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51. La fontana dei trenta sbirri

La terza molletta scatta sul mio naso.
Il dolore è un ago rovente che mi trapassa le narici e mi fa lacrimare gli occhi. La poliziotta ride — un gorgoglio viscido — e tira la molletta verso il basso, costringendomi a piegare la testa, a seguirla come un cane al guinzaglio. Le due mollette sui capezzoli dondolano, il legno sfrega sulla pelle gonfia, e ogni oscillazione è una frustata che mi scende lungo lo sterno fino alla fica. Bagnata. Colante. La grata di metallo sotto i miei piedi è lucida del mio liquido.
«Allora, puttana? Vuoi parlare?» La sua faccia porcina è a pochi centimetri dalla mia. Le dita tozze tirano ancora la molletta sul naso, e io gemo — un suono che è metà singhiozzo e metà rantolo. «Dove sono i depositi di Kaliningrad? Parla, o giuro che la prossima molletta te la metto sul clitoride.»
«Non... non lo so...» La voce mi esce nasale, deformata dalla pinza di legno. «Vi prego...»
«Non sa niente.» La poliziotta sospira. Molla la molletta sul naso, e la mia testa scatta all'indietro. Poi si gira verso Volkov, ammanettato al tubo, la schiena contro il muro, gli occhi azzurri che mi fissano ancora. «Ehi, russo. La tua vacca è inutile. Non parla. Non sa niente. Quindi adesso cambio metodo.»
La sua mano grassoccia indica la porta.
«La mando al reparto maschile. La faccio scopare da tutti i miei agenti — e ne ho trenta in caserma, trenta maschi sudati che non vedono una donna da mesi. La metto in una cella grande e li lascio entrare. Uno dopo l'altro. Due alla volta. Tre. Quanti ne servono per sfondarla. E tu —» il suo dito si puntella contro il petto di Volkov «— tu starai qui, ammanettato, ad ascoltare le sue urla. E quando avrai deciso di rispondere alle mie domande, quando mi avrai detto tutto quello che voglio sapere, allora — e solo allora — ti restituirò la tua vacca tettona. Quello che ne resta.»
Il cuore mi si ferma. Poi riparte — un martello impazzito contro le costole. Trenta agenti. La parola mi esplode nel cranio e si trasforma in immagini — corpi sudati, cazzi duri, mani che mi afferrano, e la fica mi si contrae in uno spasmo che è puro terrore e pura eccitazione mescolati.
Volkov sorride. C'è un taglio sul suo labbro, il sangue secco che si screpola quando le labbra si incurvano. «Faccia pure, Agente. La mia vacca è addestrata. Può prenderne trenta. Può prenderne cinquanta. Non parlerò. E lei —» i suoi occhi azzurri si spostano su di me, due fiamme gelide che mi inchiodano alla grata «— lei godrà. Ogni cazzo la farà godere. Ogni getto di sperma la renderà più forte. Non è vero, amore mio?»
«Sì...» La voce mi esce da sola — un riflesso condizionato, un bisogno, una resa. «Sì, godrò...»
La poliziotta ride di nuovo. «Che coppia. Un trafficante d'armi e la sua vacca da monta. Va bene, russo. Vedremo chi cede per primo.»
Poi fa un cenno con la mano. I due poliziotti mi afferrano per le braccia e mi strattonano via. I tacchi strisciano sulla grata, le mollette ancora appese ai capezzoli dondolano e mi strappano un gemito a ogni passo. La gonna blu risale completamente sui fianchi, e io sono praticamente nuda mentre mi trascinano fuori dalla stanza, lungo un corridoio di cemento illuminato da neon che ronzano.
Il poliziotto a sinistra mi stringe il braccio. «Cazzo, senti come trema. Ha paura, ma ha la fica che cola. Guarda che roba — sembra un rubinetto.» La sua mano scende, mi afferra una natica, la strizza.
«È una troia addestrata, te l'ho detto.» L'altro ride. «Il russo l'ha programmata. Sente dolore e le si apre la figa. Aspetta di vederla quando le mettiamo addosso tutti e trenta.»
Una porta di ferro si spalanca. Mi spingono dentro.
La stanza è una palestra abbandonata. Pavimento di linoleum verde, materassini sporchi ammucchiati in un angolo, un vecchio quadro svedese contro la parete. Luci al neon che ronzano e sfarfallano. Odore di sudore vecchio, di cuoio, di disinfettante scaduto. E nient'altro. Solo spazio vuoto. Solo pavimento. Solo attesa.
