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37. La comunione oscena della vacca tettona
La barba grigia mi gratta il mento, il labbro inferiore, le guance già irritate dallo sperma secco e dal sudore. Lui mi bacia come se volesse mangiarmi — la lingua enorme, ruvida, che mi invade la bocca con una lentezza viscida, come una lumaca calda che mi striscia sul palato. Il suo sapore è tabacco, vino rosso, qualcosa di metallico che sa di sangue vecchio. Le sue labbra premono sulle mie, si aprono, si richiudono, succhiano — un bacio che è insieme una violazione e una carezza, un'occupazione che mi toglie il respiro e me lo restituisce solo quando lui decide di staccarsi per guardarmi.
I suoi occhi — due fessure grigie, acquose, piene di una tenerezza che stride con tutto il resto — mi fissano da pochi centimetri. «Ti amo, vacca tettona,» sussurra. La voce è un rantolo roco, intimo, quasi un segreto che mi confessa all'orecchio. Poi la lingua riprende a scavarmi la bocca.
Il suo cazzone intanto mi sta dilatando la fica come nessuno prima.
È enorme — una mazza venata, bollente, così spessa che sento le pareti vaginali stirarsi per accoglierlo. Entra millimetro dopo millimetro, una presenza massiccia che mi occupa tutta, che mi riempie fino al collo dell'utero e sembra non finire mai. Il glande mi urta in fondo con una pressione sorda, un pugno di carne che mi fa inarcare la schiena contro il marmo. Le catene tintinnano sopra la mia testa — un suono lontano, ovattato, che arriva ovattato attraverso il rombo del sangue nelle orecchie.
Lui spinge. Si ritrae. Spinge di nuovo. Il ritmo è lento, quasi solenne — un sacerdote che officia un rito, non un pugile che scopa una vacca legata a un altare. Ogni affondo è un terremoto che mi parte dalla fica e si irradia nelle gambe, nella schiena, nelle tettone schiacciate sotto il peso del suo petto. E quel peso — il suo corpo massiccio, caldo, sudato — mi preme contro il marmo come una coperta di carne. Le tettone sono due cuscini schiacciati sotto di lui, i capezzoli violacei che sfregando contro la pelle ruvida del suo torace nudo, contro i peli grigi che gli coprono il petto.
La puzza del suo sudore mi avvolge come un sudario. Acre, maschio, un odore di palestra e di notti insonni, di vecchio cuoio e di giovane fatica. Mi riempie le narici, mi scende nei polmoni, mi anestetizza il cervello. Respiro il suo odore e il mio corpo risponde — la fica stringe, pulsa, munge il suo cazzo con contrazioni involontarie che gli strappano un grugnito.
«Senti come mi stringi, vacca? Sembra una morsa. Una fica da mungitura. La tua fica è una pompa.» Le parole mi escono direttamente in bocca, la sua lingua che mi riempie mentre parla, e io deglutisco la sua saliva insieme alle sue parole. «Ti amo. Ti amo, vacca tettona. Sei la mia puttana preferita. La mia troia da monta. La madre dei miei figli bastardi.»
L'orgasmo mi esplode senza preavviso.
Non è un orgasmo normale — è una soglia che attraverso e non supero mai, uno stato di piacere continuo che non ha picchi né valli ma solo un'altitudine costante, una cima piatta dove il corpo trema e si contorce senza controllo. Le contrazioni non sono più singole — sono un tremore incessante, un vibrare della fica intorno al suo cazzo che non si ferma più. Stringe, rilascia, stringe, rilascia, stringerilasciastringerilascia — un ritmo così veloce che diventa un ronzio, un motore acceso nel basso ventre che mi fa urlare nella sua bocca.
Lui beve il mio urlo. La sua lingua mi riempie la gola mentre il suo cazzo mi riempie la fica, e io sono solo un buco — un buco che trema, che si contorce, che sborra. Il mio liquido mi esce a fiotti — getti caldi, copiosi, che mi schizzano sulla pancia già fradicia, sul suo pube, sulle sue cosce. Ogni spinta del suo cazzo ne spreme un altro, e un altro, e un altro ancora. Le mie gambe tremano così forte che le corde mi segnano le caviglie con solchi viola. Le braccia tirano le catene in spasmi involontari, e il tintinnio del metallo è un accompagnamento alla mia agonia.
«Cazzo, vacca! Stai venendo! Stai venendo senza fermarti!» La sua voce è un ringhio. Le sue mani mi afferrano le cosce, me le sollevano, mi aprono ancora di più. Le spinte accelerano — il ritmo lento si sbriciola, diventa una furia, un bombardamento di carne che mi fa sobbalzare sull'altare. La sua pancia sbatte contro la mia, i suoi testicoli pesanti mi schiaffeggiano il perineo, e il suo cazzone mi scava dentro con una violenza che è quasi rabbia.
