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36. La monta non si ferma
La monta non si ferma. Non può fermarsi.
Marcus mi afferra i fianchi con due mani che sembrano badili — dita enormi, callose, che mi scavano la carne sudata e mi sollevano il bacino dall'altare. Le catene tintinnano sopra la mia testa, le corde mi stringono le caviglie, e il suo cazzo — un palo nero, venato, bollente — mi preme contro la fica già colante di sperma di Matteo e del barista. Spinge. Entra con un'affondata unica che mi strappa un urlo. Il glande mi urta il collo dell'utero come un pugno, e l'orgasmo mi esplode ancora prima che lui inizi a muoversi.
«Cazzo, vacca!» La sua voce è un tuono che rimbalza sulle pareti di pietra. «Sei già venuta? Non ho ancora cominciato!»
Le contrazioni mi stringono la fica intorno al suo cazzo — mungono, succhiano, divorano. Sborro — un getto caldo che mi schizza sulla pancia già fradicia, sul suo addome scolpito, sulla pietra dell'altare. Lui ride, un suono basso che mi vibra nelle ovaie, e inizia a scoparmi con un ritmo che è insieme lento e inesorabile — un martello che si alza e si abbassa, si alza e si abbassa, ogni colpo una detonazione nel basso ventre.
«Guardami, vacca tettona.» Le sue dita mi afferrano il mento, mi girano il viso verso il suo. I suoi occhi scuri sono due pozzi di carbone. «Guardami mentre ti scopo. Voglio vedere i tuoi occhi quando vengo dentro di te.»
Non posso distogliere lo sguardo. Le sue iridi mi inchiodano all'altare più delle catene. La sua bocca scende sulla mia — un bacio che è un morso, la lingua enorme che mi invade la gola, mi riempie, mi soffoca. Il sapore è salato, maschio, un misto di sudore e di birra e di una fame che non ha fondo. Deglutisco la sua saliva mentre lui mi scava la fica, e le parole mi escono in un rantolo direttamente nella sua bocca.
«Ti amo... ti amo, Marcus... scopami... riempimi...»
«Mi ami, vacca?» Si stacca quel tanto che basta per parlare, il suo alito caldo sulle mie labbra gonfie. «Allora prendi tutta la mia sborra. Prendila e diventa la madre dei miei figli bastardi. Voglio vederti gonfia del mio seme. Voglio che tutti sappiano che sei mia.»
Le spinte accelerano. Il suo cazzo diventa una furia — un pistone che mi sfonda la fica, che mi urta l'utero, che mi fa urlare a ogni affondo. Le sue mani mi artigliano le tettone attraverso il pizzo fradicio, le strizzano, le torcono, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi fa esplodere in un altro orgasmo. Sborro di nuovo — un getto più debole, più acquoso, che si mescola allo sperma e al sudore che mi ricoprono.
Lui esplode con un ruggito. Il suo sperma è una cascata bollente — denso, abbondante, una colla bianca che mi riempie la fica e deborda, mi cola sulle cosce, si mescola alla pozza appiccicosa dell'altare. Un getto. Un secondo. Un terzo. Non finisce più. La sua faccia è una maschera di estasi e di possesso, i denti bianchi che brillano alla luce delle candele.
«Prendila, amore mio. Prendi la sborra del tuo uomo. Ti riempio. Ti ingravido. Sei mia. Mia!»
Rimane dentro di me per un tempo che non so misurare, il suo cazzo che pulsa, che pompa ancora sperma nella mia fica già gonfia. Poi si sfila con uno schiocco umido — un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola al resto, gronda sulla pietra. Si china. Le sue labbra premono sulle mie in un bacio quasi tenero.
«Sei stata brava, vacca. Ti amo.»
Poi Dario lo spinge via.
L'enorme pugile bianco non ha pazienza. Il suo petto coperto di peli biondi e sudati mi schiaccia contro il marmo, il suo peso mi toglie il respiro. Le sue mani — enormi, callose, con nocche segnate da vecchie cicatrici — mi afferrano le cosce, me le sollevano, me le aprono ancora di più. Le corde mi stringono le caviglie fino al dolore. Il suo cazzo — spesso, venato, il glande violaceo che gocciola — mi punta contro l'ano.
«Adesso ti prendo il culo, puttana tettona. E voglio sentirti urlare il mio nome.»
Spinge senza preavviso. Il glande mi dilata l'ano con una pressione assurda — lo sperma di Vincenzo e di Lorenzo fa ancora da lubrificante, ma non basta. La sua circonferenza è una tortura, un'occupazione che mi fa vedere stelle bianche dietro le palpebre. Entra — centimetro dopo centimetro, una presenza massiccia che mi riempie l'intestino e mi strappa un urlo che rimbalza sulle pareti della chiesa.
