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38. La cerimonia della vacca

La voce di Volkov è un taglio nel coro osceno che mi ha riempito le orecchie per un tempo che non so più misurare.

«Slegatela.»

Due parole. Due parole che fermano tutto — le spinte del prete biondo, le ostie del prete anziano, lo sperma che mi pioveva addosso dai maschi in circolo. La chiesa sconsacrata ammutolisce. Le candele tremano. Le mie braccia — intorpidite, segnate dalle catene — vengono liberate dagli anelli, e le sento ricadere lungo i fianchi come due cose morte, due pesi che non mi appartengono più.

Poi le caviglie. Le corde si allentano, le fibra ruvida mi lascia i solchi viola sulla pelle sudata, e all'improvviso sono libera.

Provo ad alzarmi.

Le gambe non rispondono. La testa mi gira — la chiesa mi ruota intorno, le candele diventano strisce di fuoco, le facce dei maschi sono macchie indistinte di denti gialli e occhi lucidi. Mi aggrappo al bordo dell'altare — il marmo è una lastra di ghiaccio appiccicoso, coperto di sperma rappreso e del mio stesso liquido. Le dita mi scivolano. Traballo. Cado in ginocchio sulla pietra, e l'impatto mi strappa un gemito.

«Guardate la vacca! Non sa più camminare!»

«L'abbiamo scopata troppo!»

«È piena di sborra fino agli occhi!»

Le risate mi esplodono nelle orecchie. Decine di maschi — ancora duri, i cazzi violacei che puntano verso di me, le mani che si muovono furiosamente. Il barista ride con la bocca spalancata, la pancia che gli trema. Vincenzo si lecca le dita gialle. I pugili gridano insulti. I preti indietreggiano, i loro cazzi ancora umidi dei miei liquidi.

E io sono in ginocchio. Nuda. La fascia di pizzo è un brandello fradicio che mi pende da una tetta, i tacchi bianchi sono ancora ai piedi — l'unica cosa che mi è rimasta. Lo sperma mi cola da ogni buco — fica, culo, bocca. Mi cola sulle cosce, mi gronda sulla pietra, forma una pozza appiccicosa sotto le mie ginocchia. Le tettone — gonfie, violacee, coperte di una glassa bianca che si sta seccando — mi pendono pesanti. I capezzoli sono due punte scure, ipersensibili, che fremono a ogni mio respiro affannato.

E la vergogna mi monta dentro come un'onda nera.

Non la vergogna di essere stata scopata. Quella l'ho superata. Non la vergogna di aver goduto. Quella l'ho urlata. È la vergogna di essere ridotta a questo — un ammasso di carne sporca, grondante, in ginocchio sull'altare di una chiesa sconsacrata, circondata da maschi che mi hanno usata e mi stanno ancora guardando. È la vergogna di non potermi alzare. Di non avere più forza. Di essere così piena del loro seme che non riesco nemmeno a stare in piedi.

Abbasso la testa. Le lacrime mi rigano il viso già bagnato di sperma e sudore, scavano solchi nella glassa bianca, mi colano sul mento insieme a un rivolo di bava e sborra che non ho ancora deglutito. Trema tutto — le spalle, le cosce, le mani appoggiate sulla pietra. E loro mi guardano. Mi guardano tremare, mi guardano piangere, e i loro insulti sono frustate.

«Piange la vacca! Piange perché vuole ancora cazzo!»

«È una fontana di lacrime e di sborra!»

«Rialzati, puttana! Rimettiti in ginocchio che dobbiamo ancora scoparti!»

«Anche il mio cazzo,» grida Volkov.

La sua voce gela l'aria. I maschi tacciono. Il russo è ancora in piedi accanto all'altare, le braccia conserte, lo sguardo azzurro che mi trafigge. Poi si gira verso la croce. Verso Antonio.

«Slegate anche il cornuto.»

Due pugili si avvicinano al crocifisso. Le corde si allentano, e Antonio crolla — le gambe non lo reggono, si affloscia sulla pietra proprio come me, il suo corpo nudo, magro, bianco, ridicolo accanto ai maschi pompati di viagra che lo circondano. Il suo cazzo — ancora duro, ancora gocciolante — dondola nell'aria come una bandiera di resa. Singhiozza. Le lacrime gli scavano il viso proprio come a me.

