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42. Nuovo umiliante interrogatorio

La luce mi acceca. Neon bianchi, crudi, che ronzano sopra la mia testa come insetti di metallo. La stanza è un cubo di cemento grezzo — pareti che trasudano umidità, odore di ruggine e di urina vecchia, una sedia di ferro al centro, una lampada snodabile puntata come un occhio cieco. Mi hanno buttata su quella sedia — nuda, ancora sporca di sperma secco che mi tira la pelle sulle cosce, sulle tettone, sul viso. I polsi mi prudono sotto il nastro adesivo che mi hanno avvolto intorno ai braccioli. Le caviglie sono incollate alle gambe della sedia.

«Allora, puttana. Parliamo.»

La voce arriva da dietro la lampada. Tre sagome in tuta mimetica, passamontagna neri, distintivi senza nome. Quello al centro è il più grosso — spalle da armadio, pugno chiuso su un manganello che tamburella contro la coscia. Quello a sinistra ride piano, un suono viscido che mi scivola addosso come una carezza sporca. Quello a destra tace. I suoi occhi — scuri, iniettati di sangue — mi fissano le tettone senza vergogna.

«Chi è Volkov?» latra il grosso. «Vero nome. Traffici. Contatti. Parla.»

«Io... non lo so... è solo... un uomo che...»

Il manganello sbatte sulla sedia a un centimetro dalla mia coscia. Il rumore mi esplode nell'utero — un sussulto caldo, una contrazione involontaria che mi fa stringere le gambe. L'aria sa di sudore maschio, di cuoio, di qualcosa di metallico che mi pizzica le narici.

«Non mentire, troia. Ti abbiamo vista. Eri la sua sposa vacca. La sua puttana personale. Lui ti ha comprata, ti ha distrutta, ti ha ricostruita. Tu sai tutto.»

Le dita di quello a destra mi afferrano il mento. La presa è dura, le unghie mi scavano la carne. «Guardami, vacca tettona. Quando ti faccio una domanda, tu rispondi. Chiaro?»

Annuisco. Le lacrime mi pungono gli occhi ma la fica pulsa — pulsa forte, pulsa bagnato, pulsa tradimento. L'eccitazione che avevo nel furgone non è mai morta. È rimasta lì, in agguato, e adesso rialza la testa come un serpente.

L'interrogatorio dura un'ora. Forse due. Domande, insulti, minacce. Il manganello che mi sfiora i capezzoli violacei — un tocco freddo, metallico, che mi fa sussultare sulla sedia. Le dita guantate che mi stringono le cosce, mi aprono le gambe, mi palpano la fica ancora gonfia. «È bagnata,» dice quello a sinistra. «La troia è bagnata mentre la interroghiamo.» Ridono. Io tremo. Non parlo — non perché non voglia, ma perché non so nulla. Volkov non mi ha mai detto niente dei suoi traffici. Ero solo la sua vacca.

Alla fine il grosso si spazientisce. Strappa via il nastro dai miei polsi con uno strattone che mi lascia la pelle rossa. «Portatela via. Chiamate Ferri e Neri. Che la sistemino per il prossimo round. E che le trovino qualcosa da mettersi — puzza di sborra rancida.»

Due poliziotte mi afferrano per le ascelle. Mi tirano su, mi spingono fuori dalla stanza lungo un corridoio di cemento. I tacchi — ancora quelli neri del matrimonio — ticchettano sul pavimento come le unghie di un cane. Le mie gambe sono molli, la testa mi gira.

«Guardala, Ferri. Un'altra troia da ripulire.»

La voce è roca, catarroso, e arriva da sinistra. La poliziotta che mi tiene il braccio sinistro è una donna tozza, le cosce grosse che sfregano tra loro mentre cammina. La divisa blu le tira sui fianchi — una taglia troppo piccola, i bottoni che minacciano di saltare, la stoffa che si tende sulle tettone enormi, più grosse delle mie, che ballano a ogni passo. Chiazze di sudore le macchiano le ascelle, il colletto, la schiena. I capelli neri sono unti, raccolti in una coda che pende molle. Puzza — un odore di fritto, di sigarette spente, di una femmina che non si lava da giorni.

