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41. L'interrogatorio della vacca
Il furgone si ferma con uno strattone che mi sbatte contro il petto del poliziotto di fronte. Le sue mani mi afferrano le spalle per tenermi ferma — le dita inguantate affondano nella carne sudata, mi scavano le clavicole. La portiera si apre su un cortile buio, illuminato solo da lampade al neon che ronzano come insetti morenti. Cemento. Fili spinati. L'odore di gasolio e di piscio di cane.
Mi trascinano fuori. I tacchi stridono sull'asfalto, le gambe non mi reggono. Un poliziotto mi tiene per il braccio sinistro, un altro per il destro — le loro spalle mi sollevano quasi da terra mentre mi portano verso una porta di ferro. La collana di perle nere sbatte contro lo sterno a ogni passo. Le tettone ballano libere nell'aria fredda della notte, i capezzoli violacei ancora gonfi, ancora duri.
Nessuno mi copre. Nessuno dice niente.
La porta si apre su un corridoio illuminato al neon — pareti di cemento grezzo, tubature che corrono in alto, un odore di muffa e di sudore vecchio che mi riempie le narici. Mi spingono dentro una stanza piccola, afosa, senza finestre. Una lampada nuda pende dal soffitto, la luce gialla che mi brucia gli occhi. Un tavolo di metallo al centro. Due sedie — una da un lato, tre dall'altro. Sul tavolo, un registratore a cassette, un posacenere pieno di cicche, una bottiglia d'acqua vuota.
E il caldo. Un caldo umido, appiccicoso, che mi fa brillare la pelle sudata e rende l'aria densa come brodo. Respiro a fatica. Le gocce di sudore mi colano tra le tettone, si mescolano allo sperma secco che ancora mi incrosta il ventre.
Mi buttano sulla sedia di metallo. La schiena nuda si appiccica alla lamiera gelata — un contrasto che mi strappa un brivido. Le gambe mi tremano, le cosce si aprono da sole, la fica ancora gonfia e umida che sporca la sedia.
«Allora, troia. Parliamo.»
La voce arriva da dietro la lampada. Tre sagome si muovono nella penombra — tre poliziotti senza passamontagna adesso, i volti finalmente visibili. Quello che parla è un uomo sulla cinquantina, capelli grigi tagliati corti, una cicatrice che gli attraversa il mento come un verme bianco. La camicia sudata gli si incolla al petto massiccio, le maniche arrotolate mostrano avambracci coperti di tatuaggi sbiaditi. Agente Ferri — riconosco i suoi occhi iniettati di sangue, sono quelli che mi fissavano nel furgone.
Accanto a lui, un uomo più giovane, stempiato, con un naso storto da pugile e unghie nere di sporco. Agente Neri. Le sue dita tamburellano sul tavolo — un tic nervoso che mi fa sobbalzare a ogni colpo. Il terzo è magro, nervoso, un viso da faina con due occhi scuri che mi percorrono il corpo come lingue. Agente Conti. Sorride. Un sorriso sottile, crudele, che non promette niente di buono.
«Sei Sabina, vero? La puttana del russo?» Ferri accende una sigaretta, il fumo mi arriva in faccia, mi fa tossire. «Abbiamo visto tutto. La chiesa. I cazzi. Le sborrate. Bel matrimonio. Peccato che il tuo sposo sia un pezzo grosso del traffico d'armi internazionale. E tu? Tu sei solo la sua vacca da monta. O forse no. Forse sai qualcosa.»
«Io... io non so niente...» La voce mi esce in un sussurro roco. Le corde vocali sono ancora rovinate dalle urla della chiesa.
«Non sai niente?» Neri scatta in piedi, la sedia che stride sul cemento. Le sue dita mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la luce. «Non dire cazzate, puttana. Ti abbiamo vista. Ti abbiamo vista godere mentre quel maiale ti scopava il culo sull'altare. Ti abbiamo vista mangiare il pane con la sborra sopra. Sei la sua troia preferita. La sua sposa. Lui ti diceva le cose. Ti raccontava i segreti. Cosa vendeva Volkov? A chi? Dove sono le armi?»
Le unghie nere mi scavano le guance. Il dolore è un ago che mi entra nella mascella.
«Non... mi ha mai detto niente... mi usava solo... mi scopava e basta...»
Lo schiaffo arriva senza preavviso. La testa mi scatta di lato, il collo che scricchiola, un sapore di ferro in bocca. La guancia mi brucia, pulsa, si gonfia. Conti ha colpito senza smettere di sorridere. «Non mentire, troia. Ci fai arrabbiare.»
