. Ancora. Hai appena iniziato. Prendili tutti. Riempiti di tutti. E ringrazia. Ringrazia ogni cazzo che ti scopa. Ringrazia ogni getto di sperma che ti riempie. Sei la nostra sposa. La nostra vacca. La nostra fontana. E oggi ti riempiremo fino a farti scoppiare.»

Le sue parole mi entrano nell'utero. La fica pulsa. Il clitoride urla. Tutte le ghiandole vaginali si riempiono di nuovo.

E Lorenzo spinge il suo cazzo dentro di me.

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