Quella a destra — Neri — è ancora più oscena. Più grassa, più bassa, la divisa che le fascia la pancia come una pelle di serpente, i bottoni inferiori che hanno ceduto e lasciano intravedere un pezzo di canottiera bianca macchiata di caffè. Le sue dita sono corte, tozze, le unghie sporche. Quando mi stringe il braccio, le sue nocche mi affondano nella carne sudata. Il suo alito sa di cipolla e di un vago rancido di denti non lavati. Sorride — un sorriso di gengive grigie e denti gialli — e i suoi occhi piccoli mi percorrono il corpo come due scarafaggi.

«Che tettone, Ferri. Hai visto che tettone?» La sua mano mi si allunga sulla tettona sinistra senza preavviso — la stringe, la solleva, la lascia ricadere. Il capezzolo violaceo le rimbalza contro il palmo. «Morbide. Piene. Scommetto che se le strizzo esce ancora sborra.»

Ridono insieme, un suono rauco che mi vibra nelle orecchie. Mi spingono oltre una porta di ferro arrugginita. Il bagno.

È un bugigattolo — piastrelle verdi crepate, uno specchio opaco di calcare, un cesso alla turca che emana un tanfo di piscio stantio e di disinfettante scaduto, una doccia con il tubo di gomma verde e il soffione incrostato di ruggine. Non c'è acqua calda. Non c'è sapone. Solo una saponetta consumata, molliccia, appoggiata sul bordo del water.

«Lavati, vacca. Devi toglierti tutta la sborra di dosso.» La voce di Ferri è un ordine. Le sue dita mi spingono sotto il getto gelido — apro il rubinetto e l'acqua mi schianta sulla schiena come una frustata di ghiaccio. Gemo. Loro ridono.

«Non fare la preziosa, troia. Non siamo mica le tue amichette negre che ti facevano i massaggini.» Neri si avvicina, la pancia che preme contro il mio fianco. Afferra la saponetta, la strofina sulle mie spalle — una pressione brutale, le unghie che mi graffiano la pelle. «Quanta sborra, Ferri. Guarda qui.» Le sue dita mi raschiano l'incavo tra le tettone — una crosta biancastra si stacca, galleggia nell'acqua sporca che cola verso lo scarico del cesso alla turca. «Di chi è questa? Del barista? Di quel vecchio porco di Vincenzo?»

«Scommetto che è di tutti,» ringhia Ferri. La sua mano mi scende sulla pancia, mi afferra una coscia, mi apre. «Lavati anche lì, puttana. Dentro la fica. Dentro il culo. Voglio vedere che ti infili le dita e ti tiri fuori tutta la sborra che ti hanno lasciato.»

Le lacrime si mescolano all'acqua gelida. Le mie dita mi scivolano tra le grandi labbra — la fica è ancora gonfia, calda nonostante il freddo, e cola. Cola un misto di sperma vecchio e del mio liquido nuovo che il corpo produce senza il mio permesso. Affondo due dita — una sensazione che mi strappa un gemito, le pareti che stringono, che mungono — e tiro fuori un grumo bianco, denso, che si scioglie nell'acqua della doccia.

«Cazzo, Ferri. Guarda quanta roba. È un secchio.» Neri ride. Le sue dita mi afferrano il polso, mi portano la mano sporca davanti al viso. «Leccala, troia. Leccati le dita. Voglio vederti mangiare la sborra dei tuoi amici.»

Apro la bocca. La lingua mi striscia sulle dita — il sapore è salato, amarognolo, un misto di tutti loro che mi riempie la bocca e mi scende in gola. Loro ridono più forte. La fica mi pulsa — un sussulto caldo, un tradimento.