E intanto mi bacia. Continua a baciarmi. La sua lingua non lascia mai la mia bocca — dentro, fuori, dentro, fuori — un pompino orale che rispecchia il pompino vaginale che gli sto facendo. La sua saliva mi cola in gola, mi gonfia lo stomaco insieme allo sperma di tutti i maschi che mi hanno già riempita. Deglutisco automaticamente — un riflesso, un bisogno, una fame.
«Ti amo... ti amo... ti amo...» Le parole mi escono in un rantolo tra un bacio e l'altro, e non so se le sto dicendo io o le sta dicendo lui. Forse entrambi. Forse la mia bocca e la sua sono una bocca sola, un buco solo che respira, che geme, che urla.
Lui esplode con un ruggito.
Il suo sperma è una cascata bollente — denso, colloso, una colla bianca che mi riempie la fica e mi cola direttamente contro il collo dell'utero. Lo sento — ogni getto, ogni fiotto, ogni pompata del suo cazzo che spreme altro sperma dentro di me. Un getto. Un secondo. Un terzo. Un quarto. Non finisce più. La quantità è assurda — un'inondazione calda che mi gonfia la pancia, che si mescola allo sperma di tutti gli altri, che deborda e mi cola sulle cosce e sulla pietra.
Lui urla. Urla il mio nome, urla "vacca tettona", urla "ti amo" e "puttana" e "madre dei miei figli" in un torrente di parole che si mescolano in un'unica, immensa dichiarazione oscena. E io urlo con lui. La mia voce si fonde con la sua — due bestie che gemono all'unisono, due corpi che tremano insieme, due bocche che si baciano mentre il piacere ci devasta.
Quando si sfila — uno schiocco umido, un fiotto di sperma che mi cola fuori — io rimango lì, sull'altare, a tremare. Le contrazioni non si fermano. L'orgasmo non si ferma. Il mio corpo è un arco teso, una corda di violino che vibra all'infinito. Le cosce mi tremano. Le braccia tirano le catene. La fica pulsa a vuoto, si stringe sul nulla, e ogni contrazione spreme un altro rivolo di sperma e di mio liquido che cola sulla pietra.
Sono ridotta a un ammasso di carne oscena che respira.
Non penso più. Non parlo più. Esisto solo come corpo — un corpo pieno di sperma, coperto di sperma, grondante di sperma. I miei seni sono due colline bianche, i capezzoli due punte violacee che emergono dalla glassa appiccicosa. La mia pancia è gonfia, tesa, piena del seme di dieci, dodici, quindici maschi. Le mie cosce sono due fiumi di sborra che cola. Il mio viso è una maschera di lacrime, sudore, saliva e sperma secco.
E intorno a me, i maschi continuano a masturbarsi. Continuano a sborrarmi addosso. I loro getti mi piovono sulla schiena, sulle tettone, sui capelli, sul viso — una pioggia calda, incessante, che si aggiunge alla glassa che mi ricopre. «Prendila, vacca!» «Sei il nostro water!» «Ti amo, puttana!» «Sborra! Sborra! Sborra!» Le loro voci sono un coro osceno che riempie la chiesa.
Il pugile calvo si allontana. Le sue mani mi lasciano le cosce, la sua barba mi lascia il mento irritato. Si unisce al cerchio di maschi che mi circondano, il cazzo ancora duro in mano, e ricomincia a masturbarsi. I suoi occhi grigi mi fissano con adorazione.
E poi i preti.
Il prete biondo è il primo. Il suo viso angelico è una maschera di fanatismo — gli occhi azzurri sgranati, le labbra sottili che tremano. Si inginocchia tra le mie gambe aperte, le sue mani fredde mi afferrano i fianchi. Il suo cazzo — magro, pallido, il glande rosato — mi punta contro la fica colante. Spinge. Entra senza resistenza — lo sperma di tutti gli altri fa da lubrificante — e il suo gemito è un suono quasi infantile.
«Puttana benedetta,» sussurra. Le sue spinte sono brevi, nervose, un ronzio da insetto. «Fogna santa. Contenitore di peccato. Ti scopo nel nome del Signore, vacca tettona. Ti scopo per purificarti. Per purificarci. Per trasformare il tuo corpo in un tempio di sperma.» Le parole gli escono in un torrente febbrile mentre mi scopa — un rosario di oscenità liturgiche che mi entrano nelle orecchie e mi si attorcigliano nell'utero.
Il prete anziano intanto si è chinato su di me. Le sue dita nodose tengono un'ostia — un disco bianco, sottile, che luccica alla luce delle candele. La preme sul mio petto, sulla glassa di sperma che mi ricopre le tettone. L'ostia si impregna — assorbe il bianco del seme, diventa molle, si gonfia. La sua voce tuona sopra di me.
