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47. Colazione di carne prima dell'interrogatorio
La lingua di Volkov mi sveglia prima ancora della coscienza.
È una sensazione liquida, calda, un movimento lento che mi risale dall'interno coscia fino al centro esatto del mio corpo, e per un istante non so dove sono — la cella, la chiesa, il furgone, l'altare — non so più quale scenario corrisponda a questa bocca che mi sta mangiando viva. Le palpebre sono pesanti, incollate dal sonno e dallo sperma secco delle ore precedenti. Le apro a fatica. La luce al neon del corridoio filtra dalla feritoia della porta di ferro, taglia l'oscurità della cella con una lama biancastra che mi colpisce gli occhi e mi fa strizzare le palpebre.
La prima cosa che vedo sono i suoi capelli biondi. La testa di Volkov affondata tra le mie cosce aperte, le sue spalle che mi tengono sollevato il bacino dal materasso sottile, le sue mani che mi stringono i fianchi con una presa che è insieme possesso e devozione. La gonna blu è risalita fino alla vita durante il sonno — un rotolo di stoffa spiegazzata che mi fascia lo stomaco come una cintura inutile. La camicia è ancora aperta, i bottoni saltati chissà quando, le tettone libere che si sollevano e si abbassano a ogni respiro.
E sotto — tra le cosce — la sua lingua.
Non è un bacio delicato. Non è un assaggio timido. È una fame. La sua lingua piatta, calda, ruvida mi percorre tutta la fessura in un'unica leccata lenta, dal perineo fino al clitoride, raccogliendo tutto quello che trova — il mio umore, lo sperma vecchio di ieri, il sudore della notte afosa trascorsa in questo buco. Il suono è viscido, umido, oscenamente amplificato dalle pareti di cemento che ci schiacciano da ogni lato. Lo sento risuonare nella cella come un'eco sporca, e so che non siamo soli.
«Guarda come si sveglia la vacca.» La voce arriva dalla feritoia. Un uomo. Un'altra. «Gli sta mangiando la fica. In cella. Cristo santo.»
Gli occhi mi si mettono a fuoco quel tanto che basta per vedere le ombre dietro la porta — due, forse tre sagome in uniforme che premono i volti contro la grata. Il riflesso del neon sui loro occhi è un luccichio famelico. Sento le loro risate soffocate, il fruscio delle loro mani che si muovono, il respiro che si fa pesante.
La fica mi pulsa. L'umiliazione mi esplode nel basso ventre come una detonazione calda, e il mio corpo risponde prima ancora che la mente possa formulare un pensiero coerente — le grandi labbra si gonfiano, si aprono, il clitoride emerge dal cappuccio e si offre alla lingua di Volkov come un frutto che chiede di essere colto. Lui lo sa. Lui lo sente. Le sue labbra si chiudono intorno al piccolo nodo di carne e succhiano — una trazione lenta, ritmica, un vuoto caldo che mi fa inarcare la schiena contro il materasso e mi strappa un gemito che non riesco a trattenere.
«Buongiorno, amore mio.» La voce di Volkov è un mormorio umido, le labbra ancora premute sulla mia fica, la vibrazione delle sue parole che mi attraversa il clitoride e mi fa contrarre le cosce intorno alla sua testa. «Dormivi così bene. Non volevo svegliarti. Ma il tuo odore —» inspira rumorosamente, il naso premuto contro il mio pube «— cazzo, il tuo odore mi ha chiamato. Mi ha svegliato. Mi hai svegliato con il profumo della tua fica bagnata, vacca tettona. Come potevo resistere?»
La sua lingua riprende a lavorarmi. Affonda tra le grandi labbra, si insinua, mi apre con una lentezza da tortura che mi fa stringere le unghie nel materasso. La punta della lingua trova l'ingresso della vagina e spinge — una penetrazione minuscola, appena un centimetro, che mi fa contrarre le pareti intorno a quel muscolo caldo e guizzare. Poi si ritrae. Risale. Traccia cerchi lenti intorno al clitoride senza mai toccarlo direttamente, un'accusa muta, una promessa differita.
«Ti prego...» La voce mi esce in un rantolo. Le ginocchia mi tremano, i talloni affondano nel materasso, le anche iniziano a muoversi da sole — un dondolio involontario che spinge la fica contro la sua faccia, che cerca la sua bocca, che implora. «Volkov... ti prego...»