Volkov alza una mano. Chiede silenzio. Lo ottiene.

«Antonio.» La sua voce è un taglio netto. «Guardami.»

Antonio alza gli occhi. Le sue iridi sono due pozze di disperazione. Volkov lo fissa per un tempo che sembra infinito, poi sorride — un sorriso freddo, quasi tenero, che mi raggela il sangue nelle vene.

«Sei un cornuto. Un uomo che non ha saputo tenersi la sua donna. La tua fidanzata — guardala — è in ginocchio sull'altare, piena dello sperma di tutti i maschi che l'hanno scopata oggi. E lei ha goduto. Ha urlato. Ha sborrato più forte di quanto abbia mai fatto con te. Non l'hai sentita? Non hai visto come si contorceva? Come implorava ancora cazzo?»

Antonio singhiozza più forte. Le sue spalle magre tremano. «Ti prego... basta...»

«Basta?» Volkov ride — un suono secco, senza gioia. «Non c'è nessun basta. C'è solo quello che io ordino. E adesso ti ordino questo: prendi la tua vacca tettona. Portala nella doccia sul retro della chiesa. Lavala. Devi ripulirla tutta — ogni goccia di sperma che le cola addosso, ogni crosta secca sulla sua pelle, ogni grumo che le si è incrostato tra i capelli. Devi insaponarla, sciacquarla, asciugarla. E poi...» Si china. Prende qualcosa da una borsa che Aisha ha portato fino all'altare. Un fascio di pizzo bianco, perle, stoffa trasparente. «Poi la rivesti. Questo è il set di vestiti che indossava prima della cerimonia. Esattamente identico. Il perizoma di perline. La fascia di pizzo. La collana. I tacchi. La rivesti esattamente com'era prima di essere distrutta sull'altare. E la riporti qui. Pulita. Profumata. Pronta per il rito finale del matrimonio — quello vero, quello in cui sarà tua moglie, mia moglie, la moglie di tutti noi. Hai capito, cornuto?»

Antonio annuisce. Non può parlare — le parole gli si strozzano in gola. Le sue mani tremano mentre afferra il fascio di vestiti che Volkov gli lancia addosso.

Poi il russo si gira verso la folla. Le braccia si allargano in un gesto da anfitrione.

«Amici! Bestie! Maschi! Nel frattempo che la vacca viene preparata per il rito nuziale, ho fatto allestire un rinfresco in fondo alla chiesa! C'è vino rosso, birra, pane, formaggio, carne arrosto! E pasticche di viagra a volontà — prendetene quante volete! Perché dopo la cerimonia del matrimonio, inizierà la festa! Una festa che durerà tutta la notte, con la nostra sposa vacca come intrattenimento principale!»

Un boato. Grugniti, risate, mani che sbattono sulle panche. I maschi si riversano verso il fondo della chiesa — il barista in testa, la pancia che balla, Vincenzo con le dita gialle già sporche di cibo prima ancora di averlo toccato, i pugili che ridono e si danno pacche sulle spalle, i preti che si rimettono i pantaloni. Le voci si mescolano al tintinnio dei bicchieri, all'odore di carne arrostita che comincia a riempire la navata.

Aisha e Zuri mi afferrano per le braccia. Le loro mani sono forti, calde, familiari.

«Alzati, vacca,» sussurra Aisha nel mio orecchio. La sua voce è un miele scuro. «Non puoi fare la sposa se sei sporca come una puttana da strada.»

«Vieni, amore,» aggiunge Zuri. La sua lingua mi sfiora il padiglione dell'orecchio. «Ti laviamo noi. Ti prepariamo noi. Il cornuto ci aiuterà.»

Mi sollevano. Le mie gambe non reggono — le loro braccia mi tengono in piedi, mi guidano, quasi mi trasportano giù dall'altare, attraverso una porta laterale, in un corridoio di pietra umida che sa di muffa e di incenso vecchio. Antonio ci segue — lo sento inciampare dietro di me, il suo respiro affannoso, i suoi singhiozzi che non si fermano.

