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46. Il nuovo interrogatorio

a luce al neon mi aggredisce le pupille come un ago arroventato.

Non so da quanto tempo sono in questa stanza — minuti, ore, giorni. Le pareti sono piastrelle bianche, il pavimento è cemento nudo che mi ghiaccia le piante dei piedi scalzi. Una lampada da ufficio mi punta dritto in faccia, mi acceca, mi costringe a strizzare gli occhi mentre cerco di mettere a fuoco le sagome dietro la scrivania di metallo. Tre uomini in uniforme mimetica, senza passamontagna questa volta. Facce dure, occhi opachi, espressioni da funzionari che compilano moduli.

«Nome.»

La voce arriva da sinistra. Un uomo magro, occhiali con montatura metallica, dita che tamburellano su una cartellina vuota.

«Sabina...» La mia voce è un gracidio. La gola è secca, impastata di sperma vecchio e sonno interrotto.

«Cognome.»

Glielo dico. Lui scrive. La penna gratta la carta con un suono che mi entra nei denti.

Poi finalmente mi guardano. Tutti e tre. I loro occhi mi percorrono il corpo con una lentezza da macellai che valutano un quarto di bue, e io mi ricordo di come sono vestita — se vestita è la parola giusta.

Me l'hanno data due ore fa, forse tre. Un'agente donna — capelli tirati, labbra sottili, un sorriso che non prometteva nulla di buono — mi ha lanciato un pacco di stoffa blu e ha detto «Mettitela. È la tua taglia.» Era una bugia. La gonna è un tubo di cotone ruvido che mi fascia le cosce come una pellicola trasparente, il tessuto così teso sul culo che ogni piega delle natiche è visibile come se fossi nuda. La camicia è un insulto calcolato — due taglie troppo piccola, i bottoni che non arrivano nemmeno a sfiorarsi sulle tettone. La scollatura si spalanca in un triangolo osceno che lascia intravedere la pelle nuda fino allo sterno, e sotto il cotone blu i capezzoli gonfi premono come due noccioli di ciliegia — duri, visibili, inconfondibili. Le maniche mi stringono le braccia a tal punto che le cuciture scricchiolano a ogni movimento. Nessun reggiseno. Nessuna mutandina. Piedi scalzi sul cemento gelido.

Sembro un barattolo di carne esploso dal cellophane.

«Alzati.»

Mi alzo. La gonna risale sulle cosce di cinque centimetri. Il triangolo di pelle nuda si allarga. I tre uomini fissano le mie tettone con un'intensità che mi fa pulsare la fica — un riflesso pavloviano, un bisogno, una condanna. Il mio corpo non ha spento l'interruttore. Tre settimane di addestramento, di monta, di cazzi e sperma e orgasmi mi hanno riprogrammata. Un uomo mi guarda? La fica si bagna. È un'equazione che non so più risolvere.

«Sai perché sei qui?» chiede quello al centro. È il più grosso — spalle da armadio, mani che sembrano badili, occhi scuri iniettati di sangue. Il Comandante, lo chiamano gli altri. La sua voce è un ronzio basso, una vibrazione che mi entra nello sterno.

«No... non lo so...»

«Non lo sai.» Sorride. Non è un bel sorriso. «Allora te lo spiego io. Il tuo amico russo — Volkov — non è un filantropo che organizza orge nelle chiese sconsacrate. È un trafficante d'armi. Uno dei più grossi d'Europa. Vende missili a Paesi sotto embargo, mitragliatrici a gruppi terroristici, esplosivi a chiunque li paghi. E noi —» indica i due ai lati «— siamo quelli che lo cercano da due anni. Servizi segreti. Reparti speciali. Gente che non esiste sulla carta.»

La parola servizi segreti mi colpisce lo stomaco come un pugno. «Io... io non sapevo niente...»

«Certo che non sapevi niente.» Si alza. Contorna la scrivania, si avvicina. Sento l'odore del suo dopobarba — qualcosa di economico, chimico — mescolato al sudore. «Tu eri il suo giocattolo. La sua vacca. Il suo passatempo. Ma questo non significa che tu non possa esserci utile.» Le sue dita mi afferrano il mento. Mi sollevano il viso verso la lampada. «Dov'è il deposito di Kaliningrad? Chi sono i suoi contatti in Nord Africa? Quali banche usa per riciclare i soldi?»

«Non lo so... vi prego... io non so niente di queste cose...»

Le sue dita stringono più forte. Il dolore mi fa salire le lacrime agli occhi. «Non sai niente? Allora sei inutile. E sai cosa facciamo con le cose inutili?»

