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40. La cattura della vacca
La schiena contro la pietra gelida, le ginocchia piegate, le cosce aperte. Volkov mi sovrasta, il suo completo di lino ormai sgualcito, la cravatta allentata, il respiro caldo che mi accarezza il viso mentre mi scopa con una lentezza da tortura. Il suo cazzone — quella mazza pallida e venata che mi ha aperto la prima notte — mi entra nella fica con spinte lunghe, misurate, un ritmo da amante che vuole assaporare ogni centimetro. Il glande mi accarezza il collo dell'utero a ogni affondo, una pressione sorda che mi fa gemere direttamente nella sua bocca.
«Ti amo, vacca tettona,» sussurra. Le sue labbra premono sulle mie, la lingua mi invade con una dolcezza che stride con le parole. «Sei la mia sposa. La mia puttana. Il mio contenitore di sborra personale.»
Intorno a noi, il cerchio di maschi si stringe. Le loro sagome massicce bloccano la luce delle candele, proiettano ombre deformi sulle pareti della chiesa. Li sento — l'odore acre del sudore maschio, il rumore viscido delle mani che si muovono sui cazzi duri, il respiro affannoso di decine di bestie in calore. I primi schizzi mi piovono addosso all'improvviso — un getto caldo sulla guancia sinistra, un altro sulla fronte, un terzo direttamente sulle labbra che Volkov mi sta baciando. Lo sperma sa di vino e di sale, mi cola in bocca mentre la lingua del russo mi scava la gola.
«Prendi la sborra, troia!» La voce del barista arriva da qualche parte sopra di me, roca, catarroso. «Prendila tutta sulla faccia!»
«Così impari a essere bella, vacca!» urla Vincenzo. Un altro getto mi centra l'occhio destro, mi acceca per un istante. Le ciglia si appiccicano, la palpebra si chiude da sola. Poi un quinto schizzo, stavolta sul mento, mi cola giù per il collo, si infila tra le tettone schiacciate sotto il peso di Volkov.
«Guardala, sembra un dolce glassato,» ride Dario. «La nostra sposa alla crema di cazzo.»
«Sborratele ancora addosso!» grida Marcus. «Voglio vederla annegare!»
Le parole mi esplodono nell'utero. La fica pulsa intorno al cazzo di Volkov — stringe, rilascia, munge — e lui lo sente. I suoi occhi azzurri brillano di un lampo feroce. «Ti piace, amore mio? Ti piace essere il water di tutti mentre io ti scopo?»
«Sì... sì... cazzo sì...»
La voce mi esce in un rantolo, le labbra incollate dallo sperma che si stanno aprendo a fatica. Le contrazioni iniziano — quel tremore familiare che parte dal basso ventre e si irradia nelle gambe, nella schiena, nelle braccia graffiate dal pavimento di pietra. Le ghiandole vaginali sono pesi pieni, la pressione aumenta, l'orgasmo monta da dietro come una marea nera.
«Stai per venire, vacca?» sussurra Volkov. Le sue spinte accelerano appena — un martello che insiste sullo stesso punto, una percussione ritmica contro il collo dell'utero. «Voglio sentirti sborrare sul mio cazzo mentre i tuoi sposi ti riempiono la faccia. Vieni, amore mio. Vieni per me.»
Altri getti. Lo sperma caldo mi piomba sulla fronte, sulle guance, sulle labbra, sul mento. Un rivolo denso mi entra nella narice sinistra, mi impedisce di respirare per un secondo. Tossico. Deglutisco. Il sapore è una miscela di tutti loro — il barista, Vincenzo, Lorenzo, Matteo, Marcus, Dario, i pugili, i preti — un concentrato di maschio che mi riempie la bocca e mi scende in gola.
L'orgasmo sta per esplodere. La corda di violino del piacere si tende — ancora un secondo, ancora una spinta, ancora una parola oscena...
Poi gli spari.
Un crepitio secco, metallico, che rimbalza sulle pareti di pietra e mi entra nelle orecchie come un ago. Urla. Grida. Bestemmie in una lingua che non capisco mescolate a ordini in italiano. Il cerchio di maschi si rompe — corpi che si urtano, bicchieri che si rovesciano, il tavolo del banchetto che si rovescia con un fragore di piatti infranti. Volkov si solleva di scatto, il cazzo che mi esce dalla fica con uno schiocco umido. Un fiotto di sperma mi cola sulle cosce, ma non è il suo — è la poltiglia di tutti quelli che mi hanno già riempita.