«Prego cosa?» La sua voce è un velluto sadico. «Prego la mia lingua? Prego le mie labbra? Dillo, amore mio. Dillo davanti ai nostri ospiti.» Solleva la testa quel tanto che basta perché la luce del corridoio illumini il suo viso — il labbro spaccato, il livido sulla guancia, le labbra lucide del mio umore che cola. I suoi occhi azzurri brillano di una luce feroce. «Voglio che ti sentano. Voglio che sentano quanto sei troia anche in prigione. Quanto sei bagnata per me anche quando dovresti avere paura.»
Le guardie ridono dietro la porta. «Dai, troia, dillo!» «Fatti sentire!» «Vogliamo vedere come godi!» Le loro voci sono un coro di fame maschile, un accompagnamento osceno alla sinfonia viscida della lingua di Volkov che è tornata a scavarmi la fica.
«Ti prego... ti prego, mangiami la fica...» Le parole mi escono in un singhiozzo. Gli occhi mi si riempiono di lacrime — non so se di vergogna, di piacere, di resa. Forse tutte e tre. «Mangiami... ti prego... fammi venire...»
«Brava vacca.» La sua bocca torna a posarsi su di me. E questa volta non ci sono giochi, non ci sono preamboli. La sua lingua mi entra nella vagina — tutta, affonda dentro di me con una spinta unica, un cazzo di muscolo caldo e bagnato che mi scava, mi riempie, mi frusta le pareti interne con movimenti rapidi e profondi. Il naso gli preme contro il clitoride, l'attrito della sua pelle contro il mio nodo di nervi è un cortocircuito che mi fa urlare — un urlo vero, strozzato, che rimbalza sulle pareti di cemento e viene accolto dalle risate delle guardie.
«Cazzo, la sentite?» «Sta godendo!» «Sta godendo in cella mentre il suo uomo gli mangia la fica!»
Le contrazioni iniziano senza preavviso. Non c'è la solita marea che monta, la corda di violino che si tende — c'è solo l'esplosione. Un orgasmo istantaneo, totale, una detonazione che mi scoppia nel basso ventre e mi fa contrarre la fica intorno alla lingua di Volkov come una morsa. Lui geme dentro di me — sento la sua voce, sento la vibrazione del suo gemito che mi attraversa le pareti vaginali e mi fa venire ancora più forte. Le cosce scattano, i talloni affondano nel materasso, la mia schiena si inarca così tanto che la testa mi pende all'indietro e vedo la cella capovolta — il soffitto di cemento, la porta di ferro, le ombre delle guardie che premono contro la grata.
E poi sento il getto.
Non è uno schizzo — è un fiotto. Un getto caldo, copioso, che mi esce dall'uretra e schizza direttamente sulla faccia di Volkov. Lui non si ritrae. Beve. La sua bocca si stacca dalla mia fica quel tanto che basta per raccogliere il mio liquido direttamente dalla fonte, le labbra premute contro l'uretra pulsante, la lingua che lecca, che succhia, che ingoia. «Sì, amore mio. Sì. Sborrami in bocca. Dammi tutta la tua sborra. Sono il tuo water. Il tuo water personale.»
Le guardie impazziscono dietro la porta. «Cazzo, ha sborrato!» «Gli ha sborrato in faccia!» «È una fontana!» Sento il rumore inconfondibile di cerniere che si aprono, di mani che si muovono freneticamente. Uno di loro si schiaccia ancora di più contro la grata, il fiato caldo che appanna il metallo. «Fammi vedere, troia. Fammi vedere la tua fica che sborra.»
Volkov si solleva dal mio bacino. Il suo viso è lucido — fronte, guance, mento, tutto grondante del mio liquido che gli cola sul petto nudo. La camicia bianca è fradicia. «È colazione, amore mio,» sussurra. Poi si gira verso la porta. Le guardie ammutoliscono. «Volete vedere? Volete vedere la mia vacca che gode? Allora guardate.»
Mi afferra le cosce. Le spinge verso l'alto, verso il mio petto, piegandomi in due sul materasso. La gonna blu è ormai solo un anello di stoffa intorno alla vita, la fica completamente esposta — le grandi labbra gonfie, rosse, aperte, il clitoride eretto che pulsa visibilmente, la vagina che cola e si contrae ancora a vuoto. Le guardie gemono. «Cristo...» «Guardate che roba...» «È la fica più bella che abbia mai visto...»
