Create Your First Project
Start adding your projects to your portfolio. Click on "Manage Projects" to get started
39. Il banchetto della vacca
Mi hanno messa sul tavolo. Non sull'altare — sul tavolo del banchetto, tra i piatti di formaggio e le bottiglie di vino rosso, la schiena appoggiata direttamente sulla tovaglia macchiata di sugo e briciole. Aisha e Zuri mi hanno sistemata come si sistema un centrotavola — le gambe aperte, le cosce che pendono dal bordo, le braccia distese sopra la testa tra i calici mezzi vuoti. Il perizoma di perle nere è sparito, strappato via da qualcuno durante il trasporto dall'altare al banchetto. La fascia di pizzo pende da un capezzolo — l'altro è nudo, violaceo, gonfio, puntato verso il soffitto annerito della chiesa.
E intorno a me, mangiano.
Rumore di mascelle che masticano, di vino versato nei bicchieri, di posate che raschiano i piatti. Il barista ha un pezzo di pane in una mano e il cazzo nell'altra — se lo tira lentamente mentre addenta la crosta, gli occhi fissi sulla mia fica aperta e colante. Vincenzo si sta scolando un bicchiere di rosso, le dita gialle intorno al calice, il cazzo ancora duro che gli pulsa contro la pancia. Lorenzo e Matteo mangiano in piedi, gomito a gomito, i loro cazzi giovani che puntano verso di me come due cani da caccia che tremano al guinzaglio.
Il prete anziano si avvicina al tavolo con un vassoio di salumi. Le sue dita nodose prendono una fetta di prosciutto, la arrotolano, la infilano nella mia bocca aperta senza smettere di guardarmi la fica. «Mangia, vacca. Nutriti. Devi tenerti in forze per la festa.» Mastico. Deglutisco. Il sapore salato del prosciutto si mescola a quello dello sperma che ancora mi impregna la lingua.
«Allora, chi è il prossimo?» La voce di Marcus tuona sopra il brusio del banchetto. La sua mano enorme afferra una coscia di pollo, la addenta, la getta via. I suoi occhi scuri mi fissano mentre si avvicina al tavolo, il suo cazzo — quel palo nero, venato, ancora lucido del mio liquido di prima — che dondola a ogni passo. «Io mangio e poi mi scopo la vacca. O forse mi scopo la vacca mentre mangio.»
Le sue mani mi afferrano i fianchi senza preavviso. Mi tira verso di sé, il mio culo che striscia sulla tovaglia, i calici che tintinnano, un pezzo di formaggio che rotola sul pavimento. Il suo glande mi preme contro la fica — ancora gonfia, ancora bagnata, ancora piena dello sperma dei due preti. Spinge. Entra con un'affondata unica che mi strappa un gemito strozzato.
«Cazzo, è ancora stretta!» La sua voce è un ruggito soddisfatto. Con una mano mi scopa, con l'altra afferra una bottiglia di vino, se la porta alle labbra, beve a garganella. Il vino rosso gli cola sul mento, sul petto, sulla mia pancia già sporca. «Ti amo, vacca tettona. Sei il mio piatto preferito. La mia cena. La mia colazione. Il mio spuntino di mezzanotte.»
Le spinte iniziano — lente, profonde, un ritmo da digestione che mi fa sobbalzare sul tavolo. Le tettone ballano a ogni affondo, i capezzoli violacei che disegnano cerchi nell'aria. I maschi intorno al tavolo smettono di mangiare per guardare — le forchette sospese a mezz'aria, le bocche aperte, i cazzi che si gonfiano nelle loro mani.
«Guardate la troia che si fa scopare sul tavolo da pranzo!» urla il barista. Un pezzo di pane gli cade dalle dita, rimbalza sul pavimento, nessuno lo raccoglie. «È meglio del cibo! È meglio del vino!»
«Dille che è una puttana!» grida Vincenzo. «Dille che è il nostro cesso da pranzo!»
Marcus ride. Il suo cazzo accelera — le spinte diventano più dure, più veloci, un martello che mi scava la fica mentre lui continua a bere vino, a mangiare olive, a pulirsi le labbra con il dorso della mano. Il suo pollice mi trova il clitoride — una pressione secca, un cerchio lento che mi fa inarcare la schiena contro i piatti sporchi.
«Allora, puttana? Ti piace essere scopata mentre noi mangiamo? Ti piace essere il nostro intrattenimento? Il nostro digestivo?»
«Sì... sì... mi piace...» La voce mi esce in un rantolo. Le unghie mi graffiano la tovaglia, cercano appiglio, trovano una forchetta che tintinna sul pavimento.
