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48. La vacca elettrica

Mi sveglio con la faccia premuta contro il petto di Volkov. La sua camicia puzza di sudore vecchio e di cella, ma sotto quell'odore c'è ancora una traccia del suo dopobarba — qualcosa di freddo, di metallico, di russo. Le mie tettone sono due cuscini schiacciati contro il suo addome, la camicia blu slacciata che ormai non copre più niente. La gonna-tubo mi è risalita sulle cosce durante la notte, e sento il cemento gelido direttamente sulle natiche nude.
«Sveglia, amore mio.» La sua voce mi arriva dalle costole, una vibrazione che mi entra nello sterno. Le sue dita mi accarezzano i capelli annodati. «Vengono a prenderci tra poco.»
Alzo la testa. I suoi occhi azzurri sono due fiamme nella penombra — stanchi, lividi, ma accesi di qualcosa che assomiglia a una promessa. Il labbro spaccato si incurva in un sorriso.
«Ascoltami bene, Sabina.» Le sue mani mi afferrano il viso, i pollici mi premono sugli zigomi. «Qualunque cosa succeda là dentro — qualunque cosa ti facciano — voglio che ti fidi di me. Hai capito? Faranno di tutto per spaventarti, per umiliarti, per farti crollare. Ma se rimani con me, se fai tutto quello che ti dico, la tua mente resterà al sicuro. Il corpo...» Sorride. «Il corpo può godere anche nelle mani sbagliate, se la mente è salda. E la tua mente è mia. Giusto?»
«Sì...» La voce mi trema dentro l’anima, le sue parole mi scivolano nella mente come una mano calda sulla fronte febbricitante. Volkov mi tiene il viso tra le dita, gli occhi azzurri che non mi mollano neanche un istante, e parla con una voce che è insieme un comando e una carezza.
«Ascoltami, Sabina. Qualunque cosa ti facciano là dentro — qualunque cosa — se la tua mente resta qui, con me, il tuo corpo può sopportare tutto. Anzi.» Un sorriso gli increspa il labbro spaccato. «Può persino godere. Perché il piacere non sta nella carne, amore mio. Sta nella testa. E la tua testa è mia. Me l'hai data la prima notte, ricordi?»
Annuisco. La gola è secca, la voce un gracidio. «Sì...»
«Brava vacca. Allora adesso fai così: quando entriamo, non li guardare. Non guardare i loro cazzi, non guardare i loro occhi. Guarda me. Solo me. Io sarò lì — da qualche parte, in un angolo, legato a un tubo, ammanettato — ma ci sarò. E ti parlerò. Non smetterò di parlarti. E tu seguirai la mia voce come un faro nella nebbia. Hai capito?»
«Sì... ti seguirò...»
«Lo so che lo farai.» Le sue labbra premono sulla mia fronte. Il bacio sa di sangue secco e di promessa. «Perché sei la mia sposa. La mia vacca. La mia puttana. E io non abbandono mai ciò che è mio.»
Il clangore della porta ci fa sobbalzare. La luce al neon del corridoio mi aggredisce le pupille, e due sagome massicce si stagliano sulla soglia. Stivali. Uniformi mimetiche. Passamontagna neri. Gli stessi del furgone. Le loro mani mi afferrano per le ascelle, mi tirano su. La camicia blu si slaccia del tutto — i bottoni saltano via con un crepitio secco, le tettone esplodono fuori, nude, i capezzoli violacei che si induriscono all'istante nell'aria gelida del corridoio. La gonna-tubo risale sulle cosce, si incastra sui fianchi, lascia scoperto il pube nudo.
«Cazzo, guarda che roba,» ringhia uno dei due. Le sue dita inguantate mi stringono il braccio fino al dolore. «La vacca va in giro con le tettone al vento. Che puttana.»
«Si eccita pure,» dice l'altro. La sua mano mi afferra il mento, mi gira il viso verso la lampada. «Hai visto come si sono drizzati i capezzoli? Le piace essere portata al macello.»
Volkov non dice niente. Lo sento camminare dietro di me, le sue manette che tintinnano, il suo respiro calmo, regolare. Un'ancora.
