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52. La notte della poliziotta grassa
La poliziotta mi fissava con quegli occhi porcini lucidi di eccitazione, le dita tozze che stringevano il legno scheggiato, e il suo respiro — un alito caldo che sapeva di caffè rancido e denti marci — mi avvolgeva il viso come un sudario.
«Allora, puttana? Vuoi dirmi qualcosa o devo farti esplodere il clitoride?»
Io tremavo. Le mollette sui capezzoli dondolavano a ogni respiro, il dolore era un ronzio costante che mi pulsava nelle tettone e si irradiava verso il basso ventre. La fica — maledetta, traditrice — continuava a colare. Il rivolo caldo mi solleticava l'interno coscia, gocciolava sulla grata di metallo con un plink che rimbombava nella stanza.
«Non... non so niente...» La voce mi uscì in un singhiozzo.
Lei rimase immobile per un secondo, due, tre. Poi la sua mano si aprì. La molletta cadde a terra con un clack secco, rimbalzò sulla grata. Le sue dita sudate mi afferrarono il mento, mi sollevarono il viso verso il suo. I suoi occhi — così vicini che potevo vedere le venuzze rosse nelle sclere — mi scrutarono con un'intensità nuova. Non era più l'intensità dell'interrogatorio. Era un'altra cosa. Una fame diversa.
«Non sai niente, eh?» La voce le si era abbassata, diventata quasi un gorgoglio intimo. Il pollice mi premette sul labbro inferiore, lo abbassò, mi aprì la bocca. «Peccato. Però sei proprio una bella vacca. Con queste tettone...» L'altra mano mi afferrò la tettona sinistra, quella con la molletta, e la strizzò piano — una carezza umida, calda, che mi fece gemere. «...e questa faccia da troia. Mi fai eccitare, lo sai?»
Dietro di lei, Volkov non parlava più. Sentivo i suoi occhi azzurri sulla schiena della poliziotta, un silenzio carico di calcolo.
La poliziotta si voltò verso i quattro uomini in passamontagna. La sua voce tornò un latrato. «Voi. Portatela nelle docce. Lavatela. Voglio che sia pulita. E poi —» un sorriso le deformò le labbra sottili «— portatela nella mia stanza. Nella mia stanza, chiaro? Non in cella. Stasera la vacca dorme con me.»
Uno dei poliziotti fece un passo avanti. Sotto il passamontagna, la voce era un ringhio contrariato. «Ma Agente, dovevamo interrogarla ancora...»
«L'interrogatorio è finito.» Lo gelò con un'occhiata. «La puttana non sa niente. Almeno per oggi. Adesso è mia.»
I poliziotti si scambiarono un'occhiata. Poi due di loro mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono fuori dalla stanza.
La doccia era un stanzone di piastrelle verdi, tubi arrugginiti, una pompa dell'acqua che perdeva in un angolo. Mi spinsero sotto il getto gelido senza preavviso — l'acqua mi schiantò sul petto come una frustata, mi strappò un urlo, fece ballare le mollette sui capezzoli ormai violacei. Le loro mani — quattro, sei, otto dita inguantate di nero — mi passarono sul corpo senza delicatezza. Strapparono via la gonna-tubo, l'unico brandello di stoffa che ancora mi copriva il pube. Il tessuto si lacerò con uno strappo secco.
«Apri le gambe, vacca.»
«Alza le braccia.»
«Piegati.»
Non era una doccia. Era un inventario. Le dita mi scavarono le ascelle, mi insaponarono le tettone con un sapone che sapeva di disinfettante, strizzarono i capezzoli per rimuovere le mollette — il sangue tornò a fluire in quei due punti martoriati con un formicolio che era insieme sollievo e tortura. Una mano mi si infilò tra le cosce, trovò la fica ancora bagnata non solo d'acqua, ci passò sopra con una lentezza che non aveva niente di clinico.
«È ancora eccitata, la troia. Senti come pulsa.»
«Lasciala stare. Ha detto di lavarla, non di scoparla.»
«Peccato.»
Risciacquarono via il sapone con un altro getto gelido. Mi asciugarono con un telo ruvido che mi lasciò la pelle irritata e rosea, i capezzoli gonfi come due more viola, la fica che — nonostante tutto, nonostante il freddo, nonostante la paura — continuava a pulsare, a stringersi sul nulla, a colare un filo trasparente che il telo non riusciva ad asciugare.
Poi mi spinsero nuda lungo un corridoio poco illuminato. I neon ronzavano, le porte di ferro scandivano il percorso. Sentivo i loro passi pesanti dietro di me, i loro occhi sulla mia schiena nuda, sulle natiche che ballavano a ogni passo, sulle cosce ancora umide. L'odore della base — muffa, ruggine, sudore maschio — mi riempiva le narici a ogni respiro.
La stanza della poliziotta era in fondo a un corridoio laterale, lontano dalle celle. Una porta di ferro come le altre, ma con una targhetta scritta a pennarello: Agente De Santis. La aprirono senza bussare.