«Corpus Domini nostri. Il corpo del nostro signore. Il corpo dello sperma. Il corpo della lussuria. Ricevi, vacca, la comunione del seme. Mangia il corpo dei tuoi sposi. Nutriti della loro santa sborra.»
Le sue dita mi premono l'ostia sulle labbra. Apro la bocca. L'ostia mi si scioglie sulla lingua — il sapore è farina e sperma, un misto di sacro e di osceno che mi riempie la bocca di una poltiglia calda. Deglutisco. L'ostia mi scende in gola insieme allo sperma, e il prete anziano geme — un suono soddisfatto, quasi estatico.
«Brava vacca. Brava puttana benedetta. Adesso un'altra. Adesso ancora.»
Il prete moro intanto ha preso il posto del biondo. Il suo cazzo — scuro, spesso, il glande violaceo — mi entra nella fica con un'affondata unica che mi strappa un gemito. Le sue mani mi stringono le tettone, le strizzano, fanno colare lo sperma che le ricopre. Le sue labbra premono sulle mie — un bacio che è un morso, la lingua che mi invade, che mi riempie del suo sapore di vino e di incenso.
«Troia schifosa,» mormora sulla mia bocca. «Sei il cesso di Dio. La fogna del Paradiso. Ti scopiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E lo Spirito Santo è il nostro sperma. È il seme che ti riempie. È la vita che ti mettiamo in pancia.» Le sue spinte sono violente, ritmiche — un martello che mi scava la fica già gonfia, già piena. L'orgasmo — quell'orgasmo continuo, quel tremore che non si ferma — si intensifica. Le contrazioni mi stringono la fica intorno al suo cazzo, e lui ride. «Senti come mi mungi, vacca? Senti come preghi il mio cazzo?»
Il prete anziano mi preme un'altra ostia sulle tettone. La raccoglie, la solleva — è fradicia, gocciolante, un disco molle impregnato del seme del barista, di Vincenzo, di Lorenzo, di Matteo, di Marcus, di Dario, di tutti i pugili che mi hanno sborrato addosso. Me la infila in bocca mentre il prete moro mi scopa, e io deglutisco di nuovo. Il sapore è più forte adesso — più amaro, più ferroso, un concentrato di maschio che mi riempie lo stomaco e mi fa gemere.
«Mangia, vacca. Mangia il corpo dei tuoi sposi. Nutri il tuo corpo di puttana con il seme benedetto. Preparati a portare in grembo il frutto di questa santa monta.» La voce del prete anziano è un canto, una litania oscena che mi ipnotizza mentre il prete moro mi scopa e il prete biondo mi guarda, il cazzo in mano, aspettando il suo turno.
Un'altra ostia. Questa volta la passa sul mio stomaco, dove lo sperma si è accumulato in una pozza densa. L'ostia si impregna, si gonfia, diventa una spugna bianca. Me la preme sulle labbra. Apro la bocca. Deglutisco.
«Corpus Domini. Corpus sperma. Corpus vacca. Corpus puttana. Corpus madre. Ricevi, troia tettona, la benedizione del seme. Che il tuo utero sia fecondo. Che le tue tettone siano piene di latte. Che il tuo corpo sia il tempio della nostra lussuria per sempre.»
Il prete moro esplode dentro di me con un urlo. Il suo sperma si mescola agli altri — un'altra aggiunta alla poltiglia che mi gonfia la pancia. Si sfila, e il prete biondo prende il suo posto. Le sue mani fredde mi afferrano le cosce, il suo cazzo pallido mi entra nella fica, e il prete anziano continua a nutrire le ostie con lo sperma che cola dal mio corpo, continua a infilarmele in bocca, continua a benedirmi con parole che sono insieme una preghiera e una maledizione.
Intorno a me, i maschi non si fermano. I loro getti mi piovono addosso — sulla schiena, sulle tettone, sul viso, sulle ostie che il prete anziano sta ancora raccogliendo. Lo sperma caldo mi cola addosso come una pioggia, una glassa che si rinnova continuamente, e io sono un lago, un oceano, un diluvio di seme che respira.
«Ancora,» mormoro. La voce è un rantolo roco, rotto, coperto dagli insulti e dalle preghiere e dai grugniti dei maschi. «Ancora... ostie... ancora sperma...»
Il prete anziano sorride. Le sue dita nodose mi accarezzano il viso sporco. «Brava vacca. Brava puttana benedetta. Mangia. Mangia tutto. Nutriti del nostro amore.»
Mi infila un'altra ostia in bocca. Deglutisco. La fica mi pulsa, l'orgasmo continua, il corpo trema. E tutto sa di sperma.