«Certo che ti piace. Sei una vacca da tavola. Una vacca da pranzo. Una vacca da banchetto.» Ogni parola è un colpo di cazzo. Ogni insulto una scossa nell'utero. L'orgasmo monta dal basso ventre — un'onda calda, familiare, che mi fa contrarre la fica intorno al suo palo nero. «Sborra, vacca. Sborra sul tavolo. Allaga la tovaglia. Voglio vedere il mio vino che galleggia sul tuo liquido.»
L'orgasmo mi esplode. Le contrazioni partono dal collo dell'utero e si irradiano nelle gambe, nella schiena, nelle braccia tese tra i calici. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla pancia, sulla tovaglia, su un piatto di formaggio accanto al mio fianco. Il barista allunga la mano, prende un pezzo di pecorino bagnato dal mio liquido, se lo infila in bocca e geme.
«Cazzo, è più buono così! Sa di figa! Sa di vacca in calore!»
Gli altri maschi lo imitano. Le mani si allungano verso la tovaglia zuppa, raccolgono il mio liquido con le dita, con il pane, con le posate. Mangiano quella poltiglia di sperma e di vino e di miei umori senza smettere di masturbarsi. I loro occhi sono lucidi, fissi su di me, su Marcus che mi scopa, sul mio corpo che sussulta a ogni spinta.
Marcus esplode con un ruggito. Il suo sperma mi riempie la fica — un getto bollente, densissimo, che si mescola a quello dei preti e deborda sulle mie cosce, sulla tovaglia, sui piatti. Lui si sfila con uno schiocco umido, beve un altro sorso di vino, mi dà una pacca sulla coscia. «Brava vacca. Adesso tocca a un altro.»
Dario non aspetta un invito. La sua mole enorme si staglia sopra di me, il petto coperto di peli biondi e sudati che brilla alla luce delle candele. La sua mano mi afferra un fianco, mi gira — un movimento brusco, quasi infastidito, come se stesse girando una bistecca sulla griglia. La mia schiena preme contro i piatti sporchi, le posate mi scavano la carne, un calice si rovescia e il vino mi cola sul collo, tra le tettone, sulla pancia.
«A pecorina, vacca. Ti scopo a pecorina sul tavolo. Così gli altri possono vederti la faccia mentre godi.»
Mi sistema come vuole — le ginocchia che affondano nella tovaglia zuppa, le mani che si aggrappano al bordo del tavolo, la schiena inarcata. Il suo cazzo — spesso, venato, il glande violaceo che gocciola — mi punta contro l'ano. Spinge senza preavviso. Entra con una lentezza da tortura — centimetro dopo centimetro, una dilatazione assurda che mi fa urlare contro i piatti.
«Ti piace, puttana tettona? Ti piace il cazzo di Dario nel culo mentre gli altri mangiano?» Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tengono ferma. Le spinte iniziano — un ritmo brutale, un ariete che mi scava l'intestino. I suoi testicoli mi sbattono contro le natiche con uno schiocco umido a ogni affondo.
Il prete moro si avvicina al tavolo. La sua mano prende una fetta di pane, la intinge nel vino, poi nella pozza di sperma che mi cola dalle cosce. Me la infila in bocca mentre Dario mi scopa il culo. «Mangia, vacca. È la comunione del banchetto. Il corpo e il sangue dei tuoi sposi.» Mastico. Deglutisco. Il pane sa di vino, di sperma, di me stessa.
«Guardala!» urla il pugile tatuato. Le sue dita stringono il cazzo, lo tirano furiosamente. «Guardate la faccia che fa mentre le scopano il culo! Sembra in estasi! Sembra che stia pregando!»
«Prega il nostro cazzo!» ride Lorenzo. «Prega la nostra sborra!»
«È la Madonna delle tettone!» grida Matteo. «La Santa Troia del banchetto!»
Le risate si mescolano ai grugniti di Dario, alle mie urla, al rumore del vino versato e del pane spezzato. Un altro orgasmo mi monta — questa volta dall'ano, una vibrazione profonda che mi fa contrarre l'intestino intorno al suo cazzo. Sborro di nuovo — un getto più debole, acquoso, che mi schizza sui piatti, sulle posate, sulle mani dei maschi che si allungano per raccoglierlo.
«La vacca allaga la tavola!» tuona il barista. «È una fontana! È un fiume!»
Dario esplode con un ruggito. Il suo sperma mi riempie il culo — una colla bollente, densissima, che mi cola dentro e mi gonfia l'intestino. Si sfila con uno schiocco umido. Un fiotto di sperma mi cola fuori, si mescola alla pozza sulla tovaglia. Lui si allontana, afferra un pezzo di pane, lo intinge nella poltiglia sul tavolo e se lo mangia senza smettere di guardarmi.
