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49. Il ronzio degli agenti
«Allora, puttana? Vuoi parlare adesso?» La sua faccia sudata è a pochi centimetri dalla mia. L'alito sa di caffè rancido. «Dove sono i depositi di Kaliningrad?»
«Non... non lo so...» La voce mi esce esitante, deformata dalla paura e dalla eccitazione.
«Non lo sai.» Sorride. I denti gialli brillano alla luce al neon. Poi si gira verso i quattro poliziotti in passamontagna. «È tutta vostra. Scopatela di nuovo. Riempitela. Io continuo a lavorare sulle mammelle.»
Non mi danno il tempo di prepararmi.
Il primo poliziotto — il più grosso, spalle da armadio, pancia dura che preme contro la tuta mimetica — mi afferra i fianchi da dietro. Mi piega in avanti. La gonna-tubo risale ancora, si strappa lungo la cucitura laterale, penzola in brandelli bagnati. Le sue dita inguantate mi aprono le natiche, trovano la fica già colante, la allargano. Il suo cazzo — spesso, tozzo, il glande violaceo che gocciola — mi preme contro l'ingresso. Spinge senza preavviso. Entra con un'affondata unica che mi urta il collo dell'utero e mi strappa un urlo strozzato dalla molletta sul naso.
«Cazzo, è bagnata!» La sua voce è un latrato soddisfatto. «La troia colava già prima che la toccassi. Ti piace essere scopata con le pinze sulle tettone, eh?»
Non rispondo. Non riesco a rispondere, respiro a fatica dalla bocca spalancata, e ogni sua spinta mi fa sobbalzare contro la poliziotta che tiene ancora le mollette in mano. Le spinte sono brutali — un martello pneumatico che mi scava la fica senza ritmo, senza pietà, solo forza bruta. I suoi testicoli mi sbattono contro le grandi labbra con uno schiocco umido a ogni affondo.
Poi il secondo poliziotto mi si piazza davanti. È alto, magro, il cazzo lungo e sottile che gli pende tra le gambe come un serpente pallido. Le sue dita mi afferrano i capelli, mi tirano la testa all'indietro. Il glande mi preme sulle labbra. «Apri, vacca. Apri quella bocca da pompinara.»
Apro. Il cazzo mi entra in gola con un affondo secco, mi riempie la bocca, mi blocca il respiro. Il suo sapore è sudore e urina secca e qualcosa di chimico che mi impregna la lingua. Spinge fino in fondo — il glande mi urta l'ugola, mi fa venire i conati. Trattengo. Deglutisco intorno al suo cazzo. Lui geme.
«Brava troia. Succhia. Succhia il cazzo dello Stato.»
La poliziotta intanto non molla le mollette. Le sue dita tirano, torcono, fanno dondolare i pesi di metallo sui miei capezzoli. Poi le molla di colpo. Le tettone tornano su con un rimbalzo che mi strappa un gemito attorno al cazzo che ho in bocca. La poliziotta si china, prende qualcosa dalla scrivania — un aggeggio nero, una scatoletta con due fili che terminano in due clip metalliche.
«Basta con le mollette elettriche di prima,» dice. La sua voce è un ronzio soddisfatto. «Passiamo all'elettricità intensa. Vediamo come reagiscono queste mammelle da vacca a un po' di corrente forte.»
Le clip metalliche scattano sui miei capezzoli al posto delle mollette metalliche di prima. Sono fredde, dentate — piccoli morsi di metallo che mi stringono la carne gonfia. La poliziotta indietreggia. Le sue dita tozze giocherellano con una manopola sulla scatoletta nera.
«Cominciamo piano. Al primo livello. Solo un assaggio.»
La scossa mi colpisce i capezzoli come un ago rovente. Non è dolore — o meglio, non è solo dolore. È una vibrazione che parte dalle punte delle tettone e si irradia lungo lo sterno, mi scende nella pancia, mi esplode nella fica già piena del cazzo tozzo del primo poliziotto. La fica si stringe — una contrazione involontaria, violenta, che gli fa emettere un grugnito.
«Cazzo! La vacca mi ha stretto il cazzo come una morsa!»
«Visto?» La poliziotta ride. «Funziona. Passiamo al secondo livello.»
La scossa successiva è più forte. I capezzoli pulsano — due cuori impazziti che pompano elettricità invece di sangue. Le tettone tremano, ballano, e la vibrazione mi scende nell'utero come un terremoto. L'orgasmo mi esplode all'improvviso — una detonazione che mi annebbia la vista, che mi fa contrarre la fica intorno al cazzo del poliziotto, che mi fa urlare attorno al cazzo che ho in bocca. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulle cosce del poliziotto dietro di me, sulla grata di metallo, sulle sue gambe. Le contrazioni non si fermano — stringono, rilasciano, mungono il suo cazzo senza controllo.
«La vacca è venuta!» urla il poliziotto magro davanti a me. «È venuta con la scossa! Cazzo, che troia!»