La stanza in cui ci spingono puzza di candeggina e di sudore vecchio. Le pareti sono piastrelle bianche macchiate di ruggine, il pavimento è cemento grezzo con una grata di metallo al centro. Una scrivania minuscola, di metallo, è appoggiata contro la parete di fondo. Seduta dietro la scrivania c'è una donna.
È enorme. Una montagna di carne molle che trabocca dalla sedia di ferro, le cosce che si allargano sotto la gonna blu della divisa, la camicia che fatica a contenere due tettone colossali — più grosse delle mie, più gonfie, due massi di grasso e ghiandole che premono contro il tessuto come se volessero esplodere. I capelli sono unti, tirati in una crocchia che le tira la pelle delle tempie. Gli occhi sono due fessure porcine, piccole e lucide, che mi percorrono il corpo con una lentezza da macellaia. Le dita — tozze, corte, con le unghie mangiate — tamburellano sulla scrivania.
«La puttana del russo,» dice. La sua voce è un gorgoglio catarroso. «L'aspettavo. Mi hanno detto che hai delle tettone notevoli. E in effetti —» sorride, e i denti sono gialli, storti «— non mi hanno mentito. Peccato che dovremo rovinartele un po'. Per motivi di interrogatorio, s'intende.»
Quattro poliziotti sono in piedi dietro di lei. Due ai lati della scrivania, due vicino alla grata di metallo. Tutti con passamontagna. Tutti con i cazzi già duri che premono contro le uniformi.
Uno di loro spinge Volkov contro la parete laterale. Lo ammanetta a un tubo dell'acqua che corre lungo il muro — le braccia sopra la testa, il corpo esposto. Il russo non oppone resistenza. I suoi occhi azzurri cercano i miei. Sono qui, dicono. Sono con te.
«Allora, puttana. Vuoi dirmi dove sono i depositi di Kaliningrad?» La poliziotta si alza. La sedia geme, liberata dal peso. I suoi passi sono lenti, pesanti, le cosce che sfregano l'una contro l'altra con un fruscio di stoffa sudata. Si avvicina. Sento il suo odore — un misto di cipria scadente e di ascella non lavata, dolciastro e acre insieme. Le sue dita mi afferrano il mento. Mi sollevano il viso. «Rispondi.»
«Non... non lo so...»
«Non lo sai.» Sorride. Poi la sua mano cala sulla mia tettona sinistra. Non è uno schiaffo — è una morsa. Le dita grassocce affondano nella carne, la strizzano, la torcono come uno straccio. Il capezzolo violaceo schizza tra le sue nocche, compresso, torturato. Un gemito mi esce dalla gola — non solo dolore. Sotto il dolore, un brivido caldo. Un lampo che mi arriva direttamente alla fica.
«Ti piace, troia?» sussurra. Le sue dita ruotano il capezzolo di novanta gradi. «Ti piace quando ti strizzo la mammella? Guarda come si è indurito. Sembra un nocciolo di ciliegia. Peccato che dovrò spremertelo finché non scoppia.»
Dietro di lei, Volkov parla. La sua voce è un soffio, un sussurro appena udibile. «Agente... posso chiamarla Agente? Ho un suggerimento, se permette. Le piace torturare le tettone? Provi con le mollette. Ci sono delle mollette da bucato su quella mensola. Le metta sui capezzoli. E poi le tiri. Lentamente. Io la guardo. Voglio vedere la mia vacca urlare mentre lei le tortura le mammelle.»
La poliziotta si gira. I suoi occhi porcini si stringono in un sorriso. «Il russo vuole collaborare? Interessante.» Fa un cenno a uno dei poliziotti. «Prendi le mollette.»
Il poliziotto si muove. Torna con due mollette di legno — vecchie, scheggiate, con le molle arrugginite. La poliziotta ne prende una. La apre. La pinza di legno mi si avvicina al capezzolo sinistro, ancora pulsante per la torsione. La sento — il legno ruvido, la pressione fredda. Poi scatta. La molla si chiude sul capezzolo con uno schiocco secco, e il dolore mi esplode nel petto come un ago rovente.
Urlo. Non posso trattenerlo. Il capezzolo pulsa sotto il morso del legno, si gonfia, cerca di ritrarsi ma la molletta lo tiene prigioniero. E sotto il dolore — inconfondibile, osceno — il piacere. La fica mi si apre. Si bagna. Un rivolo caldo mi cola sull'interno coscia.