Mi spingono al centro della stanza. Il poliziotto a sinistra mi afferra le mollette sui capezzoli e le strappa via con uno strattone secco, e il dolore mi esplode nei seni come due aghi infuocati. Urlo. I capezzoli schizzano fuori dalle pinze — violacei, gonfi, pulsanti. L'altro poliziotto mi strappa la gonna blu, che si squarcia con un crepitio e mi lascia completamente nuda sul linoleum verde. Rimangono solo la collana di perle nere e i tacchi neri, ormai graffiati. E il sangue che mi pulsa nelle orecchie. E il respiro affannoso. E la fica che cola — un rivolo caldo che mi scende sulla coscia interna, fino al ginocchio, fino al linoleum.
«Resta lì, puttana. Arrivano subito.»
La porta si chiude. Il silenzio.
Respiro. Un respiro. Due. Cinque. La stanza vuota ronza. I capezzoli mi pulsano al ritmo del cuore — due noci gonfie, violacee, ipersensibili. Mi tocco — le dita mi tremano, scendono sulla pancia, sfiorano il pube. La fica è una fornace. Mi tocco le grandi labbra, e sono così gonfie che le sento sotto le dita come labbra di una bocca, calde, bagnate, aperte. Il clitoride sporge dal cappuccio — un nocciolo duro, esposto, che pulsa a ogni battito.
Poi la porta si spalanca di nuovo, e loro entrano.
Sono un'orda. Dieci, quindici, venti — non li conto. Corpi massicci in divisa mimetica, cinturoni sganciati, stivali che rimbombano sul linoleum verde. Si tolgono i passamontagna mentre entrano, e vedo le loro facce — giovani, vecchi, barbuti, rasati, con denti storti e occhi affamati, facce qualunque di maschi qualunque che improvvisamente sono bestie. L'odore di sudore maschio mi investe come un'onda — acre, caldo, umido, un puzzo di ascelle non lavate e di testosterone che mi riempie le narici e mi fa contrarre la fica. I cazzi sono già fuori dalle patte — duri, violacei, gocciolanti. Alcuni se li tirano mentre camminano. Altri urlano.
«Eccola, la vacca!»
«Cazzo, guarda che tettone! Sono enormi!»
«È nuda! È già bagnata! La troia è già bagnata per noi!»
«Me la scopo per primo!»
«No, io!»
«Fate largo!»
Le mani mi afferrano prima che possa muovermi. Dieci, venti dita che mi scavano la carne — sui fianchi, sulle tettone, sulle cosce, sul culo. Mi sollevano da terra come un sacco, mi spostano, mi mettono a pecorina su un materassino sporco. Sento l'odore di gomma e di sudore vecchio che sale dal materasso mentre il mio viso preme contro il vinile. Le ginocchia affondano, le tettone penzolano, i capezzoli sfiorano il pavimento gelido.
Il primo cazzo mi entra nella fica da dietro senza preavviso.
Un'affondata unica, brutale, totale. Il glande mi urta il collo dell'utero come un pugno, e l'orgasmo mi esplode all'istante — incontrollabile, una detonazione che mi annebbia la vista. Urlo. La fica si stringe intorno a quel cazzo sconosciuto — spesso, venato, caldo — e le contrazioni iniziano immediatamente. Sborro. Un getto caldo, copioso, che mi schizza sulle cosce e sul materasso, sul poliziotto dietro di me.
«Cazzo, ha sborrato! La vacca ha sborrato al primo colpo!» La sua voce è un latrato incredulo. Le sue mani mi stringono i fianchi, le sue anche iniziano a muoversi — un ritmo veloce, rabbioso, un martello pneumatico che mi scava la fica. «È una fontana! Una fontana di figa!»
«Fammela provare!» grida un altro.
Sento un'altra pressione — stavolta sulla bocca. Un secondo poliziotto si inginocchia davanti a me, il suo cazzo — lungo, sottile, il glande rosato — mi preme sulle labbra. «Apri, troia. Apri quella bocca.» Apro. Il glande mi entra in gola con un affondo che mi soffoca. Le sue dita mi afferrano i capelli, mi tengono ferma, e il suo cazzo inizia a pompare — dentro e fuori, dentro e fuori — mentre quello dietro mi scava la fica.
Sono un buco riempito da entrambi i lati.
Le spinte nella fica accelerano. Quelle in gola si fanno più profonde. Il poliziotto dietro mi afferra le tettone da dietro, le stringe, le scuote mentre mi scopa. «Ti piacciono le mie mani sulle tue mammelle, puttana? Ti piace essere scopata a pecorina sul materasso della palestra?» Le sue dita mi strizzano i capezzoli — ancora gonfi, ancora doloranti per le mollette — e il dolore si mescola al piacere, e l'orgasmo raddoppia. Sborro di nuovo — un getto più debole, acquoso, che mi cola sulle cosce già fradicie.