L'altro — quello magro con gli occhiali — ride piano. «Le smaltiamo.»

La paura mi gela il sangue. Ma sotto la paura — sotto, nel basso ventre, dove non dovrebbe esserci — qualcosa si muove. La fica pulsa. Si apre. Cola un filo di umidità che mi bagna l'interno coscia. Il Comandante lo vede. I suoi occhi seguono il rivolo, le sue narici si dilatano.

«Cazzo,» mormora. «Guarda che roba. La vacca si eccita.»

«È una troia,» dice quello a destra. Si alza anche lui. «L'abbiamo vista nel furgone. Le piace essere insultata. Le piace avere paura.»

Il Comandante mi molla il mento. Le sue dita scendono sulla camicia, sul triangolo di pelle nuda, sulla scollatura che si spalanca. Un dito si infila tra i due lembi di stoffa, sfiora la curva di una tettona. Il capezzolo si indurisce ancora di più — una punta di fuoco che preme contro il cotone.

«Ti piace, vero? Ti piace essere qui. Ti piace essere interrogata. Ti piace essere la nostra vacca da informazioni.» La sua voce è un sussurro rauco. «Allora facciamo così. Tu collabori — racconti tutto quello che sai su Volkov — e noi ti trattiamo bene. Oppure non collabori, e ti trattiamo male. Molto male. C'è un'intera ala di questa base piena di agenti che non vedono una donna da mesi. Agenti che pagherebbero per passare un'ora con una troia tettona come te.»

La minaccia mi esplode nell'utero. È assurdo — dovrei essere terrorizzata, e lo sono — ma sotto il terrore c'è un'altra cosa. Un desiderio osceno. Una fame che mi divora. Le parole ala piena di agenti mi rimbalzano nel cranio e si trasformano in immagini — corpi sudati, cazzi duri, mani che mi afferrano.

Deglutisco. La voce mi esce in un filo spezzato. «Non so niente... vi prego... non so niente...»

Il Comandante sospira. Si allontana. Torna dietro la scrivania. «Portatela in cella. Ci riproveremo domani. Magari dopo una notte nel buco senza cibo né acqua sarà più loquace.»

Due mani mi afferrano per le braccia. Mi trascinano fuori dalla stanza, lungo un corridoio di cemento illuminato da neon che ronzano. Le porte di ferro si aprono e si chiudono con un clangore metallico. Sento l'odore della muffa, della ruggine, del sudore vecchio. Poi una porta più piccola si spalanca, e mi spingono dentro.

La cella è un buco. Due metri per tre, pareti di cemento grezzo, un materasso sottile gettato in un angolo, un secchio nell'altro. Niente finestre. L'aria è calda, umida, ferma — un'afa che mi appiccica la stoffa ruvida alla pelle sudata.

La porta si chiude alle mie spalle con un tonfo definitivo.

Resto in piedi al buio per un secondo, due, tre. Il cuore mi martella nelle orecchie. La fica ancora pulsa. Le lacrime mi rigano il viso senza che me ne accorga. E poi sento un movimento nell'angolo buio. Un respiro. Un fruscio di stoffa.

«Sabina.»

La voce di Volkov è un'ancora che mi afferra il petto e mi impedisce di annegare.

Mi giro. I miei occhi si adattano all'oscurità, e lo vedo — seduto sul materasso, la schiena contro il muro, le maniche della camicia bianca arrotolate, il completo di lino ormai ridotto a uno straccio sporco. Ha un livido sulla guancia sinistra, un taglio sul labbro. Ma i suoi occhi azzurri brillano — due fiamme gelide nella penombra.

«Volkov...» La voce mi si rompe in un singhiozzo. «Sei qui... ti hanno messo qui...»

«Ci hanno messo insieme.» Si alza. Le sue braccia si aprono. «Vieni qui, amore mio.»

Non corro — barcollo. Le gambe mi cedono, inciampo nei miei stessi piedi scalzi, vado a sbattere contro il suo petto con un impatto che gli fa emettere un grugnito. Le sue braccia mi avvolgono, mi stringono, mi sollevano. Sprofondo in quell'abbraccio come si sprofonda in un letto dopo mille notti insonni.

La gonna blu risale sulle cosce. Le tettone premono contro la sua camicia sporca — sento il calore del suo corpo attraverso la stoffa ruvida, il battito del suo cuore contro il mio sterno. E poi scoppio a piangere.