Volkov sorride da lontano. «Visto, Agente? Funziona. Adesso l'altro. E poi le tiri. Piano. Voglio sentirla gemere.»
La seconda molletta scatta sul capezzolo destro. Il gemito che mi esce è un suono che non riconosco — metà singhiozzo, metà rantolo animale. Le tettone pulsano entrambe, due masse di carne tese e doloranti, i capezzoli violacei che sembrano sul punto di esplodere.
La poliziotta ride. Un suono viscido, soddisfatto. «Che spettacolo. Sembri una vacca da mungitura con le pinze attaccate alle mammelle.» Le sue dita afferrano le due mollette. Tira. Lentamente. Le tettone si allungano, si deformano, diventano due coni di carne che penzolano verso il pavimento. Il dolore è un filo rovente che mi scende lungo lo sterno fino alla fica, e la fica si stringe, si apre, cola. Il rivolo mi arriva al ginocchio. Gocciola sulla grata di metallo.
«La vacca gode,» dice uno dei poliziotti. La sua voce è un latrato. «Guardate come si bagna. Ha la figa che cola sul pavimento.»
«È una troia addestrata,» risponde la poliziotta. Le dita tirano ancora. «Il russo l'ha riprogrammata. Sente dolore e le si apre la fica. Sente umiliazione e le si gonfiano le mammelle. Non è vero, puttana? Ti piace essere la nostra vacca da tortura?»
Le lacrime mi rigano il viso. Il dolore è lancinante. Ma la voce di Volkov mi arriva da lontano, un sussurro che attraversa la stanza. «Rispondile, amore mio. Dille che ti piace. Dille che sei la sua vacca. Più le dici la verità, meno ti farà male.»
«Sì...» La voce mi esce in un rantolo rotto. «Sì, mi piace... sono la tua vacca... la tua vacca da tortura...»
La poliziotta ride di nuovo. Le sue dita mollano le mollette, e le tettone tornano su con un rimbalzo che mi strappa un altro urlo. Le pinze di legno dondolano, tirano, martellano i capezzoli a ogni movimento. «Brava puttana. Allora adesso mi dici dove sono i depositi di Kaliningrad, e magari ti tolgo le mollette. Anzi —» si china, il suo alito mi investe il viso — puzza di caffè e di denti marci «— te le metto da un'altra parte. Sulla fica. Sulle grandi labbra. Sul clitoride. Ti immagini? Una molletta sul clitoride mentre ti interrogo?»
Il suo dito mi preme sul pube. Mi trova il clitoride — un tocco secco, un ago di piacere che mi fa sobbalzare. La fica pulsa. Le grandi labbra si gonfiano, si aprono.
Volkov sussurra: «Ancora non parla, Agente. Forza. Un'altra molletta. Sul naso, magari. O sulle orecchie. O sulle dita dei piedi. La faccia urlare. La faccia godere. Più gode, più parlerà. È fatta così. È la sua natura.»
La poliziotta sorride. Le sue dita tozze mi afferrano una terza molletta. La apre. La avvicina al mio naso.
E io tremo. La paura e il piacere si mescolano in un cocktail che mi annebbia la vista. Il corpo non è più mio — è un campo di battaglia dove il dolore e l'estasi si combattono senza esclusione di colpi. Volkov mi guarda da lontano, ammanettato al tubo, la schiena contro il muro, gli occhi azzurri che mi tengono in vita.
Sono con te, dicono. Resisti. Godi. Sei mia

Il rumore che fa la terza molletta quando scatta sul mio naso è uno schiocco secco, definitivo, come un rametto spezzato sotto una scarpa. Il dolore mi esplode in faccia — un ago rovente che mi trapassa la cartilagine e mi fa lacrimare gli occhi all'istante. La poliziotta ride, quel gorgoglio catarroso che le sale dal petto enorme e le esce dai denti gialli. «Adesso sembri proprio una vacca, troia. Una vacca con l'anello al naso. Ti ci vorrebbe una campanella. Per sentirti arrivare quando ti portiamo al pascolo.»
