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44. Ancora in cella
Il cotone mi graffia i capezzoli a ogni respiro.
La cella è un cubo di cemento che puzza di candeggina e di piscio vecchio, una lampadina nuda che penzola dal soffitto e mi brucia gli occhi. Non c'è finestra. Non c'è letto. Solo una panca di ferro gelida che mi ghiaccia le cosce nude sotto la gonna — se così si può chiamare questo brandello di stoffa blu che mi fascia le cosce come una seconda pelle, che si tende sul culo a ogni movimento, che mi disegna le natiche con una precisione oscena.
La camicia è peggio. Due taglie troppo piccola. I bottoni sul petto non si chiudono — il terzo è saltato via quando me l'hanno infilata a forza, il quarto tiene per miracolo, ma la scollatura si spalanca in una V che arriva quasi allo sterno. La pelle nuda delle tettone preme contro il cotone ruvido, i capezzoli gonfi e violacei che disegnano due punte visibilissime attraverso la stoffa sottile. Ogni volta che respiro, le cuciture sulle maniche scricchiolano. Ogni volta che mi muovo, la gonna risale di un centimetro.
Niente reggiseno. Niente mutandine. Piedi scalzi sul cemento freddo.
Mi guardo le cosce strizzate dalla stoffa blu, le ginocchia che sporgono nudo, i piedi nudi e sporchi di polvere. Sono ridicola. Sono oscena. Una vacca insaccata in un costume da carcerata che non mi copre niente — che mi rende ancora più nuda di quando ero nuda sull'altare. La fica ancora umida e gonfia preme contro la stoffa della gonna, la inumidisce, disegna una macchia scura che si allarga piano.
E la cosa peggiore — la cosa che mi fa serrare le mascelle e serrare le cosce e mordermi il labbro fino a sentire sangue — è che sono eccitata. Il cuore mi martella nel petto, il respiro è corto, la fica pulsa contro il cotone. La paura si mescola all'attesa, il terrore si scioglie in un calore liquido che mi scende nelle cosce. Sei una troia, Sabina. Una troia che si eccita in una cella.
Il rumore di passi pesanti nel corridoio.
La serratura scatta con un clang metallico. La porta si spalanca sbattendo contro il muro, e due sagome massicce riempiono l'apertura. Passamontagna neri. Tute mimetiche. Stivali anfibi che fanno tremare il pavimento. Uno è alto, spalle da armadio, gli occhi scuri e iniettati di sangue che mi percorrono il corpo con la stessa lentezza con cui si ispeziona un animale al macello. L'altro è più tozzo, le mani inguantate di nero che si aprono e si chiudono come artigli.
«In piedi, troia.» La voce del primo è un latrato. «È ora di divertirsi.»
Mi alzo. Le gambe mi tremano, la gonna risale sulle cosce, il cotone mi si incastra tra le grandi labbra. Lui lo vede. I suoi occhi ridono sotto la maschera.
«Guarda come si è vestita bene per noi. Una gonna così stretta che le si vede la fica. E la camicia — cazzo, guarda la camicia. Non le entra. Le tettone stanno per scoppiare fuori.» Allunga una mano, afferra il bavero della camicia tra pollice e indice, tira appena. Il quarto bottone salta via, rimbalza sul pavimento, rotola nell'angolo. La scollatura si apre fino all'ombelico. Le tettone escono fuori — non completamente, ma quasi, la carne bianca e sudata che deborda dal cotone, i capezzoli violacei finalmente liberi, esposti all'aria umida della cella.
Il gemito che mi esce è un singhiozzo.
«Oh, le piace,» ride il secondo. La sua mano mi afferra il mento, mi gira il viso verso l'alto. Le dita inguantate mi scavano le guance, mi aprono la bocca. «Le piace essere trattata come la puttana che è. Guarda come respira — ansima. Ha le cosce che tremano. Ha già la fica bagnata, scommetto. Scommetto che se le metto una mano sotto la gonna sento un lago.»
Non aspetta una risposta. La sua mano scende — lenta, inevitabile, un ragno nero che mi striscia sul fianco, sulla gonna, sulla coscia nuda. Le dita si infilano sotto l'orlo, risalgono, trovano l'inguine. La stoffa si tende, si strappa un poco — un suono secco, definitivo. Il dito medio mi preme contro le grandi labbra attraverso il cotone bagnato.
«Cazzo, è già zuppa. Sembra un secchio. Non abbiamo ancora cominciato e questa troia sta già colando.» Ritrae la mano, si porta il dito all'altezza del passamontagna. Lo sento annusare. «Sa di troia e di sborra vecchia. Non si è nemmeno lavata, la vacca.»
«Dai, portiamola fuori. Il comandante aspetta.» Il primo mi afferra il braccio sinistro, il secondo il destro. Mi trascinano fuori dalla cella, i piedi scalzi che strisciano sul cemento ruvido. Il corridoio è stretto, afoso, illuminato da luci al neon che ronzano e farfugliano. Le pareti sono tubi e condutture e fili elettrici che pendono come budella metalliche. Il caldo è umido, appiccicoso — un sudore freddo che mi si mescola a quello caldo dell'eccitazione.
«Muoviti, vacca. Non abbiamo tutta la notte.» Lo strattonano. Inciampo, cado in ginocchio, la gonna risale fino ai fianchi. Il culo nudo preme contro l'aria umida, la fica esposta sbatte contro il cemento. Loro ridono.
«Guarda che culo. Sembra un'offerta. Se non avessimo fretta te lo sfonderei qui, sul pavimento del corridoio.» Il tozzo mi afferra per i capelli, mi tira su. Le sue dita mi stringono la nuca, mi spingono in avanti. «Cammina. O ti trasciniamo per le trecce fino all'interrogatorio.»