«Un'altra sborrata!» grida il poliziotto nella fica. «Questa vacca è un idrante!»
«Fatela venire ancora!» urla un terzo.
Il poliziotto nella fica esplode con un ruggito. Il suo sperma è una colla bollente — densissimo, abbondante — che mi riempie la vagina e mi cola direttamente contro il collo dell'utero. Geme, bestemmia, mi dà una pacca sul culo e si sfila con uno schiocco umido. Il suo sperma mi cola fuori a fiotti, ma non ho tregua — un altro cazzo lo sostituisce immediatamente. Questo è più corto, più spesso, il glande a fungo che mi dilata l'ingresso della fica con una pressione assurda. Entra senza resistenza — lo sperma del primo fa da lubrificante — e inizia a scoparmi con un ritmo diverso, più lento, più profondo.
Il poliziotto nella mia bocca esplode. Il suo sperma mi riempie la gola — un getto caldo, salato, che mi cola direttamente nell'esofago. Deglutisco automaticamente, e il sapore mi riempie la bocca — un misto di sale e di maschio che ormai conosco a memoria. Lui si sfila, e un altro cazzo mi preme sulle labbra prima ancora che possa respirare.
«Adesso io!» «No, io!» «Fatela girare!»
Le mani mi afferrano, mi girano, mi mettono sulla schiena. Il materasso è appiccicoso di sperma e del mio liquido. Le gambe mi vengono aperte, sollevate, spinte contro il petto. Un poliziotto mi si inginocchia tra le cosce e mi entra nella fica — un cazzo enorme, il glande violaceo, che mi fa urlare a ogni affondo. Un secondo mi sale sul viso, mi inginocchia sulla faccia, il suo cazzo mi entra in bocca mentre i suoi testicoli mi soffocano il naso. Sento l'odore del suo sudore, del suo pelo pubico, del sapone cattivo e del sesso. Le sue spinte sono violente, mi scavano la gola, mi impediscono di respirare.
E intorno a me, gli altri si masturbano. I loro getti mi piovono addosso — sulla pancia, sulle tettone, sul viso — mentre aspettano il loro turno. Sperma caldo che mi cola sulla pelle, che si mescola al sudore, che mi riempie l'ombelico e mi scende sui capezzoli. «Prendi la sborra, vacca!» «Sei il nostro water!» «Sborra! Sborra! Sborra!» Le loro voci sono un coro che riempie la palestra.
Il poliziotto nella fica esplode. Si sfila. Un altro prende il suo posto. Poi un altro. E un altro ancora. I cazzi si susseguono senza pausa — spessi, lunghi, corti, curvi, venati, scuri, chiari, violacei, rosati. Ogni cazzo è un nuovo assalto, una nuova dilatazione, una nuova sborrata che mi riempie la fica e mi cola sulle cosce. La poltiglia di sperma si accumula — mi gonfia la pancia, mi cola fuori a ogni spinta, fa un rumore viscido a ogni affondo. Gli orgasmi non si fermano più — sono un tremore continuo, permanente, uno stato liquido di piacere e dolore e resa che mi fa urlare anche con la bocca piena.
Un poliziotto mi gira sul fianco. Mi solleva una gamba e mi entra nell'ano mentre un altro mi scopa la fica da davanti. Due cazzi dentro di me — uno nel culo, uno nella fica — separati solo da una parete sottile di carne, che sfregano l'uno contro l'altro attraverso di me. Il gemito che mi esce è un suono che non riconosco — un singhiozzo animale, una resa incondizionata. Le contrazioni mi stringono entrambi i cazzi, li mungono, li divorano. Loro esplodono insieme — due getti bollenti, uno nella fica e uno nell'ano, che mi gonfiano la pancia e mi fanno urlare.
Non si fermano. Non c'è pausa. Non c'è tregua.
Mi mettono a pecorina di nuovo. Mi ribaltano sulla schiena. Mi mettono in piedi contro il quadro svedese, le mani aggrappate alle sbarre di ferro, le gambe aperte, e mi scopano da dietro mentre un altro mi scopa la bocca e un terzo mi si struscia tra le tettone, il cazzo che affonda nella scanalatura sudata tra i seni, le mani che me le stringono intorno al suo pene per farsi una spagnola bagnata di sperma e sudore. «Che tettone, cazzo! Sembrano due cuscini! Ti sego il cazzo con le tettone della vacca!» grida, e poi mi sborra sul collo — un getto caldo, densissimo, che mi cola tra le clavicole e mi scende sulla schiena.
