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45. L'interrogatorio si fa duro
Il getto della doccia mi ha staccato lo sperma dalla pelle, ma non la paura. Né l'eccitazione.
Adesso sto in piedi in un cubo di cemento, i piedi nudi sul pavimento gelido, la divisa da carcerata che mi hanno lanciato addosso ancora umida di lavanderia. La gonna blu è due taglie troppo piccola — il tessuto ruvido mi fascia le cosce come una pellicola di plastica, si tende sul culo a ogni respiro, disegna ogni piega dell'inguine. Provare a muovermi è una tortura: la stoffa mi scava l'interno coscia, mi sega il pube, mi ricorda che sotto non c'è niente. Nessuna mutandina. Solo la mia fica nuda, già calda, già umida contro la cucitura interna.
La camicia è un insulto peggiore. I bottoni non si chiudono — il terzo è saltato via quando ho provato a tirarlo, il quarto resiste per miracolo, il quinto è un buco spalancato che mostra l'incavo tra le tettone e la pelle nuda fino allo sterno. La scollatura si apre come una ferita, lascia intravedere i capezzoli gonfi che premono contro il cotone blu — due punte dure, violacee, che il tessuto ruvido gratta a ogni movimento. Le maniche mi stringono le braccia così forte che le cuciture scricchiolano quando incrocio le braccia sul petto, un gesto ridicolo per coprirmi. Ridicolo perché non copro niente. Anzi, le tettone si sollevano, premono ancora di più contro i bottoni superstiti, e il quarto — l'ultimo baluardo — minaccia di cedere.
Sento le loro risate prima ancora di alzare lo sguardo.
Quattro bestioni in tuta mimetica mi circondano. Sudati. Armati. I passamontagna neri lasciano scoperti solo gli occhi — lucidi, iniettati di sangue, fissi sulle mie tettone che debordano dalla camicia. La stanzetta puzza di loro: un miscuglio di cuoio vecchio, sigarette, sudore acido che mi entra nelle narici e mi si attacca in gola. La lampadina nuda sopra la scrivania di metallo getta ombre deformi sulle pareti di cemento.
Lui — il Comandante — è seduto dall'altra parte del tavolo.
La sua mole riempie la sedia come un trono. Le spalle sono un armadio a muro, le mani enormi appoggiate piatte sul metallo, le dita che tamburellano lentamente. Il passamontagna nero copre tutto tranne due occhi scuri, calmi, che mi sezionano viva. Non parla subito. Mi guarda. Mi lascia sudare. La sua calma è più spaventosa delle urla.
«Sabina.» La voce è un rombo basso, quasi annoiato. «Ti faccio una domanda facile. Poi le domande diventano difficili. Capisci?»
Annuisco. Il mento mi trema. Le cosce tremano. Non solo di paura — il tremore è più in basso, più profondo, un ronzio che mi è rimasto nella pancia dopo la chiesa e che questa stanza, queste divise, questi maschi armati stanno riaccendendo. Me ne vergogno così tanto che il calore mi sale al viso, mi arrossa il collo, mi tradisce.
«Chi è Volkov? Cosa vende? A chi vende?» Scandisce le parole senza alzare la voce. «Parla, troia. I miei uomini sono stanchi. Non hanno voglia di aspettare.»
Apro la bocca. «Io... non lo so... io sono solo...»
La risata dell'agente alla mia destra mi zittisce. È un suono viscido, un gorgoglio che arriva da sotto il passamontagna. «Non lo sai? Ti ha scopata per settimane e non sai chi è?» Le sue dita inguantate mi afferrano il mento, mi girano il viso verso di lui. La presa è dura. «Il russo è un trafficante d'armi, puttana. Vende morte. E tu eri il suo cesso da sborra personale. Non dirmi che non sai niente.»
Il mio respiro accelera. Il petto si alza e si abbassa, i bottoni tirano, il quarto — l'ultimo — cede con uno schiocco secco.
Il silenzio che segue è un morso. La camicia si spalanca sulle tettone nude, i capezzoli violacei esposti all'aria fredda della stanza. Puntano dritti verso il Comandante, due sfere di carne gonfia che ballano a ogni respiro affannoso. Provo a coprirmi — le mani si muovono, afferrano i lembi della camicia — ma l'agente dietro di me mi blocca i polsi, me li tiene stretti contro la schiena.
«Lasciala così,» dice il Comandante. La sua voce non è cambiata di un decibel. «Voglio vederla.»
Le dita dell'agente alla mia destra mollano il mento. Scendono. Sfiorano la clavicola, indugiano sull'incavo tra le tettone. «Guarda che roba, comandante. Ha i capezzoli così duri che potrei appenderci l'accappatoio.» Le dita risalgono, pizzicano il sinistro — un tocco leggero, quasi distratto. Il gemito che mi esce è un singhiozzo. Cerco di ingoiarlo, ma è troppo tardi.
L'agente se ne accorge. «Oh. Oh, cazzo.» Le sue dita stringono più forte, tirano il capezzolo violaceo, lo fanno allungare fino al dolore. «La troia geme. Le piace.»
«Non è vero...» La voce mi esce rotta. Le guance mi bruciano. «Non mi piace... vi prego...»
