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50. Elettroshock
La poliziotta si stanca in fretta.
«Portatela al tubo,» ordina con la sua voce catarroso. Le dita tozze indicano la parete laterale dove Volkov è ammanettato. «Mettetela accanto al suo uomo. Così il russo può godersi lo spettacolo da vicino.»
Due poliziotti mascherati mi afferrano per le ascelle. I tacchi — li ho ancora? Sì, li ho ancora, due trampoli neri che mi fanno vacillare sul cemento — strisciano sulla grata mentre mi trascinano verso il tubo dell'acqua. La gonna blu mi fascia ancora le cosce come una pellicola, risalita oltre i fianchi, il pube nudo esposto all'aria umida della stanza. Le tettone ballano a ogni passo, le mollette elettriche ancora appese ai capezzoli violacei che dondolano come due pendoli impazziti. A ogni oscillazione, il morso del metallo si stringe di nuovo, e un gemito mi scappa dalle labbra gonfie.
Volkov è a un metro da me. Le sue manette tintinnano contro il tubo quando si sposta di lato per farmi spazio. I suoi occhi azzurri mi cercano — due fari nella nebbia della stanza — e la sua voce arriva in un sussurro che è insieme un comando e una carezza. «Brava vacca. Sei splendida con quelle morse sui capezzoli. Adesso fai la brava e lasciati legare.»
Due giri di corda mi stringono i polsi al tubo gelido. La ruggine mi graffia la schiena attraverso la camicia strappata, il metallo mi ghiaccia le scapole. Le braccia sopra la testa, le tettone che premono verso l'alto, i capezzoli con le morse che puntano il soffitto come due dita insanguinate. Le cosce mi tremano, la fica pulsa e cola un rivolo caldo che mi arriva al ginocchio.
La poliziotta si piazza davanti a me. La sua mole occupa tutto il mio campo visivo — una montagna di carne in divisa blu, le cosce che sfregano l'una contro l'altra, la pancia che preme contro la camicia sudata. Sorride, e i denti gialli brillano alla luce al neon. Le sue dita tozze allungano un filo elettrico che non avevo notato. All'estremità, due pinze metalliche — piccole, argentate, con dentini seghettati — che attacca a una scatola nera con una manopola.
«Pinze elettriche, puttana. Roba da laboratorio. Roba che fa contrarre i muscoli fino a farti venire senza toccarti la fica.» La manopola scatta con un clic. «Vediamo quanto resisti.»
Le sue dita staccano la molletta di legno dal capezzolo sinistro. Il sollievo è un lampo bianco — poi la pinza metallica si chiude al suo posto. Il metallo è gelido. I dentini mi mordono la carne del capezzolo con una precisione chirurgica. Poi la corrente arriva.
È una scossa leggera all'inizio — un formicolio che mi sale dal capezzolo e mi esplode nel petto, un ronzio che si propaga lungo i dotti galattofori e mi fa contrarre la muscolatura liscia delle tettone. Il seno sinistro si solleva da solo, si tende, il capezzolo si indurisce fino a diventare una punta di pietra violacea. Il piacere è un ago che mi trapana lo sterno e mi esce dalla schiena. Un gemito mi riempie la gola.
La poliziotta ride. Il suo alito di caffè e denti marci mi investe il viso. «Ti piace? Aspetta che alzo la potenza.» La manopola ruota di uno scatto. Il formicolio diventa un crampo — una contrazione violenta che mi afferra l'intera tettona sinistra e la strizza come un pugno invisibile. Il capezzolo schizza tra i dentini della pinza, e il piacere diventa così intenso che la fica mi si apre da sola e sborro.
Un getto caldo, copioso, mi schizza sulle cosce e cola sulla grata con uno schiocco liquido. Le contrazioni mi scuotono il basso ventre — quella vibrazione familiare che parte dalle ovaie e si irradia nelle gambe, nella schiena, nelle braccia legate al tubo. Volkov sussurra da destra: «Brava vacca. Godi per loro. Più godi, più sei al sicuro.»
La seconda pinza elettrica scatta sul capezzolo destro. La poliziotta non perde tempo — la manopola ruota subito, e la corrente mi esplode in entrambe le tettone contemporaneamente. È un bombardamento di impulsi elettrici che mi fanno contrarre i pettorali in spasmi ritmici, i capezzoli che pulsano come due cuori impazziti, le tettone che ballano sul torace con un movimento innaturale, un tremore incessante che mi strappa urla su urla.