Volkov si inginocchia tra le mie gambe. Il suo cazzo — quella mazza pallida e venata — è duro, il glande violaceo che gocciola un filo di sperma trasparente che gli cola sulla coscia. Lo afferra alla base. Punta il glande contro il mio ingresso. Preme appena — la pressione di quella corona di carne bollente contro le grandi labbra aperte. «Guardate,» dice alle guardie senza voltarsi. «Guardate come la scopo. Come si scopa una vacca tettona in cella. Questa è arte. Questa è la scopata migliore che vedrete mai.»
Spinge.
Il suo cazzone mi entra nella fica con un'affondata unica, totale, il glande mi urta il collo dell'utero e l'orgasmo — un secondo orgasmo, un gemello del primo — mi esplode all'istante. Urlo. Le unghie mi graffiano il cemento, le gambe gli si avvinghiano intorno alla vita, le tettone sbattono su e giù a ogni spinta. Lui mi scopa con un ritmo lento, profondo, esagerato — ogni affondo è una rappresentazione, una performance per il pubblico dietro la grata. Si ritrae fino quasi a uscire, il glande che mi dilata l'ingresso, poi si reinserisce fino in fondo con una lentezza che mi fa sentire ogni centimetro, ogni vena, ogni pulsazione.
«Guardate come la riempio,» geme. «Guardate come prende il mio cazzo questa troia. È la mia vacca. La mia puttana. La mia sposa. E la scopo quando voglio. Dove voglio. Anche in questa cella di merda. Anche davanti a voi. Perché lei è mia. E io sono suo. E niente —» un'affondata più dura «— niente ci impedirà di scopare.»
Le guardie non parlano più. Sento solo i loro respiri, il rumore viscido delle mani sui cazzi, il tintinnio della grata contro cui premono le fronti sudate.
Volkov accelera. Le spinte diventano più dure, più veloci, un martello che mi scava la fica e mi fa urlare a ogni colpo. Le tettone sbattono incontrollate, i capezzoli violacei disegnano cerchi frenetici nell'aria, il sudore mi cola tra i seni e si mescola al mio liquido e al suo. Lui si china su di me — il suo peso mi schiaccia contro il materasso, il suo petto suda sul mio, le sue labbra trovano le mie. Mi bacia. Un bacio profondo, la lingua che mi invade, che mi riempie del sapore della mia stessa sborra, del suo sudore, della notte che abbiamo passato in questa cella.
«Ti amo, vacca tettona,» sussurra sulle mie labbra. «Ti amo. Vieni con me. Vieni sul mio cazzo. Adesso.»
Le sue parole mi spingono oltre il limite. L'orgasmo mi esplode — non uno, ma due, tre, una cascata di contrazioni che si susseguono senza pausa, la fica che stringe il suo cazzo come una pompa impazzita, le gambe che tremano, la vista che si annebbia. Sborro di nuovo — un getto più debole, acquoso, che mi schizza sulla pancia e si mescola al sudore.
Lui esplode con un ruggito. Il suo sperma mi riempie la fica — bollente, denso, una colla bianca che sento colare direttamente contro il collo dell'utero. Un getto. Un secondo. Un terzo. Geme sulla mia bocca, le sue parole un rantolo bagnato. «Prendila... prendi la mia sborra... sei mia... mia...»
Dietro la porta, le guardie esplodono con lui. Sento i loro gemiti, il suono viscido delle loro schizzate — contro la porta, contro il pavimento del corridoio, forse uno dentro i pantaloni. «Cazzo...» «Che troia...» «Voglio scoparla anch'io...»
Poi il silenzio. Solo i nostri respiri affannosi, il sudore che ci appiccica i corpi, lo sperma che mi cola dalle cosce sul materasso.
Volkov rimane dentro di me per un lungo momento, il cazzo che pulsa ancora, le labbra premute sulle mie. Poi sentiamo un rumore di passi. Stivali che marciano nel corridoio. Una voce metallica, amplificata da un walkie-talkie.
«Levateli dalle mani, idioti. Il Comandante li vuole di sopra tra dieci minuti. Entrambi. Abbiamo altre domande.»