Ferri spegne la sigaretta nel posacenere. Lentamente. Le sue dita si allungano verso di me, mi afferrano un capezzolo attraverso il nulla — sono nuda, non c'è tessuto da strappare — e lo stringono. Lo torcono. Il dolore mi esplode nella tettona sinistra, una fitta bianca che mi fa urlare. «Guarda che tettone,» mormora. «Sembrano due mongolfiere. Ci potrei giocare per ore.» Le sue dita non mollano. Torcono ancora. Il capezzolo violaceo si gonfia, pulsa, diventa una punta di fuoco ipersensibile. «Raccontaci tutto, vacca. E magari smettiamo di farti male. O forse no. Forse ci piace farti male.»
Le lacrime mi rigano il viso. Mischiandosi allo sperma secco. «Vi prego... non so niente... lui mi diceva solo che mi amava... che ero la sua vacca... la sua puttana... non parlava mai di lavoro...»
«Amore? Ti diceva che ti amava?» Neri ride — un suono roco, catarroso. «Certo che ti amava. Guarda che corpo da troia. Io pure ti amerei se potessi scoparti ogni sera. Ma non ci credo che non ti ha detto niente. Le puttane come te sanno sempre tutto. Siete come spugne. Assorbite tutto. Anche senza volerlo.»
La sua mano mi scende sul collo. Sulle tettone. Sulla pancia ancora sporca di sperma. Le dita si fermano sull'inguine, sfiorano le grandi labbra gonfie. «E poi, anche se non sai niente... possiamo sempre divertirci un po'. Giusto? Un interrogatorio può essere molto... creativo.»
Due dita mi entrano nella fica senza preavviso.
Un gemito mi esce dalla gola — un suono strozzato, rotto, che non so se è dolore o piacere. Le dita di Neri sono ruvide, callose, mi scavano dentro, trovano il collo dell'utero e premono. La fica si stringe da sola — un riflesso, una contrazione involontaria che lo fa ridere. «Senti come mi munge le dita? Questa troia gode. Gode mentre la interroghiamo.»
«No... non è vero...» Ma la voce mi trema. Il corpo mi tradisce. Le anche iniziano a muoversi da sole, seguendo il ritmo delle sue dita. La fica pulsa, si apre, si stringe, cola. Il mio liquido gli bagna le nocche, gli cola sul palmo.
«Non è vero?» Conti si china su di me. Il suo viso da faina è a pochi centimetri dal mio. I suoi occhi scuri mi fissano le labbra. «Allora perché sei bagnata? Perché la tua fica si sta mangiando le dita del mio collega?» La sua bocca si apre. Un grumo di saliva mi vola direttamente sulle labbra — denso, caldo, un piccolo proiettile viscido che mi cola in bocca e mi sa di caffè e di rabbia. «Sputo per te, vacca. Sputo nella tua bocca di troia. Così impari a non mentire.»
Deglutisco. Non posso fare altro. La saliva mi scende in gola, si mescola allo sperma che ancora mi impregna la lingua.
Ferri si alza. Contorna il tavolo lentamente — i suoi passi pesanti sul cemento, il sudore che gli imperla la fronte. Si ferma dietro di me. Le sue mani mi afferrano le spalle, mi tengono ferma contro la sedia. Il suo alito caldo mi solletica l'orecchio. «Amore, amore, amore... Ti piace essere trattata così, vero? Ti piace essere la nostra puttana da interrogatorio. Allora adesso ti faccio una domanda facile. Una domanda che anche una vacca tettona come te può capire.» Le sue labbra mi sfiorano il padiglione auricolare. La lingua — calda, bavosa — mi traccia il bordo dell'orecchio, mi scende sul collo, mi lecca il sudore e lo sperma secco. «Dove teneva i documenti Volkov? Nella cassaforte della chiesa? In banca? In una casa sicura?»
«Non... non lo so...»
Il manganello mi preme contro l'ano.
Lo sento — un cilindro di gomma dura, fredda, che Conti mi appoggia sul buco senza spingere. Solo una pressione. Una minaccia. «Rispondi bene, troia. O te lo metto nel culo fino in fondo. E non sarà gentile come i cazzi dei tuoi amici preti. Sarà un manganello della polizia. Un manganello che ha già spaccato le ossa a un paio di spacciatori. Pensa che bello, entra nel culo ancora sporco di sangue.»