E intanto i poliziotti si muovono.
Non li vedo — ho gli occhi pieni di lacrime e di stelle bianche — ma sento le loro mani. Due dita inguantate mi aprono le grandi labbra con una brusco movimento laterale. Un oggetto freddo — cilindrico, scanalato — mi preme contro l'ingresso della fica. Un vibratore. Lo riconosco dalla forma, dal ronzio sommesso che inizia quando qualcuno aziona l'interruttore. Spinge. Entra con una lentezza da tortura, le scanalature che mi rigano le pareti vaginali, la punta che mi urta il collo dell'utero e si ferma lì, vibrante.
Il gemito che mi esce è un singhiozzo strozzato.
«Prendilo tutto, troia!» abbaia una voce da qualche parte sopra di me. «È il modello grosso. Quello che ti fa venire in trenta secondi.»
Un'altra pressione. Dietro. Un secondo vibratore — più sottile, liscio, a forma di pera allungata — mi preme contro l'ano. La punta sottile si insinua tra le natiche, trova il buco, spinge. Entra con uno schiocco umido — lo sperma di prima fa ancora da lubrificante, la colla bianca di tutti i maschi che mi hanno appena riempita. Il vibratore anale mi scivola dentro fino alla base, e il ronzio si propaga attraverso la parete sottile che separa l'intestino dalla vagina. I due vibratori si incontrano attraverso di me — uno nella fica, uno nel culo — e il loro ronzio si somma in un'unica vibrazione che mi fa tremare le cosce e mi strappa un altro getto di liquido.
«Cazzo, la vacca allaga il pavimento!» ride un'altra voce. «Presto, alza la potenza delle pinze! Voglio vederla urlare!»
La poliziotta obbedisce. La manopola ruota ancora, e la corrente mi esplode nelle tettone con un'intensità che mi annebbia la vista. I muscoli pettorali si contraggono in crampi violenti — un pompaggio ritmico che strizza le ghiandole mammarie, che spreme i capezzoli come se qualcuno volesse mungermi. Il piacere è una lama rovente che mi scende dallo sterno alla fica, e la fica si stringe intorno al vibratore — munge il silicone scanalato con contrazioni che non controllo più, che si susseguono una dopo l'altra come onde.
Sborro di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. Orgasmi secchi, senza picco, un plateau continuo di piacere che mi fa urlare fino a perdere la voce. Il mio liquido cola sulla grata in un rivolo costante — una fontana intermittente che segue il ritmo delle contrazioni.
«Ti piace, vacca tettona?» La voce della poliziotta è un gorgoglio soddisfatto. Le sue dita grassocce mi afferrano le tettone, le strizzano intorno alle pinze elettriche, ne sentono le contrazioni sotto la pelle sudata. «Sei una troia da laboratorio. Una cavia da elettroshock. Godi come una cagna sotto la corrente.»
«Sì... sì...» La voce mi esce in un rantolo roco. «Sono una troia... sono una cagna... godo...»
«Certo che godi. Guarda come ti si gonfiano le mammelle. Sembrano due meloni pieni di latte.» Le sue dita torcono il capezzolo sinistro — quello senza pinza, quello ancora libero — e il dolore si mescola al piacere della corrente in un cocktail che mi manda in cortocircuito il cervello.
Volkov sussurra da destra. «Ancora, Agente. Le metta le pinze sul clitoride. Voglio sentirla urlare il mio nome. Voglio che venga così forte da svenire.»
La poliziotta esita un secondo. Poi le sue dita scendono. Il filo elettrico striscia sul mio stomaco, sulla pancia, sul pube nudo. La pinza metallica si chiude sul clitoride con uno scatto secco, e la corrente mi esplode direttamente nel nervo pudendo.
L'orgasmo che segue è una detonazione che mi svuota il corpo. Le gambe cedono, le braccia tirano le corde, la schiena si inarca contro il tubo gelido. La fica espelle il vibratore con uno schiocco — il silicone scanalato schizza fuori e rimbalza sulla grata, seguito da un getto di liquido che mi schizza sulle cosce e sui poliziotti accanto a me. Il vibratore anale trema ancora dentro, e le contrazioni intestinali lo stringono, lo mungono, lo spingono fuori a sua volta.