Un poliziotto giovane — forse venticinque anni, gli occhi verdi, il viso ancora imberbe — mi prende il viso tra le mani e mi bacia mentre un altro mi scopa la fica. La sua lingua mi invade la bocca, mi succhia le labbra, mi beve i gemiti. «Ti amo, vacca,» mormora. «Ti amo, puttana. Sei bellissima. Sei un sogno. Vorrei sposarti.» Poi mi sborra in bocca — un getto abbondante che mi riempie le guance e mi cola sul mento mentre mi bacia ancora.
Le torme di poliziotti non diminuiscono. La porta continua ad aprirsi. Nuovi agenti entrano — quelli che hanno finito il turno, quelli che hanno sentito la voce che c'è una troia tettona nella palestra, quelli che vogliono solo guardare e masturbarsi. La stanza si riempie di corpi sudati, di cazzi duri, di getti di sperma che mi piovono addosso da ogni direzione. Sono coperta. Sono annegata. Sono una statua di sborra che respira.
E godo.
Ogni cazzo è un nuovo padrone. Ogni sborrata è una nuova benedizione. Ogni insulto — «puttana», «vacca», «troia», «cesso», «water», «fogna» — è una frustata che mi fa contrarre la fica. Le parole della poliziotta grassa mi rimbalzano nella testa — trenta agenti, trenta maschi sudati — e io li voglio tutti. Li voglio dentro di me. Voglio ogni cazzo, ogni getto, ogni goccia di sperma. Voglio essere riempita fino a scoppiare. Voglio essere la vacca di tutti. La puttana di tutti. La fogna di tutti.
Un poliziotto calvo, sulla cinquantina, mi scopa il culo con una lentezza da tortura — il suo cazzo tozzo e spesso mi dilata l'ano centimetro dopo centimetro, e le sue dita mi accarezzano la schiena sudata mentre mi sussurra parole dolci all'orecchio. «Ti amo, vacca tettona. Ti amo. Sei la mia puttana preferita. La mia troia da monta.» Mi ricorda Vincenzo. Mi ricorda il barista. Loro sono tutti uguali, alla fine — maschi che vogliono solo riempirmi. E io esisto solo per essere riempita.
Sborro. Di nuovo. E ancora. E ancora. I getti sono sempre più deboli, acquosi, ma non si fermano. Le ghiandole vaginali sono pesi vuoti ormai, ma continuano a pompare liquido a ogni orgasmo. Il materassino sotto di me è una pozza. Il linoleum intorno è allagato. I poliziotti scivolano sul mio liquido mentre si alternano, ridono, urlano, si danno pacche sulle spalle.
«Hai visto come sborra? È una fontana!»
«Non ho mai visto una troia così!»
«Falla venire ancora! Voglio berle la sborra!»
Uno si china e mi lecca la fica mentre un altro mi scopa il culo. La sua lingua mi scava le grandi labbra, mi succhia il clitoride, beve il mio liquido e lo sperma che cola dalla vagina. «Sa di vacca,» geme. «Sa di vacca in calore. La voglio ancora.» Poi mi infila due dita nella fica mentre la lingua mi lavora il clitoride, e l'orgasmo successivo è così violento che mi fa inarcare la schiena e urlare.
Il tempo si dilata. Non so più da quanto sono qui. Le luci al neon sfarfallano, i corpi si susseguono, i cazzi entrano ed escono, lo sperma cola. Le mie tettone sono due masse di carne gonfia e coperta di sborra, i capezzoli violacei che puntano verso il soffitto. La fica è un buco aperto che non si chiude più — dilatata, gonfia, colante. L'ano è un altro buco che cola. La bocca è piena di sperma. I capelli sono incrostati. Il viso è una maschera di lacrime e sudore e sborra.
E io sono felice.
Sono piena. Sono usata. Sono amata. Ogni cazzo che mi scopa è un uomo che mi vuole. Ogni insulto è una dichiarazione d'amore. Ogni getto di sperma è un figlio che non nascerà mai ma che mi gonfia la pancia come se fossi incinta di tutti loro.
«Ancora,» mormoro. La voce è un rantolo roco, rotto, coperto dai grugniti e dagli insulti. «Ancora... per favore... ancora cazzi... ancora sborra...»
La porta si spalanca di nuovo. Altri poliziotti entrano. Altri cazzi duri. La fila non finisce mai.
E in qualche stanza lontana, Volkov è ammanettato al suo tubo, in silenzio, ad ascoltare le mie urla. Non parla. Non parlerà. Lo so. E io lo amo per questo. Lo amo perché mi ha resa così. Lo amo perché mi ha regalato questa fame senza fondo.
«Prendete la vacca!» grida qualcuno. «Mettetela a pecora! Voglio vederla con la faccia sul pavimento mentre la scopo!»
Mi girano. Mi mettono a novanta gradi. Un altro cazzo mi entra nella fica. Un altro getto mi riempie.
E io sorrido.

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