Le lacrime mi rigano il viso, si mescolano alla saliva che mi cola dalle labbra aperte. Le mollette sui capezzoli dondolano a ogni respiro — due pesi di legno che tirano, martellano, mi trasformano le tettone in due masse di carne pulsante. La fica cola. Non so come sia possibile — il dolore è lancinante, il naso mi pulsa come se qualcuno me lo stesse staccando a morsi — ma la fica cola. Il rivolo caldo mi scende sull'interno coscia, gocciola sulla grata di metallo con un plic plic che rimbomba nella stanza di piastrelle.
«Avete visto?» latra uno dei poliziotti. La sua mano guantata di nero mi afferra una natica, la stringe, la apre. «La troia si bagna. Ha il naso in una morsa e la figa che cola come un rubinetto.» Le sue dita mi scavano il solco tra le natiche, trovano l'ano, premono senza entrare. «Secondo me le piace. Secondo me è qui che gode come una maiala.»
«Certo che le piace,» risponde la poliziotta. Le sue dita tozze mollano la molletta sul mio naso e scendono — mi afferrano il mento, mi girano il viso verso Volkov. «Guardalo, puttana. Guarda il tuo uomo. È ammanettato a un tubo. Non può fare niente per te. Non può scoparti. Non può proteggerti. Sei nostra adesso. Sei la nostra vacca da tortura.» La sua voce è un sussurro viscido, intimo, quasi materno. Le sue labbra umide mi sfiorano l'orecchio. «E adesso i miei ragazzi ti scopano. Tutti e quattro. In catene. Mentre io ti friggo le mammelle con le pinze elettriche. Ti piace l'idea, troia?»
La fica mi si stringe a vuoto. Le grandi labbra si gonfiano, si aprono, il clitoride pulsa contro il nulla. Un gemito mi esce dalla gola — un suono che è metà singhiozzo e metà animale in calore.
«Zitta,» sussurra Volkov. La sua voce attraversa la stanza come una lama calda. «Non rispondere. Non parlare con lei. Parla con me. Guarda me. Sei la mia vacca. La mia sposa. Il mio amore. Quello che ti fanno, lo fai per me. Per noi. Riesci a sentirmi, amore mio?»
«Sì... ti sento...» La voce mi esce in un rantolo.
«Brava. Allora adesso ascolta. Ti metteranno in catene. Ti scoperanno. Ti faranno male. Ma tu godrai. Godrai per me. Ogni orgasmo che ti strappano è un regalo che mi fai. Ogni urlo è una preghiera che mi mandi. Io sono qui. Ti guardo. Ti amo.»
La poliziotta fa un cenno con la testa. I quattro poliziotti si muovono all'unisono — un branco di lupi che stringe il cerchio. Due mi afferrano per i polsi, mi trascinano verso la grata di metallo al centro della stanza. Sento l'odore del loro sudore attraverso i passamontagna — acre, maschio, misto a metallo e a qualcosa di chimico che sa di esplosivo. Mi sollevano. Le braccia sopra la testa, i polsi che si uniscono. Un clangore di catene. Il ferro freddo mi morde la carne — due fasce di metallo che mi stringono i polsi e mi ancorano a un gancio che pende dal soffitto. I piedi scalzi sfiorano appena la grata.
«Le gambe,» ordina la poliziotta. «Apritela. Voglio che sia esposta. Voglio che i ragazzi possano prenderla da tutti i buchi senza fare fatica.» Gli altri due poliziotti mi afferrano le caviglie. Le catene tintinnano di nuovo — due fasce di ferro che mi stringono le caviglie e le ancorano ai lati opposti della grata. Le cosce si aprono. La fica si spalanca — un fiore gonfio, violaceo, che cola umidità sulla grata. Le grandi labbra si aprono da sole, mostrando la carne interna, il clitoride eretto. L'ano pulsa — ancora dilatato dalla notte di nozze, ancora aperto, ancora pronto.
«Guardala,» dice la poliziotta. Le sue dita tozze mi afferrano le grandi labbra e le aprono ancora di più, esponendomi completamente. «Sembra un fiore. Un fiore bagnato. Peccato che puzzi di sperma vecchio. Ragazzi, chi la vuole per primo?»