«Non ti piace?» L'agente alla mia sinistra si china. Il suo viso coperto si avvicina al mio. Sento il suo alito caldo attraverso il tessuto del passamontagna — sigari, caffè, qualcosa di rancido. «Allora perché hai la fica bagnata?»
La gonna blu è così stretta che lo vede. Lo vedono tutti. La macchia scura che si allarga sul tessuto all'altezza dell'inguine — il mio liquido che cola, che impregna il cotone ruvido, che disegna una mappa oscena della mia eccitazione. Sposto il peso da un piede all'altro, stringo le cosce — un gesto ridicolo, un tentativo di nascondere l'inizio di un orgasmo che sta montando dal nulla. Il movimento fa solo scivolare la gonna più in alto, scopre un centimetro di coscia nuda, la pelle d'oca, il sudore che mi imperla l'interno gamba.
L'agente dietro di me mi preme il bacino contro il tavolo. Il metallo freddo mi morde le anche, la gonna risale ancora. «Senti come trema. Sembra una cagna in calore.»
Il Comandante si alza. La sedia raschia il cemento, un suono secco che mi fa sobbalzare. Le sue mani restano piatte sul tavolo. Si china verso di me — il suo viso coperto è a pochi centimetri dal mio, i suoi occhi scuri mi fissano senza battere ciglio.
«Ascoltami bene, vacca.» La voce è un sussurro rauco che mi arriva direttamente nell'utero. «Io non ho tempo. I miei uomini non hanno pazienza. Se non mi dici quello che voglio sapere, ti metto sotto torchio per tutta la notte. E per torchio intendo i loro cazzi. Capisci? I loro cazzi dentro di te, uno dopo l'altro, finché non parli. O finché non ti rompi.»
La parola "cazzi" mi esplode nella pancia. Le ghiandole vaginali si gonfiano di colpo — una pressione calda, un peso liquido che preme contro l'uretra e minaccia di esplodere. Stringo le cosce più forte. La gonna è ormai un fazzoletto bagnato, incollato alle grandi labbra gonfie. Il liquido mi cola lungo l'interno coscia, una goccia calda che scende fino al ginocchio e luccica alla luce della lampadina.
L'agente alla mia destra la vede. Allunga la mano. Un dito inguantato raccoglie la goccia, risale lentamente, scompare sotto l'orlo della gonna. Mi tocca. Un tocco leggero, la punta del guanto che mi preme sul clitoride attraverso il tessuto.
Il gemito che mi esce è un urlo strozzato. Le ginocchia mi cedono. Mi aggrappo al tavolo con le mani ancora bloccate dietro la schiena, il metallo freddo contro le dita sudate.
«Guarda comandante,» dice l'agente, il dito ancora premuto sul mio clitoride. «La troia sta per venire. Non l'ho nemmeno toccata e sta per venire.»
Il Comandante sorride — lo vedo dalle pieghe del passamontagna attorno agli occhi, dalle zampe di gallina che si increspano. «Certo che sta per venire. È una puttana nata. Una vacca da monta. Il suo corpo risponde agli ordini, non al cervello.» Solleva una mano dal tavolo, mi afferra il mento. Le dita sono dure, callose, mi scavano la carne. «Allora, Sabina. Parli o ti faccio venire qui, sul tavolo, davanti ai miei uomini, finché non svieni?»
Apro la bocca. Le parole mi muoiono in gola — quello che esce è un rantolo, un gemito, un suono che è insieme una supplica e un ringraziamento. Il pollice del Comandante mi preme sul labbro inferiore, lo abbassa, mi apre la bocca. La sua faccia coperta si avvicina ancora. Vedo solo i suoi occhi — due pozzi neri pieni di una calma sadica.
«Non vuoi parlare?» sussurra. «Bene. Allora iniziamo.»
La sua mano lascia il mento. Si alza. Fa un cenno agli agenti.
Quello dietro di me mi spinge in avanti. Il bacino sbatte contro il bordo del tavolo, le tettone si schiacciano sul metallo freddo, i capezzoli duri graffiano la superficie. La gonna risale fino alla vita, scopre il culo nudo, le cosce fradice, la fica che cola direttamente sul pavimento di cemento.
«Giratela,» ordina il Comandante. «Voglio vederle la faccia mentre parla. O mentre gode. Qualunque cosa venga prima.»
Le mani mi afferrano, mi girano. La schiena sbatte contro il tavolo, le tettone puntano verso il soffitto, le gambe aperte — due agenti mi tengono le caviglie, me le aprono fino a sentire i tendini tirare. La gonna è un elastico blu arrotolato in vita. La fica è completamente esposta — le grandi labbra gonfie, lucide di liquido, che si aprono da sole e mostrano il clitoride violaceo, gonfio, pulsante.
Il Comandante si siede di nuovo. Appoggia i gomiti sul tavolo, le dita intrecciate, gli occhi fissi sulla mia fica aperta.
«Allora, vacca tettona. Parliamo di nuovo di Volkov.» La sua voce è calma, quasi conversativa. «Dimmi cosa sai, e forse ti lascio andare. Non parlare, e i miei uomini si divertono. La scelta è tua.»
Apro la bocca per rispondere. Ma quello che esce è solo un gemito mentre le dita dell'agente alla mia destra mi premono sul clitoride e iniziano a disegnare cerchi lenti, inesorabili, che mi fanno inarcare la schiena e urlare nel cemento.