Non sono lacrime sottili, educate. Sono singhiozzi violenti, convulsi, un fiume che mi esplode dal petto e mi squassa le spalle. Singhiozzo contro il suo petto, gli inumidisco la camicia, gli stringo la schiena con le unghie come se potessi aggrapparmi a lui e non cadere. Lui mi tiene. Una mano mi accarezza i capelli — quelli ancora sporchi, ancora annodati, che Aisha e Zuri mi avevano intrecciato e che adesso sono di nuovo un nido di serpi. L'altra mano mi preme sulla schiena, mi massaggia le scapole con movimenti lenti, circolari.

«Shh, amore mio. Shh. Non piangere. Ci sono io adesso.» La sua voce è un velluto caldo contro il mio orecchio. «Non ti lascio. Non ti lascio più.»

«Ho paura...» La voce mi esce in un rantolo bagnato. «Mi hanno interrogata... mi hanno minacciata... volevano sapere cose di te... io non sapevo niente...»

«Lo so, amore mio. Lo so.» Le sue labbra premono sulla mia fronte — un bacio leggero, quasi casto. «Sei stata bravissima. Non ti faranno niente. Non glielo permetterò.»

«Ma siamo in prigione... siamo in una base segreta...»

«E allora?» Si scosta quel tanto che basta per guardarmi. Le sue mani mi afferrano il viso, i pollici mi asciugano le lacrime. C'è una luce nei suoi occhi azzurri — qualcosa di feroce, di indomabile. «Sono un trafficante d'armi, amore mio. Ho più risorse di quante questi idioti possano immaginare. Ho contatti. Ho avvocati. Ho persone che mi devono favori in ogni angolo del mondo. Usciremo da qui. Te lo prometto.»

Non so se credergli. Non so se sono parole vere o solo un'altra bugia. Ma in questo momento non mi importa. In questo momento ho bisogno di credergli. Ho bisogno di aggrapparmi a quella promessa come mi aggrappo al suo corpo.

Le mie labbra cercano le sue.

Lo bacio con una disperazione che non ho mai provato prima — non è il bacio di una vacca in calore, non è il bacio di una puttana che vuole essere scopata. È il bacio di una donna che ha paura, che si sente sola, che ha bisogno di calore umano. Le mie labbra premono sulle sue e si aprono, e la sua lingua mi invade la bocca con una dolcezza che mi fa piangere ancora di più. Le lacrime mi colano sulle labbra, si mescolano alla saliva, rendono il bacio salato e disperato.

Lui mi bacia e mi stringe e mi tiene. Le sue mani mi accarezzano la schiena, i fianchi, le braccia — non palpeggiano, non stringono. Accarezzano. Consolano. Mi tengono insieme mentre mi sento andare in pezzi.

«Ti amo, vacca tettona,» mormora sulle mie labbra. La parola vacca adesso non è un insulto — è una carezza. È il nostro linguaggio. È il modo in cui ci siamo conosciuti, amati, sposati. «Ti amo, amore mio. Ce la faremo. Insieme.»

«Ti amo anch'io...» La voce mi trema. «Ti amo... non lasciarmi...»

«Mai.» Mi stringe più forte. «Mai. Adesso sei mia moglie, ricordi? E io non abbandono le mie mogli. Non le lascio marcire in una cella. Troverò un modo per farci uscire. E quando usciremo —» i suoi occhi brillano di una promessa crudele «— faremo pagare a questi bastardi ogni lacrima che ti hanno fatto versare. Ogni paura che ti hanno messo addosso. Ogni minuto che hai passato in questo buco.»

Lo guardo. Il viso tumefatto, il labbro spaccato, gli occhi pieni di un fuoco che niente può spegnere. E in quel momento sento qualcosa che non sentivo da giorni — forse da settimane. Sento che non sono sola. Che c'è qualcuno che tiene a me. Che mi ama. Che mi proteggerà.

Non è il desiderio di essere scopata. Non è la fame di cazzi e di sperma. È un'altra cosa — più calda, più profonda. È amore. È speranza.

Mi rannicchio contro il suo petto. Le sue braccia mi avvolgono come una coperta. La gonna blu mi fascia ancora le cosce, la camicia mi stringe ancora le tettone, la cella è ancora un buco afoso e buio. Ma non mi importa.

Lui mi accarezza i capelli. Mi bacia la fronte. Mi sussurra parole in russo che non capisco ma che suonano come una ninna nanna.

E per la prima volta da quando sono entrata in quella chiesa maledetta, mi addormento senza paura.

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