Cammino. I piedi scalzi schioccano sul cemento, le cosce sfregano l'una contro l'altra a ogni passo, la gonna si incunea sempre più in alto, la camicia aperta sbatte a ogni movimento e le tettone ballano libere — su e giù, su e giù, i capezzoli duri che disegnano cerchi nell'aria viziata. Sento i loro occhi sulla mia schiena, sul mio culo, sulle mie cosce. Sento i loro respiri pesanti dietro di me. Sento l'odore del loro sudore mescolarsi al mio.
Svoltiamo in un corridoio più largo. Passiamo davanti a una porta di ferro con uno spioncino. Sento delle grida attutite — una voce di uomo che urla, poi un colpo sordo, poi silenzio. Il cuore mi accelera. La fica pulsa più forte. Non dovrebbe eccitarti, Sabina. Dovresti avere paura. Dovresti—— ma il pensiero si spegne quando il tozzo mi afferra una tettona da dietro.
Le sue dita inguantate mi stringono il seno sinistro, lo sollevano, lo lasciano ricadere. Il capezzolo sfrega contro il palmo ruvido, una scossa elettrica mi esplode nell'utero. «Cammina e stai zitta, troia. Non una parola. Non un gemito. Sei nella nostra base adesso. Qui facciamo quello che vogliamo. E tu sei il nostro giocattolo nuovo.»
«Il nostro giocattolo dalle grandi tette,» aggiunge l'altro. La sua mano mi afferra il culo, stringe, le dita scavano la carne attraverso la gonna. «Il nostro buco da scopare. Il nostro contenitore di sborra. Appena il comandante ha finito di interrogarti, ti passiamo a tutti. Tutti i reparti. Tutti gli agenti. Abbiamo ordini precisi. Devi parlare, troia. Devi dirci tutto quello che sai su Volkov. E per farti parlare, abbiamo metodi... creativi.»
La parola "Volkov" mi arriva come uno schiaffo. Volkov. Il russo. Il mio sposo. Il mio padrone. È vivo — è qui, da qualche parte in questa base. E vogliono informazioni da me.
«Cosa... cosa gli avete fatto?» La voce mi esce in un sussurro rotto.
«Ah, parla! La vacca parla!» Il tozzo mi gira, mi sbatte contro la parete di tubi. Il metallo mi ghiaccia la schiena, le condutture vibrano contro le scapole. La sua faccia coperta dal passamontagna è a pochi centimetri dalla mia. I suoi occhi scuri mi fissano con un misto di disprezzo e di fame. «Al tuo russo? Gli abbiamo fatto quello che facciamo a tutti i trafficanti d'armi. Lo abbiamo messo in una cella. Lo abbiamo interrogato. Lo abbiamo... convinto a collaborare.» Ride. Un suono viscido, soddisfatto. «Ma vogliamo di più. Vogliamo nomi. Contatti. Date. E tu ce li darai, puttana. Con le buone o con le cattive. Anzi — solo con le cattive.»
La sua mano mi stringe la gola. Non per soffocare — per tenermi ferma. L'altra mano mi risale la gonna, mi afferra la fica nuda. Due dita mi entrano dentro senza preavviso — un'invasione secca, brutale, che mi strappa un urlo. Le pareti vaginali si stringono intorno alle sue dita inguantate, le contrazioni iniziano — un riflesso, un tremore, una risposta che non posso controllare.
«Guarda come mi stringe le dita. Questa troia sta già venendo. Non ho ancora cominciato a interrogarti e tu stai già sborrando sulle mie dita.» Le muove — dentro e fuori, un pompino digitale che mi scava la fica ancora gonfia, ancora piena dello sperma di tutti i maschi della chiesa. «Senti quanta sborra c'hai dentro? È ancora piena. Piena del seme di chissà quanti maiali. Ti sei fatta scopare da tutta la città, vero? Sei la puttana di tutti. Una fogna. Una vacca da monta.»
«Sì... sì...» Le parole mi escono in un rantolo. Le lacrime mi rigano le guance, ma non sono lacrime di dolore — sono lacrime di vergogna e di piacere, una miscela calda che mi cola sul mento. «Sono una puttana... sono una vacca... sono una fogna...»
Il tozzo ride. Ritrae le dita con uno schiocco umido, se le porta all'altezza della maschera. La lingua — la vedo, una lingua rosa e bavosa che sporge dal passamontagna e lecca le dita una per una. «Buona. Sa di troia bagnata e di sborra di maiale. Mi piace. Mi piace da impazzire.»
L'altro mi afferra di nuovo il braccio. Mi strattona via dalla parete. «Basta così. Il comandante aspetta. Portiamola dentro.»
Mi trascinano lungo un ultimo corridoio. Una porta di ferro massiccia, senza maniglia, solo una fessura per le carte. Il tozzo preme un pulsante, dice qualcosa in una radio gracchiante. La porta si apre con un sibilo idraulico.
Dentro, la luce è accecante. Mi spingono avanti. Inciampo, cado in ginocchio sul pavimento di linoleum. La gonna risale fino alla vita. La camicia penzola aperta. Le tettone sbattono contro il petto, i capezzoli sfiorano il pavimento gelido.
Davanti a me, due stivali neri. Risalgo con lo sguardo — gambe lunghe, pantaloni mimetici, cinturone con fondina. Un petto massiccio. Un passamontagna nero. Due occhi scuri, iniettati di sangue, che mi fissano dall'alto.
«Benvenuta all'interrogatorio, troia tettona.» La voce è un ronzio di basso, calma, quasi divertita. «Vedrai. Sarà molto, molto piacevole. Per noi.»

