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35. Sposa di tutti i maschi
Le mani mi piombano di nuovo sulle tettone prima ancora che Lorenzo abbia finito di spingermi il cazzo nel culo. Non so più di chi sono — dita callose, dita sudate, dita con unghie nere, dita con anelli freddi che mi graffiano la carne. Mi strizzano. Mi torcono. Mi schiacciano contro lo sterno come due masse di pasta lievitata, e ogni stretta è una scossa che mi esplode nella fica ancora piena dello sperma del barista. I capezzoli violacei sono due punte di fuoco vivo — ipersensibili, gonfi, pronti a esplodere al minimo tocco — e queste mani non sono delicate. Sono artigli. Sono morse. Sono la fame di decine di maschi che vogliono mungermi le tettone fino a farmi urlare.
Lorenzo intanto mi sta sfondando il culo.
Il suo cazzo grande e scuro mi dilata l'ano con una lentezza sadica — centimetro dopo centimetro, una pressione assurda che mi riempie l'intestino e mi fa vedere stelle bianche dietro le palpebre. Le sue dita di giovane maschio padrone mi scavano i fianchi, mi tengono ferma, e a ogni spinta il suo glande mi urta contro qualcosa di profondo, di proibito, di osceno. Grugnisce. Le sue parole sono un rantolo di oscena passione direttamente sopra il mio viso.
«Che culo stretto, puttana. Sembra che non te l'abbia mai preso nessuno. Invece te lo prendi, eccome se te lo prendi. Dopo il cazzo del vecchio Vincenzo nel culo adesso il mio e godi come una troia.»
Godere. La parola mi esplode nell'utero e l'orgasmo mi monta da dietro — un terremoto che parte dall'ano e si irradia nella fica, nel clitoride, nelle gambe, nella schiena. Le contrazioni mi stringono il cazzo di Lorenzo — stringono, rilasciano, mungono — e lui ride. Un suono roco, incredulo.
«Senti come mi mungi il cazzo con il culo? Sembra una pompa. Una vacca da mungitura. Mi stai succhiando lo sperma con le budella!»
Sborro. Non dalla fica — dall'uretra, un getto caldo che mi schizza sulla pancia, sulle cosce, sulle mani dei maschi che mi stanno ancora palpando le tettone. Il liquido è copioso, trasparente, una fontana che non si ferma perché le contrazioni non si fermano. Ogni spinta di Lorenzo mi provoca un altro orgasmo — uno, due, tre orgasmi sovrapposti, una cascata di piacere che mi annebbia la vista e mi fa urlare fino a perdere la voce.
E intanto le bocche.
Non so più quante bocche mi hanno baciata. Una lingua calda mi invade la gola — sapore di vino, di sigaro, di denti marci. Il barista. Mi bacia mentre Lorenzo mi scopa il culo, la sua pancia sudata che mi preme contro la spalla, la sua saliva che mi cola in gola e si mescola alla mia. Deglutisco. La lingua si ritrae, ma un'altra la sostituisce — più giovane, più affamata, sapore di palestra e di testosterone. Matteo. Mi succhia il labbro inferiore, me lo morde, mi spinge la lingua in bocca come un cazzo e mi sbava saliva densa che mi cola sul mento, sul collo, tra le tettone martoriate.
«Prendi la mia saliva, vacca. Prendila tutta. Così impari a baciare come si deve.»
Poi un altro. La sua lingua è più ruvida, più impaziente. Mi riempie la bocca senza preavviso, mi spinge la saliva direttamente in gola, e io deglutisco di nuovo — un riflesso automatico, un bisogno animale di ingoiare tutto quello che mi danno. Le loro salive si mescolano nella mia bocca — barista, Lorenzo, Matteo, Vincenzo che ora mi ha afferrato il mento e mi gira il viso verso di lui, la sua lingua gialla che mi invade, il suo alito di tomba che mi riempie i polmoni.
«Bacia il tuo vecchio, puttana. Bacialo mentre ti scopano il culo.»