L'odore mi colpì prima ancora della vista. Un misto di cipria scadente, sudore vecchio, ascella non lavata, qualcosa di dolciastro e di rancido insieme — l'odore di un corpo che non vede sapone da giorni, forse settimane. La stanza era un buco: un letto sfatto con lenzuola grigie che forse un tempo erano state bianche, una sedia con una pila di vestiti sporchi, un comodino con una lampada senza paralume che gettava una luce gialla, malata. Sul pavimento, bottiglie vuote di birra e pacchetti di sigarette accartocciati.
La poliziotta era seduta sul letto. Era esattamente come l'avevo lasciata — la stessa divisa blu sudata, le stesse macchie di umidità sotto le ascelle, i capelli unti che le si incollavano alle tempie. Non si era lavata. Non si era cambiata. Era rimasta lì ad aspettarmi, e il suo corpo — quella montagna di carne molle — traboccava dal materasso come pasta lievitata.
«Lasciateci.» La sua voce era un ordine stanco.
I poliziotti mi spinsero dentro e richiusero la porta. Il clangore del metallo mi fece sobbalzare.
Restammo sole. Io in piedi, nuda, i piedi scalzi sul pavimento appiccicoso. Lei seduta sul letto, le cosce enormi che si allargavano sotto la gonna blu, gli occhi porcini che mi percorrevano il corpo con una lentezza che mi faceva venire la pelle d'oca.
«Vieni qui, vacca.» Batté una mano sul materasso accanto a sé. «Sdraiati.»
Le mie gambe si mossero da sole. Attraversai la stanza, il pavimento che mi si appiccicava alle piante dei piedi, e mi sdraiai sul letto. Le molle gemettero sotto il mio peso. Le lenzuola erano ruvide, umide, impregnate del suo odore. Il cuscino sapeva di capelli sporchi.
Lei rimase seduta per un istante a guardarmi. Poi si alzò. La sua mole torreggiava sopra di me come un edificio che sta per crollare. Le dita tozze si aprirono i bottoni della camicia blu — uno dopo l'altro, lentamente, con una solennità che strideva con la sua mole oscena. La stoffa si aprì e le sue tettone esplosero fuori. Erano enormi — più grosse delle mie, più pesanti, due massi di carne pallida e sudata, con areole scure grandi come piattini e capezzoli marroni, spessi, che puntavano verso di me come due dita accusatrici. La gonna cadde a terra con un fruscio. Le mutandine — un pezzo di cotone grigio che le fasciava a fatica le cosce — seguirono lo stesso destino.
Era nuda. Un'enorme statua di grasso e sudore, le cosce che si sfregavano l'una contro l'altra, i rotoli di carne che le fasciavano la vita come anelli di un albero secolare. L'odore del suo corpo — quell'odore dolciastro e acre — si intensificò fino a riempire la stanza, fino a saturare l'aria.
«Adesso facciamo l'amore, vacca tettona,» sussurrò. La voce era un gorgoglio intimo, quasi tenero.
Si issò sul letto. Il materasso sprofondò sotto il suo peso, e io scivolai verso di lei come un oggetto risucchiato da una voragine. Il suo corpo mi coprì, mi schiacciò, mi avvolse. Le sue tettone enormi premettero contro le mie — una massa calda, sudata, pesantissima che mi schiacciava lo sterno e mi rendeva difficile respirare. La sua pancia — una collina di carne molle — mi premeva contro il basso ventre, contro la fica ancora umida. Le sue cosce mi aprirono le gambe, si infilarono tra le mie con una pressione che era insieme un'invasione e un abbraccio.
Il suo viso era a pochi centimetri dal mio. Gli occhi porcini mi fissavano con un'intensità che non ammetteva rifiuto. Le labbra — sottili, secche — premettero sulle mie.
Non era un bacio normale. Era un'occupazione. La sua lingua — spessa, calda, catarrale — mi invase la bocca con una lentezza viscida, mi esplorò il palato, mi leccò i denti, si attorcigliò alla mia lingua come un serpente. Il sapore era un misto di caffè vecchio, di sigarette, di qualcosa di fermentato che mi fece venire i conati. Deglutii automaticamente, e lei gemette nella mia bocca — un suono soddisfatto, quasi infantile.
«Brava vacca. Baciami. Baciami come si bacia una donna che ti ama.»
Le mie labbra si mossero da sole. La baciai. Leccai le sue labbra secche, sentii la pelle screpolata sotto la lingua, il sapore del suo sudore. Lei si staccò solo per spostarsi più in basso — le sue labbra trovarono il mio collo, lo succhiarono, mi lasciarono un succhiotto umido che mi fece gemere. La sua bocca scese sulle clavicole, sullo sterno, sul capezzolo sinistro ancora gonfio per la tortura delle mollette. Lo prese in bocca e lo succhiò — una ventosa calda, umida, che mi strappò un urlo. Il piacere esplose direttamente nella fica, un lampo che mi fece contrarre le grandi labbra e colare altro liquido sulle lenzuola già fradice.