La doccia è una stanza di pietra grezza, con un soffione arrugginito che pende dal soffitto. L'acqua quando Aisha la apre è gelida all'inizio — un getto che mi colpisce la schiena e mi strappa un urlo. Poi diventa tiepida. Poi calda. Il vapore riempie la stanza.

Le mani di Aisha mi insaponano le spalle. Le sue dita mi percorrono la schiena, mi scendono sui fianchi, mi scavano i solchi dei lividi con una delicatezza che mi spiazza. Zuri mi lava i capelli — le loro treccine mi solleticano il viso mentre mi massaggia il cuoio capelluto, scioglie i grumi di sperma, mi libera dalla glassa secca che mi teneva prigioniera. L'acqua che mi cola addosso è bianca — latte di sborra e sapone che mi gronda sulle tettone, sulla pancia ancora gonfia, sulle cosce ancora segnate dalle corde.

E intanto parlano. Parlano senza smettere.

«Povera vacca, ti hanno riempita fino a scoppiare,» mormora Aisha mentre mi passa la spugna sulle tettone. «Ma sei ancora così eccitata, vero? Lo sento come tremi. Lo vedo come respiri. La tua fica è ancora gonfia, anche se è piena di sperma. I tuoi capezzoli sono ancora duri. Sei una troia insaziabile, amore mio. Una vacca da monta che non ne ha mai abbastanza.»

Le sue dita mi sfiorano i capezzoli — un tocco leggero, appena un soffio. La scossa mi fa inarcare la schiena. Geme. Zuri ride dietro di me.

«Lasciala stare, Aisha. Non vedi che la stai facendo bagnare di nuovo? Proprio adesso che l'abbiamo lavata?»

«Apposta,» risponde Aisha. La sua lingua mi traccia il collo. «Deve essere pronta per lo sposo. O per gli sposi. Deve essere bagnata e profumata e eccitata. La cerimonia del matrimonio richiede una sposa che gema, non una sposa che dorme.»

Le sue mani mi scendono sulla pancia. Mi insaponano il pube, le cosce, l'interno coscia. Le dita mi sfiorano le grandi labbra — ancora gonfie, ancora ipersensibili — e un rivolo caldo mi cola sulla coscia. Non è sapone. È il mio liquido, che ricomincia a colare.

«Visto?» sussurra Aisha. «La vacca è ancora in calore. Non si è spenta neanche dopo venti cazzi. È una pompa di liquido. Un idrante di eccitazione. Sei la nostra troia preferita, amore mio.»

Zuri intanto mi ha insaponato le natiche. Le sue dita mi scivolano tra le chiappe, mi sfiorano l'ano ancora aperto, ancora dolorante. Il tocco è leggero ma mi strappa un singhiozzo. Lei ride.

«Ancora sensibile, vacca? Ti hanno scopato il culo in tanti oggi. Ma stasera ce ne saranno altri. Altri cazzi. Altro sperma. Devi essere pronta.»

Mi sciacquano. L'acqua calda mi cola addosso, mi libera dal sapone, mi lascia la pelle pulita e rosea e Fremete. Poi mi asciugano — Aisha con un telo morbido, Zuri con le mani che mi massaggiano la crema sulle cosce, sulle tettone, sulla pancia. La crema sa di mandorla e di qualcosa di erbaceo — mi lascia la pelle liscia, morbida, profumata.

Poi arriva Antonio.

Il suo viso è ancora rigato di lacrime. Le sue mani tremano mentre prende il perizoma di perline dal fascio di vestiti. Si inginocchia davanti a me — come un fedele, come un servo, come un cornuto che accetta il suo ruolo — e mi infila il perizoma su per le gambe. Le perle premono sulle grandi labbra, sul clitoride, sull'ano, ed io gemo forte. Aisha ride.

«Bravo cornuto. Vesti la tua donna per il suo matrimonio con altri maschi. Sei un bravo schiavo.»

Zuri gli passa la fascia di pizzo. Lui me la allaccia intorno alla schiena con mani tremanti, le dita che mi sfiorano i capezzoli, la stoffa che mi comprime le tettone. «Perdonami,» mormora. «Perdonami, Sabina...»