«Polizia! Tutti a terra! A terra!»
La voce è distorta da un passamontagna. Vedo solo sagome nere — uomini alti, massicci, armati di fucili, il volto coperto da maschere di tessuto che lasciano scoperti solo gli occhi. Riempiono la navata come una marea scura, calpestano i piatti rotti, spingono i maschi seminudi contro le pareti. Il barista urla qualcosa, poi un colpo di calcio di fucile lo zittisce. Vincenzo tenta di scappare, viene afferrato per il collo e sbattuto a terra. I pugili vengono ammanettati uno dopo l'altro con una efficienza militare.
Volkov è in piedi, le braccia alzate, il cazzo ancora duro che gli pende umido tra le gambe. La sua voce è calma, glaciale. «Questa è una chiesa sconsacrata. Siete fuori dalla vostra giurisdizione.» Un poliziotto gli punta il fucile contro il petto. Lui sorride. «Volete soldi? Posso pagare. Qualunque cifra.»
La risposta è il calcio del fucile nello stomaco. Volkov si piega in due, cade sulle ginocchia. Due poliziotti lo afferrano per le braccia, lo trascinano via. I suoi occhi azzurri mi cercano per un istante, poi sparisce inghiottito dalla massa di tute mimetiche.
Io rimango sul pavimento. Nuda. Le gambe aperte. La fica colante. Le tettone esposte, i capezzoli violacei puntati verso il soffitto annerito. Il viso coperto di sperma, le labbra incollate, le ciglia appiccicate. Il perizoma di perle nere penzola da una caviglia — unico brandello di tessuto rimasto addosso insieme ai tacchi alti e alla collana di perle che mi si è attorcigliata intorno al collo durante la scopata.
Due stivali si fermano accanto alla mia testa. Sento l'odore del cuoio lucidato, del metallo dell'arma, del sudore maschio che impregna la tuta mimetica. L'uomo si china. Il passamontagna nero mi lascia vedere solo due occhi scuri, iniettati di sangue, che mi percorrono il corpo con una lentezza da inventario.
«Cazzo, avete visto questa?» La sua voce è un latrato. «Ha le tettone più grosse che abbia mai visto. E guardate la fica — è un lago di sborra.»
Un altro poliziotto si avvicina. Anche lui ha il volto coperto. Le sue dita inguantate di nero mi afferrano il mento, girano il mio viso verso la luce delle candele. «Ti piace fare la puttana, eh? Ti piace farti scopare da tutta la città?»
«È una troia,» dice un terzo. La sua mano mi afferra una tettona senza preavviso, la stringe, la solleva, la lascia ricadere. La carne balla, il capezzolo oscilla. «Guarda che roba. Questa è roba da denuncia. Oscenità in luogo sacro. Prostituzione. Atti osceni in luogo pubblico.»
«Luogo sacro un cazzo,» ribatte il primo. «Questa è una chiesa sconsacrata. Non vale.»
«Lo so. Ma dobbiamo portarla via lo stesso. Ordini dall'alto.» Le sue dita mi mollano il mento. Si rialza. «Portatela fuori. Mettetela nel furgone. E copritela — o forse no, lasciatela così. Che si goda il viaggio.»
Due mani mi afferrano per le ascelle. Mi tirano su come un sacco di patate. I tacchi strisciano sulla pietra, il perizoma di perle si impiglia in un calice rovesciato, si strappa via e rimane a terra. Cammino a fatica — le gambe sono molli, la fica ancora pulsa, le cosce sono fradice di sperma che mi cola fino alle caviglie. I poliziotti mi tengono per le braccia, mi trascinano fuori dalla chiesa nell'aria fredda della notte.
Il piazzale è pieno di furgoni neri, oscurati. I lampeggianti blu delle auto gettano ombre deformi sul sagrato. Sento le grida dei maschi che vengono spintonati dentro altri veicoli — il barista che urla, Vincenzo che bestemmia, Lorenzo e Matteo che implorano. Poi una portiera si chiude, e il silenzio.