Poi il pugile tatuato. Il pugile con i dreadlocks. Il giovane con gli occhi verdi. Quello calvo con la barba grigia. Tutti mangiano, bevono, scopano a turno. La fica, il culo, la bocca. Mi girano, mi spostano, mi mettono a pecorina, mi ribaltano sulla schiena, mi piegano sul fianco. Le loro parole sono un torrente continuo — «ti amo, vacca» e «puttana schifosa» e «madre dei miei figli» e «cesso da sborra» che si mescolano in un'unica litania oscena.
Il prete biondo mi scopa la bocca mentre il prete moro mi scopa la fica. Il barista mi sborra sulle tettone mentre Vincenzo mi sborra nel culo. Le ostie impregnate di sperma e vino mi vengono infilate in bocca a ogni pausa tra un cazzo e l'altro. Mangio pane, formaggio, prosciutto, ostie, sperma, vino — un banchetto di cibo e di sborra che mi gonfia lo stomaco e mi riempie la pancia.
«Mangia, vacca!» urla il prete anziano, infilandomi un'altra ostia in bocca. La mia lingua la schiaccia contro il palato — sa di vino, di sperma di Dario, del mio stesso liquido. Deglutisco. «Nutriti del corpo dei tuoi sposi! Bevi il loro sangue! Mangia il loro seme!»
E io mangio. Bevo. Deglutisco. Il corpo non è più mio — è un contenitore, un buco, una fogna benedetta che riceve cibo e cazzi e sperma senza sosta. Gli orgasmi si susseguono come onde — uno, due, tre, cinque, dieci — non li conto più. Sborro sui piatti, sulla tovaglia, sul pane che i maschi mangiano avidamente. Il mio liquido si mescola al vino, al sugo, allo sperma, e tutto viene consumato, divorato, leccato via.
Lorenzo mi sale addosso mentre Matteo mi scopa la bocca. Due cazzi dentro di me — uno in gola, uno nella fica — e intorno il banchetto continua. Il barista brinda con Marcus, i calici tintinnano sopra il mio corpo, il vino mi schizza sulla schiena. Vincenzo si serve un'altra fetta di carne, la addenta guardando Matteo che mi viene in gola, il suo sperma che mi cola direttamente nello stomaco insieme al pane e al formaggio e allo sperma di tutti gli altri.
«Prendila tutta, vacca!» urla Matteo. Le sue mani mi stringono i capelli, il suo cazzo mi pompa sperma in gola. Deglutisco. Deglutisco ancora. Il suo sapore mi riempie la bocca, mi scende nell'esofago, mi gonfia lo stomaco.
Poi Lorenzo esplode nella fica. Il suo sperma si mescola a quello di Marcus, dei preti, di tutti quelli che mi hanno già riempita. E io vengo — un altro orgasmo, un altro getto acquoso che schizza sui piatti. Il pugile tatuato lo raccoglie con il pane, se lo mangia, geme.
«Cazzo, è meglio del sugo! Dovremmo metterla in menù! Troia al sugo di figa!»
Le risate esplodono intorno al tavolo. I calici si alzano. Qualcuno urla «Alla sposa vacca!» e tutti bevono. Tutti mangiano. Tutti mi scopano o si masturbano.
La festa non si ferma. Il tavolo è un disastro — tovaglia zuppa, piatti rovesciati, posate a terra, cibo mescolato a sperma e mio liquido. E io sono al centro, il corpo disteso tra i resti del banchetto, le gambe aperte, la fica e il culo che colano, le tettone che puntano verso il soffitto, la bocca piena di pane e sperma e vino. I maschi si passano il mio corpo come si passa il pane — ognuno ne prende un pezzo, lo gusta, lo restituisce. Le mani mi toccano ovunque. Le bocche mi baciano. Le lingue mi leccano il sudore e lo sperma dalla pelle.
«Ti amo, vacca tettona,» sussurra il barista chinandosi su di me. La sua pancia sudata mi preme contro il fianco, le sue labbra mi baciano la guancia sporca. «Sei la mia sposa. La mia puttana. Il mio pasto. La mia vita.»
«Ti amo anch'io...» La voce mi esce in un rantolo roco. Non so più a chi lo dico — al barista, a Lorenzo, a Matteo, a Marcus, a Dario, a tutti i pugili, ai preti, a Volkov che osserva da lontano con gli occhi azzurri pieni di orgoglio.
Il prete moro mi infila un'altra ostia in bocca. Il pugile con i dreadlocks mi scopa la fica. Il barista mi sborra sulle tettone. Vincenzo mi grida «puttana!» e mi infila le dita in bocca. La festa continua.
E io mangio. Bevo. Godo. Urlo. Sborro.
E non voglio che finisca mai.