Bacio. Non posso fare altro. La mia bocca è un buco che loro riempiono a turno, una stazione di servizio dove le lingue si alternano senza sosta. Ogni bacio è una violazione, un'occupazione, un pasto di saliva che mi scende in gola e mi gonfia lo stomaco. E ogni bacio mi provoca un altro orgasmo — il clitoride pulsa, si gonfia, si ritrae, esplode in contrazioni che mi scuotono le cosce contro le corde.
Lorenzo esplode nel culo senza preavviso.
Un getto bollente, densissimo, una colla bianca che mi riempie l'intestino e mi cola giù, verso l'ano, deborda, mi sporca le natiche. Lui geme — un suono lungo, bestiale, soddisfatto — e le sue dita cattive mi stringono i fianchi così forte che sento la carne cedere sotto le unghie. «Prendila, troia. Prendi la mia sborra. Ti riempio il culo. Ti riempio le budella. Adesso sei mia. Mia!»
Si sfila con uno schiocco umido. Un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola al mio liquido, alla pozza appiccicosa che si sta allargando sotto le mie natiche. Ma non c'è pausa. Non c'è tregua.
Le mani di Matteo mi afferrano i fianchi prima che Lorenzo si sia allontanato del tutto. Il suo cazzo giovane, duro, bollente mi preme contro l'ano ancora sporco, ancora aperto, ancora colante. Spinge. Entra senza resistenza — lo sperma di Lorenzo fa da lubrificante — e il suo glande mi scivola dentro con un affondata unica, brutale, che mi fa urlare.
«Adesso ti scopo il culo come si deve, vacca tettona.» La sua voce è un ringhio eccitato. «Il vecchio e Lorenzo ti hanno solo aperta. Io ti sfondo.»
E mantiene la promessa.
Le sue spinte sono violente, ritmiche, un martello pneumatico che mi scava l'intestino senza pietà. I suoi testicoli giovani mi sbattono contro le natiche con uno schiocco umido a ogni affondo. Le sue mani mi afferrano le tettone — le stringe, le torce, le tira verso di sé come due maniglie, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi fa esplodere in un altro orgasmo. Sborro di nuovo — un getto più debole, più liquido, che mi bagna la pancia già fradicia.
«Cazzo, la vacca sborra ancora! Sborra mentre le scopo il culo! Che troia schifosa!»
Le sue parole mi entrano nelle ovaie e le contrazioni aumentano — la fica pulsa a vuoto, il clitoride urla, l'ano si stringe intorno al suo cazzo come una morsa. Lui accelera. Le spinte diventano una furia cieca, un bombardamento di carne che mi fa tintinnare le catene sopra la testa e mi sbatte la schiena contro il marmo. Il suo respiro è un rantolo. Le sue parole sono un torrente.
«Prendilo, puttana. Prendi il cazzo di Matteo nel culo. Ti piace, vero? Ti piace essere il cesso da sborra di tutti? Dillo! Dillo che ti piace!»
«Mi... mi piace...» La voce mi esce in un singhiozzo rotto. «Mi piace... ti prego... ancora...»
«Ancora? Te lo do ancora, vacca. Te lo do tutto!»
Esplode. Il suo sperma mi riempie l'intestino — un getto caldo, abbondante, una quantità che non credevo possibile da un corpo così giovane. Lo sento colarmi dentro, riempirmi, debordare. Un secondo getto. Un terzo. Lui geme, grugnisce, mi stringe le tettone così forte che sento i capezzoli scoppiare sotto le sue dita.
Poi si sfila. Si scosta. E un altro prende il suo posto.
Ma questo non vuole il culo. Le sue mani mi afferrano le cosce, mi sollevano il bacino, mi girano appena. Il suo cazzo — un'asta giovane, venata, bollente — mi preme contro la fica. La mia fica colante, gonfia, piena dello sperma del barista e del mio stesso liquido. Spinge. Entra con un'affondata unica, e il suo glande mi arriva direttamente al collo dell'utero.
L'orgasmo mi esplode all'istante.