Il più grosso dei quattro si fa avanti. La sua mano guantata si slaccia i pantaloni, tira fuori un cazzo tozzo, venato, il glande violaceo che gocciola già. Si piazza tra le mie gambe aperte. Le sue mani mi afferrano i fianchi. Il glande mi preme contro la fica — una pressione calda, insistente. Poi spinge. Entra con un affondata unica, brutale, totale. Il cazzo mi riempie la fica fino al collo dell'utero, e il gemito che mi esce è un suono rotto che rimbalza sulle pareti di piastrelle.
«Cazzo, è stretta!» ringhia. Le sue anche iniziano a muoversi — spinte brevi, violente, un martello pneumatico che mi scava dentro. «Stretta e bagnata. Sembra una vergine. Una vacca vergine.» Le sue dita mi stringono i fianchi così forte che sento le unghie attraverso i guanti.
Il secondo poliziotto mi si piazza davanti. Le sue dita mi afferrano i capelli, mi tirano la testa all'indietro. Il suo cazzo — più lungo, più sottile — mi preme contro le labbra. «Apri la bocca, puttana. Voglio sentire la lingua. Voglio che mi lecchi le palle mentre il mio collega ti scopa.» Apro la bocca. Il glande mi entra in gola con una spinta unica, mi riempie la bocca del suo sapore — salato, metallico, prepuzio che sa di urina vecchia. La lingua si muove da sola, lecca, succhia. Lui geme. «Brava vacca. Brava pompa da sborra.»
Il terzo poliziotto si inginocchia dietro di me. Le sue mani mi afferrano le natiche, le aprono. Il suo cazzo — corto, spesso — mi preme contro l'ano. Spinge. Entra con una lentezza da tortura, centimetro dopo centimetro, una dilatazione che mi fa urlare direttamente sul cazzo che ho in bocca. La gola vibra, il suono si strozza, il poliziotto davanti geme più forte. «Cazzo, mi stai urlando sul cazzo! Mi fai impazzire!»
Tre cazzi dentro di me. Fica, bocca, culo. Tre ritmi diversi, tre presenze massicce che mi riempiono, mi svuotano, mi occupano. Le catene tintinnano a ogni spinta. Le mollette sui capezzoli dondolano. Quella sul naso mi stringe la narice, mi rende il respiro un fischio umido.
E poi la poliziotta accende le pinze elettriche.
Il ronzio mi arriva alle orecchie prima del dolore — un suono basso, da apparecchio dentistico, che mi fa contrarre i muscoli in anticipo. Le sue dita mi afferrano la molletta sul capezzolo sinistro, la aprono, la tolgono. Il sangue torna a circolare con un bruciore che mi fa gemere. Poi sento il metallo delle pinze — freddo, seghettato, con due punte che si stringono sul capezzolo violaceo. La pinza si chiude. Il metallo morde. E poi la scossa.
Il dolore mi esplode nel petto come una bomba. Non è un dolore normale — è un fulmine che parte dal capezzolo e si irradia nella tettona, nello sterno, nel braccio sinistro, nella schiena. La tettona si contrae — un crampo violento che la fa rimbalzare. Il mio urlo si strozza sul cazzo in gola, e il poliziotto davanti esplode — lo sperma mi riempie la bocca, mi cola in gola, mi soffoca. Deglutisco d'istinto. Il sapore è salato, denso.
La scossa cessa. Il capezzolo pulsa come un cuore impazzito. Ma sotto il dolore — sotto, dove non dovrebbe esserci — la fica si stringe intorno al cazzo del primo poliziotto. Si contrae. Mungono. E il poliziotto lo sente.
«Cazzo, la vacca sta venendo!» urla. «Ha preso la scossa e le si è stretta la figa come una morsa!» Le sue spinte accelerano — una furia cieca. «Vengo, troia! Prendi la mia sborra!»
Esplode. Il suo sperma mi riempie la fica — bollente, densissimo — e le contrazioni del suo cazzo mi fanno esplodere a mia volta. L'orgasmo mi monta dal basso ventre come una marea nera — le gambe tremano nelle catene, le braccia tirano i ferri, la fica pulsa e si stringe e munge il suo sperma. Sborro — un getto caldo, acquoso, che mi schizza sulla coscia e sulla grata.