Non so se lo sto perdonando. Non so se c'è qualcosa da perdonare. So solo che le perle mi stanno già segando la fica, che il pizzo mi sta già grattando i capezzoli, che la collana mi sta già sbatacchiando sullo sterno, che i tacchi mi sono già stati infilati ai piedi.

E sono di nuovo la sposa oscena che guardava nello specchio poche ore fa.
Mi guardo nello specchio appannato della sagrestia. Sono una sposa. Una sposa oscena. Una sposa con le tettone oscene che premono contro il pizzo nero, i capezzoli violacei che sporgono, la collana che balla, la fica già bagnata che cola sulle perle. Non sono mai stata così bella. Non sono mai stata così eccitata.

«È pronta,» dice Aisha. Le sue labbra premono sulle mie. Un bacio. «Vai a sposarti, vacca tettona.»

«Vai a farti ingravidare,» aggiunge Zuri. La sua lingua mi invade la bocca, si ritrae. «Noi staremo a guardare.»

Antonio mi prende per mano. La sua presa è debole, sudata. Usciamo dalla doccia, percorriamo il corridoio di pietra, torniamo verso la navata.

La chiesa è cambiata. Le panche sono state spostate contro le pareti, e al centro della navata adesso c'è un tavolo lungo — un banchetto, un rinfresco. I maschi mangiano, bevono, ridono, si passano bottiglie di vino rosso e pasticche azzurre. Il barista ha il mento unto di qualcosa, la pancia che gli balla mentre ride con Vincenzo. I pugili si scambiano pacche sulle spalle, i cazzi ancora duri che premono contro i pantaloni. C'è odore di pane, di formaggio, di vino, di sudore maschio, di sperma vecchio mescolato al nuovo. E tutti, quando mi vedono entrare, si fermano.

Il silenzio che cala è un morso. Decine di occhi mi scavano la carne, mi percorrono il corpo, si inchiodano sulle tettone, sulla collana, sulla fica coperta di perle nere. Il barista si alza in piedi. Mi fissa. Il suo cazzo si gonfia visibilmente sotto la canottiera. «Cazzo, vacca. Sembri una regina. Una regina troia.» Qualcuno fischia. Qualcuno urla un insulto. Qualcuno si mette a masturbarsi senza aspettare.

Ma io guardo solo Volkov. È in piedi davanti all'altare, il completo di lino bianco immacolato, le braccia conserte, gli occhi azzurri che mi fissano con un'intensità che mi toglie il respiro. Accanto a lui, i tre preti. Quello biondo, quello moro, quello anziano. Anche loro sono cambiati — pantaloni neri nuovi, petti nudi lucidi di olio profumato, i cazzi già duri che puntano verso di me come lance.

Cammino verso l'altare. I tacchi ticchettano sulla pietra, le perle mi segano la fica a ogni passo, la collana oscena sbatte contro lo sterno, le tettone ballano sotto il pizzo nero. Ogni passo è un'offerta. Ogni respiro è un gemito soffocato. I maschi mi guardano, si masturbano, urlano cose che non capisco, e io non li sento — sento solo il mio cuore, il mio corpo, il mio desiderio che mi sta divorando viva.

Arrivo all'altare. Volkov mi prende il mento tra le dita. Mi guarda. Sorride. «Sei bellissima, amore mio. L'hai fatto apposta a farti così bella per farmi impazzire?» La sua voce è un velluto caldo. «Adesso ti sposo. Ti sposo con tutti noi. Sei pronta, vacca tettona?»

«Sì... sì, sono pronta...» La voce mi trema.

Il prete moro si avvicina. Le sue mani mi afferrano i fianchi. «Pronta un cazzo, puttana. Non sei pronta. Non lo sarai mai.» Le sue dita mi scavano i fianchi, mi solleva da terra come se non pesassi niente. Apro le cosce per istinto, le gambe si avvolgono intorno ai suoi fianchi, le braccia gli cingono il collo. Le mie tettone premono contro il suo petto nudo — il calore della sua pelle, l'odore del suo sudore, il battito del suo cuore — e io mi aggrappo a lui, mi stringo forte, mi schiaccio contro di lui per non cadere.