«Ti piacciono le mie tettone, vacca?» Sollevò la testa, le sue labbra ancora umide della mia saliva. «Baciale. Leccale. Sono più grosse delle tue, lo so. Ma oggi sono tue. Baciami i capezzoli.»
Afferrò una delle sue tettone enormi e me la premette contro il viso. La carne calda, sudata, mi coprì la bocca e il naso. L'odore — quel misto di ascella e cipria — mi riempì le narici, mi diede alla testa come un solvente. Aprii la bocca e presi il suo capezzolo marrone tra le labbra. Era spesso, ruvido, sapeva di sale e di pelle non lavata. Lo succhiai. Lei gemette — un suono rauco, profondo, che mi vibrò contro lo sterno.
«Così, puttana. Così. Adesso l'altro.»
Mi spostai sull'altro capezzolo, lo presi in bocca, lo mordicchiai piano. Le sue mani mi afferrarono i capelli, mi premettero il viso contro le sue tettone come se volesse annegarmi nella sua carne. Soffocavo — letteralmente — in quel mare di grasso e sudore, e sotto il soffocamento, sotto il disgusto, qualcosa si accendeva. La fica pulsava. Si apriva. Colava.
La sua bocca riprese a scendere lungo il mio corpo. Mi baciò la pancia, l'ombelico, l'inguine. Le sue labbra trovarono il mio pube, lo baciarono con una tenerezza inaspettata. Poi la sua lingua — quella lingua spessa, calda — si insinuò tra le mie grandi labbra.
Urlai. La sua lingua mi scavò la fica con una lentezza metodica, leccò via il mio liquido, trovò il clitoride e lo succhiò. Le sue dita tozze mi aprirono ancora di più le gambe, e lei affondò il viso tra le mie cosce come un animale alla mangiatoia. Sentivo il suo respiro caldo sul pube, il rumore viscido della sua lingua che mi ripuliva, il gorgoglio della sua gola mentre deglutiva i miei umori.
«Sei buona, vacca. Sei dolce. Mi piaci.» La voce le arrivava ovattata, direttamente dalla mia fica.
Poi risalì. La sua faccia riemerse da tra le mie cosce, le labbra lucide del mio liquido, gli occhi porcini pieni di una soddisfazione oscena. Si issò di nuovo sopra di me, il suo corpo mi coprì, mi schiacciò, mi avvolse nel suo odore e nel suo sudore. Le sue labbra premettero di nuovo sulle mie — un bacio che sapeva di me, della mia fica, del mio piacere.
«Adesso facciamo l'amore come si deve, vacca tettona. Donna con donna. Troia con troia. Voglio sentirti venire sotto di me. Voglio che mi abbracci. Voglio che mi ami.»
Le sue cosce premettero contro le mie. Il suo pube — una montagna di carne bagnata — si strofinò contro il mio. Le nostre fiche si toccarono attraverso uno strato di sudore e di umori, due bocche umide che si baciavano. Lei iniziò a muoversi — un movimento lento, circolare, un macinare di carne contro carne che mi faceva vedere le stelle.
«Abbracciami, vacca. Stringimi.»
Le mie braccia si alzarono da sole. Le avvolsi intorno alla sua schiena enorme, affondai le dita nella carne molle, la strinsi. Lei era così grande che le mie mani non riuscivano a toccarsi. Era come abbracciare un albero. Il suo peso mi schiacciava contro il materasso, mi rendeva impossibile respirare normalmente — ogni respiro era un ansito corto, affannoso, che sapeva del suo odore. Le tettone enormi mi coprivano il petto, mi facevano sembrare minuscola, una bambola schiacciata sotto una montagna.
«Dimmi che mi ami.» La sua voce era un rantolo contro il mio orecchio. «Dimmelo, puttana.»
«Ti amo...» La voce mi uscì in un soffio strozzato. «Ti amo...»
«Brava vacca. Adesso vieni. Vieni con me.»
Il suo movimento accelerò. Il suo pube premette più forte sul mio clitoride, un massaggio furioso che mi fece inarcare la schiena. L'orgasmo mi esplose senza preavviso — una detonazione che partì dalla fica e si irradiò nelle gambe, nella schiena, nelle braccia che la stringevano. Sborrai — un getto caldo che mi schizzò sulla pancia, sul suo ventre, sulle nostre cosce intrecciate. Lei venne un istante dopo — un gemito rauco, un fiotto caldo che si mescolò al mio, le sue dita che mi affondavano nella carne delle spalle.
Restammo così, immobili, intrecciate. Il suo corpo pesante sopra di me. Il suo respiro affannoso nel mio orecchio. Il suo odore dappertutto — nella mia bocca, nel mio naso, sulla mia pelle, dentro di me.
«Brava vacca,» sussurrò. Le sue labbra premettero un bacio molle sul mio collo. «Adesso dormi. Domani ricominciamo.»