Non è un orgasmo normale — è una detonazione. Una bomba che mi scoppia nel basso ventre e mi fa inarcare la schiena contro il marmo, le catene che tintinnano furiosamente, le tettone che schizzano fuori dalle mani dei maschi che le stavano ancora palpando. Le contrazioni sono violente, incontrollabili — la fica si stringe intorno al cazzo del giovane come una morsa, lo munge, lo succhia, lo divora. Sborro — un getto copioso, abbondante, che schizza sulla pancia dell’animale che mi sta fottendo, sul mio stomaco, sulle cosce, sull'altare. Un secondo getto. Un terzo. Non smette. Ogni spinta del giovane bastardo ne provoca un altro, e un altro, e un altro ancora.
«Cazzo, la vacca è un idrante!» urla qualcuno tra la folla. «Sta allagando l'altare!»
«È una fontana di sborra!»
«Voglio berla! Voglio leccarla!»
Li sento ridere. Un suono giovane, eccitato, quasi incredulo. Le sue spinte sono selvagge — un ritmo animalesco che mi fa urlare a ogni affondo. Le sue mani mi tengono le cosce aperte, le dita che mi scavano la carne, e intanto altre mani — decine di mani — mi toccano ovunque. Mi strizzano le tettone. Mi infilano dita in bocca. Mi raccolgono il liquido dalla pancia e se lo portano alle labbra. Mi grattano. Mi graffiano. Mi possiedono.
E le bocche. Ancora bocche. Una lingua anonima mi invade la gola — non so di chi è, non so più nulla, so solo che sa di birra e di voglia. Un'altra lingua mi lecca il viso, raccoglie le lacrime e il sudore e dello sperma che mi è colato sulla guancia. Una terza mi succhia il capezzolo sinistro — una bocca calda, bavosa, che tira e morde e succhia come se stesse mungendo.
«Ti piace, vacca tettona? Ti piace essere il buco di tutti?»
«Sì... sì... oh sì...»
Le parole mi escono in un rantolo, ma sono vere. Sono la verità più profonda che abbia mai urlato. Mi piace. Mi piace ogni morso, ogni stretta, ogni goccia di saliva e di sperma che mi cola addosso. Mi piace l'odore di questi maschi — sudore, vino, fritto, palestra, dopobarba, voglia rancida — che mi riempie le narici e mi anestetizza il cervello. Mi piace il rumore — i grugniti, le risate, gli insulti, le mie stesse urla che rimbalzano sulle pareti di pietra. Mi piace essere niente, un buco, un contenitore, una vacca da monta legata sull'altare che riceve cazzi e sperma e piacere senza fine.
Il giovane porco accelera. Le sue spinte diventano furiose, un bombardamento che mi fa tintinnare le catene e mi sbatte la schiena contro il marmo. Il suo respiro è un rantolo. Le sue parole sono un ringhio.
«Prendi la mia sborra, vacca. Prendila nella fica. Ti riempio. Ti ingravido. Ti faccio diventare la madre dei miei figli bastardi!»
Esplode. Il suo sperma mi riempie la fica — un getto bollente, copioso, una colla bianca che mi si mescola a quella del barista, la sommerge, la fa debordare. Lo sento colarmi dentro, gonfiarmi, riempirmi fino al collo dell'utero. Un secondo getto. Un terzo. Un quarto. Non finisce più — una quantità inimmaginabile, un oceano di sperma giovane che mi riempie la pancia e mi fa sentire gonfia, piena, completa.
L'orgasmo mi esplode di nuovo — più forte, più profondo, un terremoto che mi scuote le viscere e mi fa urlare nella bocca anonima che mi sta ancora baciando. Sborro di nuovo — un getto debole, acquoso, che si mescola allo sperma e al sudore e alla saliva che mi ricoprono.
Poi il giovane si sfila. Un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola alla pozza appiccicosa sull'altare.
E altre mani mi afferrano. Altri cazzi premono. Altre bocche mi cercano.
La fila di maschi davanti all'altare è ancora lunga. Decine di cazzi violacei, duri per il viagra, puntati verso la mia fica colante, il mio culo aperto, la mia bocca spalancata. Il prete anziano ride. Volkov mi guarda da lontano con gli occhi azzurri pieni di orgoglio.
«Brava vacca,» mormora. «Sei una fontana. Sei la nostra fontana.»
Altre mani sulle tettone.