«Non lo so... vi prego... non lo so... lui non mi diceva niente... mi scopava solo... mi usava... ero il suo giocattolo...»
Il manganello spinge. Appena un centimetro. L'ano si dilata — un riflesso, un'apertura involontaria che mi strappa un urlo. La gomma è ruvida, fredda, mi graffia l'interno, mi brucia. Conti ride. «Guarda come si apre. È una troia nata. Le piace il manganello nel culo.»
«Certo che le piace,» ringhia Neri. Le sue dita sono ancora nella mia fica — continuano a muoversi, a scavare, a premere. Il pollice mi trova il clitoride, preme, fa un cerchio lento. «Senti come pulsa? Sta per venire. La troia sta per venire con le dita di uno sbirro nella fica e il manganello nel culo.»
«No... no... vi prego...»
Ma è bugia. Lo sento — la marea nera che monta, l'orgasmo che preme contro le pareti del basso ventre, la corda di violino che si tende. Il respiro mi si spezza in gola. Le cosce tremano. Le tettone ballano — Ferri le ha afferrate da dietro, le stringe, le torce, i capezzoli violacei che esplodono di dolore e piacere. Le lacrime mi rigano il viso insieme al sudore, insieme allo sperma, insieme alla saliva di Conti che mi cola ancora sulle labbra.
«Lasciami... lasciami venire...»
Le parole mi escono in un rantolo. Non dovrei — la mente urla di no, il cervello dice che non devo cedere, che devo resistere — ma il corpo vuole. Il corpo ha bisogno. Il corpo è un buco che deve essere riempito, una fornace che deve esplodere.
«Ah, adesso vuoi venire? Prima non sapevi niente, adesso vuoi venire?» Ferri mi gira il viso verso di lui. Le sue labbra premono sulle mie — un bacio brutale, la lingua enorme che mi invade la bocca, che mi riempie del suo sapore di sigaretta e birra e rabbia. La sua saliva mi scende in gola mentre la sua lingua mi scopa la bocca, mi lecca i denti, mi succhia la lingua. È un bacio che sa di interrogatorio, di potere, di possesso. E mentre mi bacia, le sue dita mi stringono ancora più forte le tettone, i capezzoli che esplodono, la fica che pulsa intorno alle dita di Neri, l'ano che si stringe intorno al manganello di Conti.
Poi si stacca. Un filo di saliva ci unisce le labbra. Mi guarda con quegli occhi iniettati di sangue, la cicatrice bianca che brilla alla luce della lampada. «Vieni, puttana. Vieni per noi. E dopo che sei venuta, ci dici tutto. Tutto quello che sai su Volkov. Se no...» La mano mi lascia il capezzolo, afferra un altro manganello dal tavolo. Me lo infila in bocca — la gomma fredda mi preme sulla lingua, mi riempie la cavità orale, mi fa venire conati. «Se no ti scopiamo a turno per tutta la notte. E non sarà bello come in chiesa. Sarà un interrogatorio. Un vero interrogatorio.»
Il manganello mi esce dalla bocca con uno schiocco bagnato. Un rivolo di bava mi cola sul mento.
Neri accelera le dita nella fica. Conti spinge il manganello più a fondo nell'ano. Ferri mi bacia di nuovo — un bacio profondo, la lingua che mi scende in gola, che mi ruba l'aria, che mi riempie di saliva e fumo e birra.
L'orgasmo sta per esplodere. La corda di violino è tesa fino al limite — ancora un secondo, ancora un dito, ancora una pressione sul clitoride...
«Allora? Cosa sai su Volkov?» La voce di Neri arriva ovattata, lontana, attraverso il rombo del sangue nelle orecchie.
«Niente... niente... vi prego... fatemi venire...»
«Prima parli. Poi vieni.»
Il pollice di Neri si ferma sul clitoride. Le dita si fermano nella fica. Il manganello si ferma nell'ano. Tutto si ferma — un silenzio improvviso, una sospensione del piacere, un baratro che si apre sotto di me e mi risucchia.
Urlerei se avessi voce. Piangerei se avessi lacrime. Ma posso solo tremare — il corpo che vibra, la fica che pulsa a vuoto, l'orgasmo che rimane lì, sospeso, negato.
«Parla, vacca tettona. E poi forse ti lasciamo venire.» Il sorriso di Ferri è un taglio bianco nel buio. «Forse.»