Mi spingono dentro un furgone. L'interno è buio, metallico, puzza di benzina e di sigarette. Panche di ferro lungo le pareti. Due poliziotti mi siedono in mezzo a loro, uno di fronte, gli altri due ai lati. La portiera si chiude. Il motore romba. Il furgone parte con uno strattone.
Sono stretta tra questi corpi massicci, sudati, armati fino ai denti. Le loro spalle mi premono contro i fianchi, le loro ginocchia urtano le mie. I passamontagna nascondono i loro volti, ma vedo i loro occhi — lucidi, affamati, fissi sul mio corpo nudo. Sulle mie tettone che ballano a ogni sobbalzo del furgone. Sulla mia fica ancora colante, che sta sporcando la panca di ferro.
Uno di loro allunga la mano. Le dita inguantate mi sfiorano il capezzolo sinistro — un tocco leggero, quasi casuale. «Faceva freddo là fuori, eh? Ti si sono induriti.» La sua voce ride sotto la maschera.
Un altro mi mette una mano sulla coscia. La stringe. Le dita risalgono lentamente verso l'interno. «Sei bagnata, puttana. Cioè, bagnata di sborra. Ma anche bagnata tua, vero? Ti piace stare nuda in un furgone pieno di poliziotti?»
Non rispondo. La voce mi si è strozzata in gola. Ma il corpo parla per me — la fica pulsa, si apre, cola altro liquido che si mescola allo sperma sulla coscia. Il poliziotto lo sente. Le sue dita indugiano sull'inguine, sfiorano le grandi labbra gonfie.
«Sì, le piace,» dice. «Guardate come si è aperta. È una troia nata.»
Il terzo poliziotto mi afferra il mento, mi gira il viso verso di lui. «Chi era quello che ti stava scopando? Il russo? Quello con la faccia da mafioso?» Le sue dita premono più forte. «Adesso sei nostra, troia tettona. Sei nelle mani della legge. E la legge vuole sapere tutto. Vuole ispezionare ogni buco. Fare un inventario.»
Le sue parole mi esplodono nella pancia. L'orgasmo che stava per venire prima degli spari riprende a montare — lo sento, quel tremore familiare, quella marea nera che mi sale dalle cosce. Le ghiandole vaginali si gonfiano di nuovo. La fica si stringe a vuoto, si apre, cola.
«Guarda che faccia,» dice il primo. «Sta godendo. Le piace essere insultata in un furgone da sbirri mascherati.»
«Forse dobbiamo darle una lezione,» dice il secondo. Le sue dita mi entrano nella fica senza preavviso — due dita inguantate di nero che mi scavano dentro, trovano il collo dell'utero, premono.
Il gemito che mi esce è un singhiozzo rotto.
«Brava vacca. Brava. Adesso stai zitta e godi. Abbiamo un lungo viaggio davanti. E quando arriviamo...» La sua voce si abbassa, diventa un sussurro rauco. «Quando arriviamo, vedrai cosa ti facciamo. Abbiamo una cella speciale per le puttane come te. Una cella con delle catene. Con delle corde. Con dei cazzi che aspettano solo di scoparti.»
Le dita mi escono dalla fica con uno schiocco umido. Le porta al passamontagna, all'altezza della bocca. Sento il rumore della lingua che lecca il guanto. «Sa di troia. Sa di sborra di maiale. Mi piace.»
Il furgone sbanda su una curva buia. Il mio corpo nudo scivola contro il poliziotto di sinistra. La sua mano mi afferra una tettona per tenermi ferma, le dita affondano nella carne, il capezzolo violaceo si schiaccia contro il palmo.
«Stai attenta, puttana. Non vogliamo che ti fai male. Non ancora, almeno.» Ride. Gli altri due ridono con lui.
Io tremo. La paura si mescola all'eccitazione, il terrore all'aspettativa. Non so dove mi stanno portando. Non so chi sono questi uomini mascherati. So solo che il mio corpo sta rispondendo — la fica pulsa, le tettone sono due sfere di fuoco ipersensibili, l'orgasmo è ancora lì, in agguato, pronto a esplodere al minimo tocco.
Il poliziotto di fronte si china su di me. Le sue ginocchia urtano le mie, il suo petto massiccio mi sfiora il viso. Sotto il passamontagna, vedo il suo sorriso.
«Benvenuta nella tua nuova vita, troia. Vedrai. Ti piacerà.»