Sborro. Sborro come non ho mai sborrato — un fiotto dopo l'altro, un diluvio caldo che mi cola sulle gambe e forma una pozza sulla grata. Le orecchie mi fischiano. La vista si annebbia. Il corpo non è più mio — è un sacco di carne scossa da spasmi elettrici, un burattino che balla sotto le pinze e i vibratori e le dita della poliziotta che ancora mi strizzano le tettone.
«Basta...» La voce mi esce in un filo. «Basta... vi prego...»
La poliziotta ride. «Basta? Hai appena cominciato, puttana.» Ma la sua voce arriva da lontano, ovattata, come se parlassi da dietro una porta chiusa.
Poi il buio.
Non svengo del tutto — è più un blackout intermittente, una serie di fotogrammi sconnessi. Le corde che si allentano. Le braccia che mi afferrano. Il pavimento che mi graffia le ginocchia. La porta della cella che si apre con un clangore metallico.
E poi il cemento gelido sotto la schiena, e l'odore di Volkov che mi riempie le narici.
«Amore mio.» La sua voce è un'ancora. Le sue braccia mi avvolgono, mi sollevano, mi stringono contro il suo petto. La camicia sporca mi graffia la guancia — ruvida, calda, familiare. Le manette non ci sono più, o forse sì, non lo so, non mi importa. Le sue mani mi accarezzano i capelli, la schiena, le spalle ancora scosse da tremori residui.
«Sei stata perfetta, vacca tettona. Perfetta. Li hai fatti godere tutti. Ti hanno usata e torturata e tu hai resistito. Hai resistito per me.»
Le sue labbra premono sulla mia fronte. Un bacio. Poi un altro, sulle palpebre gonfie. Un altro ancora, sulla punta del naso. Baci piccoli, leggeri, una pioggia di carezze che mi lava via il sudore e le lacrime e lo sperma e la paura.
«Ti amo,» mormoro. La voce è un gracidio roco, irriconoscibile.
«Ti amo anch'io, Sabina. Ti amo più di qualsiasi cosa. Sei la mia sposa. La mia vacca. La mia eroina.» Le sue dita mi sollevano il mento. I suoi occhi azzurri mi fissano nella penombra della cella — due fiamme gelide che mi scaldano l'anima. «Adesso dormi. Dormi, amore mio. Io ti tengo. Non ti lascio. Dormi.»
Mi rannicchio contro il suo petto. Le tettone, ancora dolenti per le pinze e le contrazioni, premono contro il suo addome come due cuscini gonfi. Le cosce, ancora bagnate del mio liquido, si avvolgono intorno alle sue. La gonna blu è un brandello di stoffa che penzola da una caviglia. La camicia non esiste più.
Sento il suo cuore sotto la guancia — un tamburo lento, regolare. Le sue dita mi accarezzano la nuca, mi tracciano cerchi lenti sulla schiena nuda. Ogni carezza è un mattone che ricostruisce il muro della mia mente, mattone dopo mattone, bacio dopo bacio.
«Volkov...» La voce mi esce in un soffio.
«Shh. Dormi.»
«Ho paura...»
«Lo so. Ma adesso ci sono io. E domani...» Le sue labbra premono sulla mia fronte, e la sua voce si abbassa fino a diventare un sussurro che mi entra direttamente nel cranio. «Domani farò in modo che ogni uomo e ogni donna in questa base paghi per quello che ti hanno fatto. Pagheranno con il sangue, con il fuoco, con la loro stessa pelle strappata a strisce. Te lo prometto, amore mio. Te lo giuro sul mio cazzo e sul tuo utero. Usciremo da qui. E quando usciremo, bruceremo tutto.»
Chiudo gli occhi. Le sue parole mi scivolano nella mente come un balsamo caldo, e per la prima volta da giorni — da settimane — sento qualcosa che assomiglia alla pace. Non è felicità. Non è sicurezza. È un'altra cosa: la certezza che, qualunque cosa accada, non sono sola.
Mi addormento con le labbra di Volkov premute sulla fronte e le sue braccia intorno al mio corpo nudo e distrutto.
E nel sonno, sento un rumore lontano.
Passi. Passi pesanti, ritmici, che si avvicinano nel corridoio. Luce che filtra sotto la porta della cella.
Domani è già arrivato.