Il suo cazzone mi preme contro la fica.

È enorme. Il glande gonfio, bollente, mi spinge contro le perle, le scosta, mi trova l'ingresso. La punta preme — una pressione assurda, una promessa di dilatazione che mi fa già tremare le cosce. Sento il suo respiro caldo sul collo, la sua voce che mi sussurra all'orecchio: «Adesso ti impalo, vacca. Ti impalo sulla mia nerchia e non ti mollo più.»

Poi sento un'altra pressione. Dietro. Il prete biondo si è avvicinato alle mie spalle, il suo cazzo — duro, bollente, il glande gonfio di voglia — mi preme contro l'ano. La punta si appoggia esattamente sul buco, spinge appena, non entra. Resta lì — una minaccia, una presenza, un ago di piacere che mi fa inarcare la schiena. La sua pancia sudata mi si appiccica alla schiena nuda, il suo respiro mi solletica la nuca.

Sono sospesa tra due cazzoni. Basta un niente — basta che il prete moro allenti la presa, basta che io mi lasci andare di un centimetro — e vengo impalata. Fica e culo. Due pali di carne bollente che mi riempirebbero fino alle tonsille. Le mie cosce tremano intorno ai fianchi del prete moro. Le braccia lo stringono forte, le tettone si schiacciano ancora di più sul suo petto sudato, i capezzoli violacei che sfregando contro la sua pelle mi mandano scosse elettriche direttamente nell'utero.

Il prete anziano si fa avanti. Le sue dita nodose mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la navata, verso tutti quei maschi che guardano, che si masturbano, che urlano. La sua voce tuona tra le pareti di pietra.

«Creature di Dio! Maschi! Bestie! Siamo qui oggi per il santo matrimonio della nostra vacca tettona! Questa creatura — guardatela! — sospesa tra due cazzi, con la fica e il culo offerti, con le tettone schiacciate sul petto di un uomo e la schiena premuta contro il petto di un altro! È venuta qui di sua volontà per essere sposata! Per diventare la moglie di ogni maschio che l'ha scopata e che la scoperà! E in rappresentanza di tutti voi — di tutti noi — la sposiamo con Volkov! Il suo padrone! Il suo uomo! Colui che l'ha comprata, distrutta, ricostruita!»

Volkov si avvicina. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Le sue labbra premono sulle mie — un bacio profondo, la lingua che mi invade, che mi riempie del suo sapore di menta e vodka. Poi si stacca. I suoi occhi azzurri sono due fiamme. «Ti amo, vacca tettona. Ti amo e ti sposo. Sei la mia puttana, la mia troia, la mia sposa. Per sempre.»

Le parole mi esplodono nell'utero. La fica pulsa, le perle premono, il clitoride urla.

«Abbia inizio la cerimonia!» tuona il prete anziano. «E tu, vacca — impalati! Impalati sui cazzi dei tuoi sposi! Devi essere fottuta mentre ti sposi! Devi godere mentre diventi nostra! È l'ordine! È il rito! Impalati, puttana tettona!»

Il prete moro allenta la presa.

Io mi lascio andare.

Il suo cazzone mi entra nella fica con un'affondata unica, brutale, totale. Il glande mi urta il collo dell'utero come un ariete, e l'orgasmo mi esplode all'istante — una detonazione che mi annebbia la vista, che mi fa urlare, che mi fa contrarre la fica intorno alla sua nerchia come una morsa. Ma non è finita — nello stesso istante, il prete biondo spinge. Il suo cazzo mi dilata l'ano — centimetro dopo centimetro, una presenza massiccia che mi riempie l'intestino mentre la fica è già piena, già invasa, già scossa dalle contrazioni. Sento i loro cazzi muoversi dentro di me — due pali gemelli separati solo da una parete sottile di carne, che sfregano l'uno contro l'altro attraverso di me, che mi riempiono completamente, che mi svuotano il cervello.