«Dario! Cazzo, Dario... ti prego...»
«Prego chi?» La sua voce è un ringhio. Le sue mani mi stringono le cosce, le sue anche iniziano a muoversi con un ritmo brutale. «Prego me? Prego il mio cazzo? Dillo, vacca. Dillo che preghi il mio cazzo.»
«Prego il tuo cazzo... prego te, Dario... ti amo... ti amo...»
Le parole mi escono rotte, spezzate dalle spinte che mi fanno sobbalzare sull'altare. Lui ride — un suono roco, soddisfatto — e accelera. Il suo cazzo mi scava l'intestino con una furia animalesca, i suoi testicoli mi sbattono contro le natiche con uno schiocco umido a ogni affondo. Le contrazioni mi esplodono nell'ano — stringono, rilasciano, mungono — e lui geme.
«Cazzo, vacca, mi stai mungendo il cazzo con il culo. Sembra una pompa. Una vacca da mungitura. Sei la mia vacca da mungitura, amore mio?»
«Sì... sì... sono la tua vacca... ti prego... ancora...»
«Ancora? Te lo do ancora, troia. Te lo do tutto!»
Si china. La sua bocca preme sulla mia — un bacio bavoso, disperato, la lingua che mi invade, che mi riempie del suo sapore di sudore e di birra. Mi bacia mentre mi scopa il culo, mentre le sue mani mi stringono le tettone, mentre le catene tintinnano e le candele danzano e la folla di maschi intorno all'altare urla insulti e incoraggiamenti.
«Sfondala, Dario!»
«Falla urlare!»
«Voglio vederla sborrare ancora!»
Sborro. Non dalla fica — dall'uretra, un getto caldo che mi schizza sulla pancia, sul petto di Dario, sulle sue mani che mi stringono ancora le tettone. Le contrazioni mi scuotono il corpo come una bambola di pezza, e lui esplode dentro di me con un ruggito. Il suo sperma mi riempie l'intestino — bollente, densissimo, una colla bianca che mi cola dentro e mi gonfia la pancia. Un getto. Un secondo. Un terzo. Geme sulla mia bocca, le sue parole un rantolo umido.
«Ti amo, vacca tettona. Ti amo e ti riempio. Prendi la mia sborra nel culo. Prendila tutta. Sei il mio cesso da sborra. La mia puttana. La mia vita.»
Si sfila. Un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola al resto, alla pozza che ormai copre tutto l'altare. E io non ho tregua. Non ho pausa.
Il pugile tatuato prende il posto di Dario. Le sue mani mi afferrano i fianchi e mi girano — le corde mi segnano le caviglie, le catene mi torcono i polsi, ma lui mi sistema come vuole, a pecorina sull'altare, le ginocchia che affondano nella poltiglia di sperma e liquido che mi cola dalle cosce. Il suo cazzo mi entra nella fica da dietro con un'affondata unica, e il suo glande mi urta il collo dell'utero mentre le sue dita mi afferrano le tettone da dietro e le strizzano.
«Così, vacca. A pecorina. Come una bestia. Come la bestia che sei.»
Le sue spinte sono violente, ritmiche, un martello pneumatico che mi scava la fica. I suoi tatuaggi — serpenti, teschi, lame — mi premono contro la schiena sudata. La sua bocca mi cerca il collo, mi morde, mi succhia, e intanto le sue parole sono un torrente osceno che mi entra nelle orecchie e mi esplode nell'utero.
«Ti piace, puttana? Ti piace essere scopata a pecorina sull'altare? Ti piace avere la fica piena di sborra di tutti? Sei una fogna, amore mio. Una fogna benedetta. E io ti amo. Ti amo come si ama un cesso. Un cesso da sborra. Il mio cesso da sborra preferito.»
«Ti amo... ti amo anch'io...» La voce mi esce in un singhiozzo. «Scopami... riempimi... ti prego...»
Lui accelera. Le spinte diventano una furia cieca, un bombardamento che mi fa tintinnare le catene e mi sbatte la schiena contro il suo petto tatuato. Esplode con un urlo — il suo sperma mi riempie la fica, si mescola a quello di Marcus, del barista, di Matteo, una poltiglia calda che mi cola fuori e mi sporca le cosce.
Poi si sfila. E un altro prende il suo posto.