«Ha sborrato!» urla il poliziotto dietro di me. Le sue spinte nell'ano accelerano, diventano una furia. «La vacca ha sborrato mentre le davano la scossa! È una troia elettrica! Una vacca a batteria!» Esplode nel culo. Il suo sperma mi riempie l'intestino, si mescola a quello che già ho dentro.
La poliziotta ride. Le sue dita tozze spostano le pinze sul capezzolo destro. Toglie la molletta. Il metallo morde. La scossa esplode — questa volta più forte, più lunga. La tettona destra si contrae, balla, rimbalza. Il dolore mi annebbia la vista. Ma la fica — la fica si stringe ancora, si apre, cola altro liquido. Un secondo orgasmo mi squassa il corpo — più violento del primo, un tremore che mi fa sbattere le catene contro il gancio.
«Ancora!» urla il quarto poliziotto. Quello che non ha ancora avuto il suo turno. «Voglio scoparla mentre prende la scossa! Voglio sentirla stringere!»
Il primo si sfila. Il quarto prende il suo posto tra le mie gambe. Il suo cazzo — enorme, il più grosso dei quattro, un palo venato che sembra un braccio — mi punta contro la fica ancora piena di sperma. Spinge. Entra. La dilatazione è assurda — un'occupazione che mi riempie tutta, che mi fa urlare a bocca vuota. Il secondo poliziotto si è già allontanato, ma il terzo è ancora nel culo, il suo cazzo duro come il marmo che mi scava l'intestino.
La poliziotta mi afferra il viso, mi gira verso Volkov. «Guardalo, puttana! Guarda il tuo uomo mentre ti scopo con le pinze! Digli che ti piace! Digli che sei la mia vacca adesso!»
Gli occhi azzurri di Volkov mi inchiodano. Sono calmi. Fissi su di me. Le sue labbra si muovono — un sussurro che mi arriva attraverso la stanza. «Dille che ti piace, amore mio. Dille che sei la sua vacca. Non importa cosa dici. Importa solo che la tua mente è qui. Con me.»
«Mi piace...» La voce mi esce in un rantolo rotto. «Mi piace... sono la tua vacca... la tua vacca elettrica...»
La poliziotta preme il pulsante. La terza scossa mi esplode nel capezzolo destro — e questa volta l'orgasmo parte insieme al dolore. Non c'è intervallo. Il fulmine e il piacere si fondono in un'unica esplosione che mi devasta il corpo. La fica si contrae intorno al cazzo del quarto poliziotto, l'ano stringe quello del terzo, la bocca si apre in un urlo muto. Sborro — un getto violento, copioso, che mi schizza sulla pancia, sulla grata, sugli stivali della poliziotta. Le gambe tremano così forte che le catene mi segnano le caviglie con solchi viola.
«Cazzo!» urla il quarto poliziotto. «Mi sta mungendo! Mi sta mungendo il cazzo!» Esplode dentro di me con un ruggito. Il suo sperma è una cascata bollente che si mescola a quello del primo.
Il terzo esplode nel culo un secondo dopo. Due getti simultanei che mi riempiono, mi gonfiano, mi colano fuori e mi sporcano le cosce, la grata, le catene.
La poliziotta spegne le pinze. Il ronzio cessa. L'unico suono nella stanza è il mio respiro — un rantolo umido, rotto — e il gocciolio del mio corpo sulla grata. I poliziotti si sfilano con due schiocchi viscidi. Lo sperma mi cola fuori a fiotti — dalla fica, dal culo, un fiume bianco che si mescola al mio liquido e cola nella griglia di metallo.
Rimango appesa alle catene. Le gambe aperte. Le tettone che dondolano, i capezzoli violacei che fumano ancora — un alone rosso vivo intorno ai morsi delle pinze. La molletta sul naso ancora al suo posto. La fica ancora pulsante. L'orgasmo non si è spento del tutto — è un tremore di sottofondo, una marea che si è ritirata ma che può tornare in qualsiasi momento.
La poliziotta si china su di me. Le sue dita mi afferrano il mento. «Allora, puttana? Sei pronta a parlare? O vuoi un'altra scarica?»
Volkov sussurra da lontano: «Ancora non parla, Agente. Forza. Un'altra. Le piace troppo.»
Le pinze ronzano di nuovo.

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