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43. L'attesa in cella della vacca

La stoffa ruvida mi gratta le cosce a ogni respiro.

Sono seduta sulla panca di cemento, le ginocchia serrate, le mani in grembo. La gonna blu — una gonna da carcerata, lunga fino a metà polpaccio, di un cotone spesso e rigido che sa di candeggina scaduta — mi fascia le gambe come una seconda pelle. Non è della mia taglia. Non lo è per niente. Due misure in meno, forse tre, e il tessuto tira sulle cosce piene, si tende sul culo, disegna ogni curva, ogni piega, ogni centimetro della mia anatomia oscena. Quando mi muovo — anche solo per spostare il peso da una natica all'altra — sento le cuciture che minacciano di cedere, un cigolio sommesso di fili tesi allo spasimo.

La camicia è peggio.

È una camicia blu, stessa stoffa da ergastolana, stessa ruvidezza da sacco di iuta. Le maniche mi stringono le braccia come lacci emostatici, l'orlo mi arriva a malapena sotto il seno. I bottoni — quattro bottoni di plastica bianca, gracili e condannati — non si chiudono. Non possono chiudersi. Le mie tettone traboccano dalla scollatura, due masse di carne pallida che premono contro il cotone, che spingono i lembi della camicia in direzioni opposte, che si offrono allo sguardo di chiunque entri in questa cella senza finestre. I capezzoli — gonfi, violacei, ipersensibili — sfiorano il tessuto a ogni movimento, e il semplice contatto con quella stoffa da penitenziario mi manda scosse elettriche direttamente nell'utero.

Niente reggiseno. Niente mutandine. Piedi scalzi sul cemento freddo.

Le due poliziotte — due donne grasse, sudate, con le dita a salsiccia e gli occhi piccoli di chi gode a infliggere piccole crudeltà — mi hanno lavata come si lava un animale prima della macellazione. Una doccia gelida in una stanzetta di piastrelle verdi, le loro mani che mi strofinavano senza delicatezza, che mi insaponavano le tettone con movimenti circolari troppo lenti per essere solo pulizia. Ridevano. Si scambiavano occhiate. «Guarda che roba,» ha detto una, sollevandomi il seno sinistro con entrambe le mani come se ne soppesasse il valore al mercato. «Ci vorrebbe una tenda per coprire queste.» L'altra ha riso, un suono viscido, e mi ha gettato addosso la divisa.

«Vestiti, troia. Il comandante ti vuole presentabile per l'interrogatorio.»

Presentabile. La parola mi è rimasta in gola come una spina mentre infilavo la gonna — una battaglia di strattoni e torsioni per farmela passare sui fianchi — e poi la camicia, che ho dovuto lasciare aperta sul décolleté perché i bottoni non arrivavano nemmeno a sfiorarsi. Mi sono guardata nello specchio appeso al muro — un rettangolo opaco, pieno di macchie — e quello che ho visto mi ha rubato il respiro.

Ero ridicola. Oscena. Una vacca da monta insaccata in un costume da carcerata che non copriva niente, che anzi esaltava tutto — i fianchi larghi, la vita stretta, le tettone debordanti, i capezzoli che puntavano contro la stoffa come due proiettili pronti a esplodere. La scollatura si spalancava in un invito involontario, la gonna disegnava il mio pube come un guanto, e camminando sentivo l'aria fredda sulla pelle nuda delle cosce — una carezza gelida che mi ricordava, a ogni passo, che non avevo niente sotto. Niente. Ero più nuda di quando ero nuda.

Ora sono seduta qui. Da sola.

La cella è un cubo di cemento — due metri per due, forse meno — con una panca incassata nel muro, un water senza tavoletta nell'angolo che emana un odore acre di piscio vecchio e disinfettante scaduto, e una lampadina nuda che pende dal soffitto, oscillando impercettibilmente a ogni vibrazione del condotto d'aria. Non ci sono finestre. L'aria è ferma, umida, impregnata del sudore di tutte le donne che sono state qui prima di me — un tanfo di paura e di corpi reclusi che mi si appiccica alla pelle, che mi entra nelle narici, che si mescola all'odore della mia stessa eccitazione.

Perché sono eccitata. Il mio corpo mi ha tradita ancora una volta.

Le cosce mi tremano — non di freddo, anche se il cemento è gelido. La fica pulsa, un battito sordo e regolare che mi ricorda quanto sono vuota, quanto sono aperta, quanto il mio corpo desideri essere riempito nonostante tutto. Le grandi labbra sono gonfie, umide, e il semplice sfregamento del tessuto ruvido contro la pelle nuda mi provoca brividi che mi salgono lungo la schiena e mi esplodono nei capezzoli. Ancora un po' e questa gonna sarà bagnata, penso. L'idea mi fa arrossire, ma non mi sorprende.