Il terzo poliziotto non aspetta. È un uomo tozzo, con un cazzo corto e spesso come un barattolo. Mi si avvicina da dietro, accanto al primo. Le sue dita trovano il mio ano, premono, si infilano dentro senza lubrificante. Due dita. Poi il glande. Spinge. Il cazzo mi entra nel culo con una lentezza da tortura — centimetro dopo centimetro, una dilatazione assurda che si sovrappone alle contrazioni della fica. Sento i due cazzi muoversi dentro di me — uno nella fica, uno nel culo — separati solo da una parete sottile di carne, che sfregano l'uno contro l'altro attraverso di me.
La poliziotta gira la manopola. Terzo livello.
La scossa è un fulmine che mi parte dai capezzoli e mi arriva direttamente al clitoride. Il clitoride si gonfia, pulsa, esplode. Sborro di nuovo — un getto più debole, acquoso, che si mescola al sudore e allo sperma del primo poliziotto che mi sta ancora scopando la fica. Le gambe mi tremano. Le ginocchia cedono. Solo le mani dei poliziotti mi tengono in piedi — quello dietro che mi afferra i fianchi, quello davanti che mi tiene per i capelli.
Il quarto poliziotto si piazza accanto a quello davanti. È un uomo enorme, il cazzo più grosso che abbia mai visto — una mazza venata, bollente, il glande violaceo che sembra un pugno. Lo prende in mano, se lo tira, aspetta il suo turno.
«Prima voglio vedere la faccia che fa,» dice. La sua voce è un ronzio roco. «Voglio vederla venire con la scossa mentre ha due cazzi in corpo e uno in bocca. Poi entro anch'io. In gola. Fino in fondo.»
La poliziotta gira la manopola. Quarto livello.
Il dolore diventa piacere. Non c'è più confine. Le due sensazioni si fondono in un'unica vibrazione che mi riempie il corpo — un ronzio elettrico che mi parte dai capezzoli, mi scende lungo lo sterno, mi esplode nell'utero, mi risale lungo la schiena. Le contrazioni sono continue adesso — non più singoli orgasmi, ma uno stato di piacere costante, un tremito che non si ferma, una corda di violino tesa all'infinito. La fica stringe. Il culo stringe. La bocca succhia. Sono tre buchi che pulsano all'unisono, tre bocche affamate che mungono i cazzi dei poliziotti.
Il primo poliziotto esplode nella fica. Il suo sperma è una cascata bollente — denso, colloso, una colla bianca che mi riempie la vagina e mi cola sul collo dell'utero. Geme, si sfila con uno schiocco umido, lascia il posto.
«Chiama rinforzi,» rantola. «Chiama altri agenti. Questa vacca ne vuole ancora. Guardala — sta ancora venendo!»
Il terzo poliziotto esplode nel culo. Il suo sperma mi riempie l'intestino, si mescola alla poltiglia che già mi cola dalle cosce. Si sfila anche lui.
Quello in bocca esplode. Il suo sperma è salato, abbondante — mi riempie la gola, mi scende nell'esofago, mi gonfia lo stomaco. Deglutisco. Deglutisco ancora. Lui si sfila, e il quarto poliziotto — quello con il cazzo enorme — prende immediatamente il suo posto.
«Adesso ti scopo la gola, puttana.» Le sue dita mi stringono le mascelle, mi aprono la bocca. «Voglio sentire le tue tonsille sul mio glande.»
Il suo cazzo mi entra in bocca — un palo di carne bollente che mi dilata la gola, mi blocca il respiro, mi fa venire i conati. Spinge fino in fondo. Il glande mi supera l'ugola, mi entra nell'esofago. Non respiro più — il cazzo mi riempie completamente, mi sigilla la trachea. Il panico mi monta nel petto. Poi la poliziotta gira la manopola. Sesto livello.
La scossa è così forte che vedo stelle bianche dietro le palpebre. I capezzoli bruciano — due punti di fuoco che mi irradiano elettricità fino alle dita dei piedi. Le contrazioni si intensificano — la fica pulsa a vuoto, il culo si stringe sul nulla, la gola si contrae intorno al cazzo enorme del quarto poliziotto. L'orgasmo è una continua esplosione — non ha picchi, non ha valli, è solo una detonazione prolungata che mi scuote il corpo come una bambola di pezza.
Sento la porta aprirsi. Stivali che si avvicinano. Altre voci. Altri passamontagna. Il rinforzo è arrivato — sei agenti, forse otto, non riesco a contarli. Sento solo le loro voci che si sovrappongono, le loro mani che mi afferrano, i loro cazzi che premono.
«Cazzo, guardate che roba!»
«Ha le tettone con le pinze elettriche!»
«È già piena di sborra!»
«Fatemi provare!»
Uno mi prende la fica. Un altro il culo. Resto sospesa tra quattro, cinque corpi sudati — non so più quanti buchi ho, non so più quanti cazzi mi riempiono. La poliziotta ride. La manopola gira ancora. La corrente mi squassa, mi fa urlare attorno al cazzo che ho in gola.
Volkov da lontano sussurra: «Brava, amore mio. Godi. Godi per me.»
E io godo. Il corpo non è più mio — è un conduttore elettrico, un contenitore di corrente e sperma, una carcassa che trema e si contorce sulla grata di metallo mentre gli agenti si passano il turno e la poliziotta tortura le mie tettone con l'elettricità.
La festa è appena iniziata.