Il pugile con i dreadlocks. Il suo cazzo lungo e sottile mi entra nella fica mentre quello tatuato si sta ancora allontanando. Le sue dita mi afferrano i capelli, mi tirano la testa all'indietro. La sua bocca preme sulla mia, la sua lingua mi invade, e io lo bacio — lo bacio come si bacia un amante, come si bacia un uomo che ti sta scopando la fica piena di sperma di altri dieci maschi.
«Ti amo, vacca,» mormora sulle mie labbra. «Ti amo da impazzire. Voglio che porti il mio figlio. Voglio che tutti sappiano che sei mia.»
«Sono tua... sono tua... ti amo...»
Le parole mi escono automatiche, ma sono vere. Ogni uomo che mi scopa è mio marito per quei minuti. Ogni cazzo che mi riempie è il cazzo dell'amore della mia vita. Ogni getto di sperma che mi gonfia la pancia è una promessa, una gravidanza, una vita nuova.
Lui esplode. Il suo sperma si mescola agli altri, e io vengo di nuovo — un orgasmo più piccolo, quasi esausto, ma ancora umido. Sborro — un rivolo acquoso che mi cola sulle cosce già completamente fradicie.
Poi il giovane pugile dagli occhi verdi. Quello tenero. Quello che mi aveva fatto innamorare con le sue parole dolci.
Le sue mani mi accarezzano il viso. Le sue labbra premono sulle mie in un bacio delicato — niente lingua, niente morsi. Solo labbra. Solo un uomo che bacia la donna che ama.
«Amore mio,» sussurra. «Sei stanca?»
«No... no... ti prego... scopami...»
«Ti scopo, amore mio. Ti scopo come si scopa una sposa. Come si scopa la donna più bella del mondo.»
Il suo cazzo mi entra nella fica con una dolcezza che mi spiazza. Le sue spinte sono lente, ritmiche, un dondolio che mi culla. Le sue mani mi accarezzano le tettone senza strizzarle, le sue labbra mi baciano la fronte, le guance, il mento. E intanto mi parla.
«Ti amo, Sabina. Ti amo più di qualsiasi cosa. Sei la mia vita. La mia sposa. La madre dei miei figli. Ti amerò per sempre. Anche quando sarai piena di sperma di altri. Anche quando sarai gonfia di un figlio che non è mio. Ti amerò sempre. Perché sei mia. Solo mia.»
Le lacrime mi rigano il viso. Non so se sono lacrime di piacere, di commozione, di resa. So solo che il suo amore mi entra nell'utero come un cazzo, mi riempie, mi fa esplodere in un orgasmo che è insieme fisico e spirituale. Sborro — un getto debole, acquoso, che si mescola allo sperma e alle lacrime e al sudore che mi ricoprono.
Lui esplode dentro di me con un gemito lungo, quasi un canto. Il suo sperma è caldo, abbondante, un'altra aggiunta alla poltiglia che mi gonfia la pancia.
«Ti amo, amore mio. Ti amo.»
Si sfila. E altri cazzi premono. Altri maschi mi afferrano. Altri baci. Altre parole d'amore e di degradazione che si mescolano in un unico, immenso torrente di oscenità e di passione.
E intanto, chi ha già finito — il barista, Vincenzo, Lorenzo, Matteo, Marcus, Dario, il tatuato, quello con i dreadlocks — si avvicina di nuovo. I loro cazzi sono ancora duri per il viagra, ancora gocciolanti, ancora affamati. Si mettono intorno all'altare e cominciano a masturbarsi. I loro getti mi piovono addosso — sulla schiena, sulle tettone, sul viso, sui capelli. Lo sperma caldo mi cola addosso come una pioggia, una glassa appiccicosa che si aggiunge a quella che già mi ricopre.
«Prendi la nostra sborra, vacca!»
«Sei il nostro sborratoio!»
«Ti amo, puttana tettona!»
«Sei bellissima piena di sperma!»
Il prete anziano ride. Volkov mi guarda da lontano, le braccia conserte, gli occhi azzurri pieni di orgoglio e di desiderio. Antonio crocifisso sopra di me singhiozza, il suo cazzo ancora duro, ancora gocciolante, ancora inutile.
La fila di maschi davanti all'altare non si accorcia. Altri cazzi premono. Altri getti mi piovono addosso. La mia fica è un lago di sperma. Il mio culo è un fiume. Il mio corpo è una mappa di lividi, di morsi, di succhiotti, di colla bianca che mi cola da ogni poro.
E non sono mai stata così viva.
«Ancora,» mormoro. La voce è un rantolo roco, rotto. «Ancora... ti prego...»
Il pugile calvo con la barba grigia mi afferra i fianchi. Il suo cazzo mi entra nella fica. La sua bocca preme sulla mia.