Poi Ferri mi gira. Le sue dita mi scavano le natiche, mi aprono. «Adesso il culo. Tirati fuori la sborra dal culo, vacca.» Le mie dita mi scivolano tra le chiappe, trovano l'ano ancora dilatato — il muscolo cede senza resistenza, la memoria della carne che ricorda tutto. Affondo un dito. Il gemito che mi esce è un singhiozzo. Sfilo un altro grumo bianco, più denso, una colla che mi si appiccica alle dita. Neri mi afferra di nuovo il polso, mi porta le dita alla bocca. «Mangia, troia. È il tuo pasto. Colazione da puttana.» Deglutisco.

Mi lavano loro. Le loro dita — sporche, sudate, le unghie nere — mi insaponano il corpo con una violenza che è insieme pulizia e aggressione. Ferri mi affonda le dita nella fica come se volesse scavarmi dentro. «Così, puttana. Così si fa. Devi essere bella pulita per l'interrogatorio.» Le sue nocche mi urtano il collo dell'utero, una pressione sorda che mi fa mordere il labbro. Neri mi sfrega il culo con la saponetta, me la spinge dentro l'ano — un'invasione gelida, viscida, che mi strappa un urlo.

«Zitta, vacca. Godi e stai zitta.»

Poi gli stracci. Due asciugamani ruvidi, grigi, che sanno di muffa. Me li passano addosso con movimenti circolari, lenti, e ogni passata è un palpeggiamento. Le loro mani mi stringono le tettone, me le strizzano, me le sollevano. I pollici mi sfregano i capezzoli violacei finché non diventano due punte dure, ipersensibili, che fremono a ogni tocco.

«Ti piacciono le donne, vacca?» sussurra Ferri, la bocca a un centimetro dal mio orecchio, l'alito di cipolla che mi riempie le narici. «Hai mai scopato con una donna? Noi ti faremmo urlare. Ti faremmo sborrare più dei tuoi maschi.»

Neri ride piano. Le sue labbra umide mi sfiorano la nuca. «Prima o poi, vacca. Prima o poi.»

Poi i vestiti. Me li lanciano addosso — una gonna blu lunga e una camicia blu, la stoffa ruvida delle divise da carcerato. Me le infilo tremando. La gonna mi fascia le cosce come una seconda pelle, il tessuto che si tende sul culo, che evidenzia ogni curva, ogni piega. La camicia è un insulto — due taglie troppo piccola, i bottoni che non si chiudono sulle tettone, la scollatura che si spalanca e lascia intravedere la pelle nuda, i capezzoli gonfi che premono contro il cotone blu. Le maniche mi stringono le braccia, le cuciture minacciano di cedere a ogni respiro. Sono ridicola. Oscena. Una vacca insaccata in un costume da carcerata che non mi copre niente, che mi rende ancora più nuda di prima.

«Sei bellissima, troia,» ghigna Ferri. Le sue dita mi pizzicano il capezzolo sinistro attraverso la camicia. «Sembri una puttana in divisa. Una puttana carcerata. Vedrai come si ecciteranno quelli dell'interrogatorio.» Neri mi dà una pacca sul culo — il rumore secco rimbalza sulle piastrelle. «Muoviti, vacca. Ti portiamo nella tua suite.»

La cella è una scatola di cemento — due metri per tre, senza finestre, senza branda. Solo un materasso sottile buttato a terra, macchiato di qualcosa di scuro che preferisco non identificare. L'aria sa di chiuso, di sudore vecchio, di disperazione. Sul pavimento, uno scarico a grata. Nell'angolo, un secchio di plastica che fa da water.

Mi spingono dentro. La porta di ferro sbatte alle mie spalle con un fragore di chiavistelli. Il buio mi inghiotte — solo una lama di luce al neon filtra dalla fessura sotto la porta.

«Riposati, vacca tettona,» ringhia Ferri dal corridoio. La sua voce arriva attutita dal metallo. «Tra poco veniamo a prenderti. E allora sì che parlerai. Parlerai e godrai. Godrai come una troia.» Neri ride, un suono viscido che si allontana insieme ai passi pesanti delle due poliziotte.

Resto in piedi nel buio. La camicia mi tira sulle spalle. La gonna mi fascia le cosce. La fica pulsa ancora — pulsa rabbia, pulsa umiliazione, pulsa un desiderio che non so spegnere.

Respiro.

Aspetto.

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