Penso al furgone. Alle mani guantate che mi hanno toccata, alle dita che mi sono entrate nella fica, alla voce roca che prometteva una cella speciale con catene e cazzi in attesa. Era solo l'inizio. Lo so. Quelle mani torneranno — forse già tra pochi minuti — e questa volta non ci sarà il buio di un furgone a nascondere la mia vergogna. Ci sarà una stanza illuminata al neon, forse. Ci saranno altri uomini mascherati, altri occhi iniettati di sangue, altre voci che mi chiameranno puttana e troia e vacca tettona mentre mi faranno domande a cui non posso rispondere.

Perché non so niente. Non so niente di Volkov, dei suoi traffici, delle armi di cui parlano i notiziari che non ho mai guardato. Ero solo la sua sposa. La sua vacca da monta. Il suo cesso da sborra. Non la sua complice.

Ma loro non mi crederanno.

Stringo le ginocchia. Il tessuto della gonna scricchiola. Le tettone premono contro la camicia, i bottoni tirano, sento uno dei quattro gancetti di plastica che inizia a cedere — un click minuscolo, un avvertimento. Se respiro troppo forte, la camicia si aprirà del tutto. Rimarrò a torso nudo in questa cella, con i seni esposti, i capezzoli violacei puntati verso la porta come un'offerta. Forse è quello che vogliono. Forse è per questo che mi hanno dato questa divisa. Per umiliarmi prima ancora di cominciare. Per farmi sentire nuda e vulnerabile e pronta a implorare.

E la cosa peggiore — la cosa che mi fa più paura di tutto — è che il mio corpo non vede l'ora.

Inspiro. Il bottone cede con uno schiocco secco. I lembi della camicia si aprono, le tettone traboccano fuori, la pelle nuda esposta all'aria stagnante della cella. I capezzoli si induriscono all'istante — due punte violacee che fremano, ipersensibili, doloranti. Mi affretto a richiudere la camicia con le mani, ma non serve: senza il bottone, la stoffa si limita a ricadere mollemente ai lati del petto, incorniciando i seni senza coprirli. Sono esposta. Sono ridicola. Sono pronta.

L'orologio sul muro — un quadrante bianco, anonimo, con una crepa che attraversa il vetro — scatta un altro minuto. Le 3:47 del mattino. Sono passate due ore dall'irruzione, forse tre. Il tempo qui dentro è una gomma che si dilata — ogni minuto è un'eternità di attesa, di ascolto, di paura che mi scava lo stomaco e mi fa tremare le gambe. Tendo l'orecchio. Passi nel corridoio? No. Solo il ronzio del condotto d'aria, il gocciolio di un water da qualche parte, il battito del mio cuore che rimbomba nelle orecchie.

E se entrassero adesso? Se la porta si aprisse e loro mi trovassero così — con la camicia aperta, le tettone esposte, la gonna che fascia le cosce sudate, i piedi nudi sul cemento — cosa farebbero? Riderebbero, come le poliziotte? Mi insulterebbero, come i maschi nel furgone? Mi afferrerebbero per i capelli, mi piegherebbero sulla panca, mi strapperebbero via la gonna e mi...

La fica pulsa. Basta, mi dico. Basta. Ma il corpo non ascolta. Il corpo vuole. Il corpo ricorda gli spari che hanno interrotto il mio orgasmo sul pavimento della chiesa, il cazzo di Volkov che mi usciva dalla fica con uno schiocco umido, la marea nera del piacere che è rimasta sospesa, incompiuta, in attesa. Sono ancora lì — sull'orlo, in bilico, il clitoride gonfio che sfiora il tessuto della gonna a ogni movimento, le ghiandole vaginali piene come due serbatoi pronti a esplodere, le contrazioni latenti che aspettano solo un pretesto per scatenarsi.

Un rumore di passi. Stavolta li sento — distintamente. Passi pesanti, stivali sul cemento, un tintinnio di chiavi. Si avvicinano. Si fermano davanti alla mia porta.

La serratura scatta.

Il mio respiro si blocca. Le mani mi stringono i lembi della camicia, cercando invano di coprirmi. Ma i capezzoli sono ancora esposti, la gonna è ancora una seconda pelle oscena, e io sono ancora — nonostante tutto — terribilmente, disperatamente bagnata.

La porta si apre. Due figure in divisa mimetica riempiono la soglia. Alti. Massicci. I passamontagna neri coprono i loro volti, ma vedo gli occhi — scuri, iniettati di sangue, identici a quelli del furgone. Non sono le poliziotte. Sono uomini.

Uno di loro mi guarda. I suoi occhi si fermano sulle mie tettone, sulla camicia aperta, sui capezzoli violacei che puntano verso di lui. Sorride sotto la maschera — lo so, lo sento, percepisco la sua soddisfazione come un'ondata di calore.

«In piedi, puttana.» La voce è un latrato. «Il comandante ti vuole vedere.»

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