Sborro. Un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla pancia del prete moro, sul mio stomaco, sulle nostre gambe. Le contrazioni non si fermano — stringono entrambi i cazzi, li mungono, li divorano. Loro gemono all'unisono, un suono roco che si mescola alle urla dei maschi nella navata.

«Cazzo, la vacca è stretta! Stretta come una vergine!»

«Senti come mi mungi il culo, puttana? Sembra una pompa!»

Il prete anziano continua, la voce che tuona sopra di noi. «Io vi unisco in santo matrimonio! Tu, vacca tettona, e tu, Volkov, in rappresentanza di tutti i maschi qui presenti! Che il vostro amore sia fecondo! Che le tue tettone si gonfino di latte! Che il tuo utero generi figli bastardi per tutti noi! E tu, vacca — godi! Godi mentre i preti ti scopano! Godi mentre ti sposi! Godi, puttana tettona, perché oggi diventi nostra per sempre!»

I due preti iniziano a muoversi. Non c'è ritmo, non c'è coordinazione — due pistoni che mi scavano dentro con una furia animalesca, uno che entra mentre l'altro esce, uno che spinge mentre l'altro si ritrae, e io sono solo un buco riempito da entrambi i lati, una bambola sospesa tra due cazzi che mi scopo da sola, su e giù, su e giù, seguendo il loro ritmo, le mie cosce che stringono i fianchi del moro, le mie braccia che lo cingono al collo, le tettone che sbattono sul suo petto sudato a ogni affondo.

Le loro parole sono un torrente osceno. «Ti amo, vacca tettona!» «Prendi il mio cazzo nel culo, troia!» «Sei la nostra sposa!» «La nostra puttana!» «La madre dei nostri figli bastardi!» Ogni parola è una frustata sulla fica, ogni insulto una scossa nell'utero. Sborro di nuovo — un getto più debole, acquoso, che si mescola al sudore e allo sperma che già mi cola dalle cosce.

Il prete anziano appoggia una mano sulla mia testa. La sua voce si fa più bassa, più intima, mentre i due preti continuano a scoparmi senza sosta. «Io ti battezzo, vacca tettona. Ti battezzo nel nome del Padre —» le sue dita mi stringono i capelli «— del Figlio —» mi gira il viso verso Volkov, che mi guarda con gli occhi azzurri pieni di lacrime e di desiderio «— e dello Spirito Santo —» mi preme le labbra su quelle di Volkov.

Lui mi bacia. Mi bacia mentre i due preti mi scopano, mentre la fica mi esplode in un altro orgasmo, mentre lo sperma mi cola sulle cosce. La sua lingua mi invade la bocca, mi beve i gemiti, mi succhia l'anima. «Ti amo, amore mio,» sussurra sulle mie labbra. «Ti amo. Sei mia moglie adesso. Mia moglie troia. Mia moglie vacca. Mia moglie puttana. Per sempre.»

I due preti accelerano. Le loro spinte diventano furiose — un bombardamento di carne che mi fa sobbalzare tra di loro, che mi fa urlare nella bocca di Volkov, che mi fa venire e venire e venire senza fermarmi. Esplodono insieme — due getti bollenti, uno nella fica e uno nel culo, che mi riempiono, mi gonfiano, mi colano dentro e si mescolano e debordano. Il loro sperma è una cascata che mi scende sulle cosce, sulla pietra, sui tacchi neri.

Loro gemono. Urlano. Mi chiamano "vacca", "sposa", "amore", "puttana". E io vengo ancora — un orgasmo secco, quasi doloroso, che mi fa contrarre i muscoli e mi fa urlare il nome di Volkov nella sua bocca.

Il prete anziano sorride. Le sue dita nodose mi accarezzano il viso sudato. «Sei sposata, vacca tettona. Sei nostra. Per sempre.»

I due preti mi tengono ancora sospesa, i loro cazzi ancora duri dentro di me, il loro sperma che mi cola fuori a fiotti. La folla di maschi urla, si masturba, preme verso l'altare.

E Volkov mi guarda. I suoi occhi azzurri sono pieni di un amore che è insieme tenero e feroce, caldo e crudele. «E adesso, amore mio, inizia la festa. La tua festa. La festa della nostra sposa vacca. E durerà tutta la notte.»

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