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53. L'amore con le poliziotte ciccione

La poliziotta mi guarda — le sue iridi porcine brillano di qualcosa che non è solo crudeltà. Le dita tozze aprono la pinza di legno, la avvicinano al mio naso, poi si fermano. La sua mano trema. Il suo respiro si fa più pesante, un rantolo catarroso che le gonfia il petto enorme sotto la divisa blu.
«No,» mormora. La voce è un gorgoglio diverso, più basso, quasi intimo. «Adesso mi fermo. Non ancora.»
Le sue dita — quelle stesse dita che mi hanno strizzato le tettone fino al dolore — adesso mi sfiorano la guancia con una delicatezza che mi spiazza. La pelle è ruvida, callosa, ma il tocco è una carezza. Mi asciuga le lacrime con il pollice, lentamente, seguendo la curva dello zigomo fino alla tempia.
«Sei bella, puttana,» sussurra. L'alito sa di caffè vecchio e denti guasti, ma le parole hanno una dolcezza viscida che mi entra nelle orecchie e mi scende lungo la schiena. «Così bella che quasi mi dispiace farti male. Quasi.»
Le sue labbra premono sulle mie.
È un bacio molle, bavoso, completamente diverso da quelli dei maschi. Non c'è fame predatoria, non c'è violenza. C'è una fame diversa — più lenta, più viscerale, una fame di carne che si riconosce in altra carne. La sua lingua mi invade la bocca con la stessa viscosità con cui mi ha strizzato i capezzoli, ma adesso è calda, arresa, piena di un desiderio che sa di solitudine e di polvere. Le sue labbra sono due cuscinetti umidi che succhiano le mie, le mordicchiano senza fare male, le assaporano come se fossi un frutto maturo.
Le sue mani mi afferrano le tettone — non per strizzarle, non per torturarle. Le solleva, le soppesa, le unisce. Le dita affondano nella carne come in un impasto, e il gemito che le esce dalla gola è un suono che riconosco. È il gemito di una donna che ha fame di pelle, che ha passato anni a toccare solo se stessa, che adesso ha tra le mani due tettone calde e vere e non vuole più smettere.
«Guarda che mammelle,» mormora contro le mie labbra. «Sono quasi più grosse delle mie. Più sode. Le mie sono due masse di grasso, ma le tue...» Le sue dita trovano i capezzoli ancora stretti dalle mollette. Li libera — uno schiocco, un altro schiocco — e il sangue mi precipita nei capezzoli con un formicolio che è insieme sollievo e piacere. Lei si china. La sua bocca prende il capezzolo sinistro e succhia.
Non è il morso di un maschio. È la suzione di una donna che sa cosa si prova a essere succhiate. La sua lingua avvolge il capezzolo violaceo, lo accarezza, lo riscalda. Le sue labbra premono con una pressione costante, ritmica, una pompa lenta che mi manda scosse direttamente nella fica. La gonna-tubo è ancora incastrata sui fianchi. Il mio pube nudo cola — un rivolo caldo che mi scende sulla coscia e gocciola sulla grata di metallo.
«Ti piace, vacca?» La sua voce arriva ovattata, la bocca ancora piena della mia tettona. «Ti piace quando una donna ti succhia le mammelle?»
«Sì...» La voce mi esce in un singhiozzo. «Sì, mi piace...»
Lei si stacca. Si rialza. I suoi occhi porcini cercano quelli dei due poliziotti ancora in piedi vicino alla scrivania. «Fuori,» ordina. «Tutti fuori. Voi due —» indica i due vicino alla grata «— portate il russo in cella. E non voglio essere disturbata per nessun motivo. Chiaro?»
I poliziotti esitano. I loro cazzi sono ancora duri, premono contro le uniformi come lance. «Ma Agente De Santis...»
«Ho detto fuori!» La sua voce è un ruggito. «E mandate qui Lombardi e Rinaldi. Subito.»
Volkov mi guarda mentre lo slegano dal tubo. I suoi occhi azzurri incontrano i miei per un istante, e le sue labbra si incurvano in un sorriso stanco. «Brava vacca,» sussurra. «Fidati di lei. Lasciati andare.» Poi lo spingono fuori, e la porta si chiude con un tonfo. Resto sola con la poliziotta enorme, le tettone nude ancora umide della sua saliva, i capezzoli gonfi che pulsano.
Lei mi guarda. Sorride. I denti sono gialli, storti, ma il sorriso è strano — quasi tenero. «Adesso facciamo venire le mie amiche. Vedrai, ti piaceranno.»
La porta si riapre dopo un minuto. Entrano due donne.
Sono come lei. Massicce, sudate, le divise blu tirate su corpi che traboccano. La prima ha i capelli unti raccolti in uno chignon, le dita corte e tozze che tamburellano sulle cosce enormi, gli occhi piccoli e lucidi che mi percorrono il corpo nudo con una lentezza famelica. La seconda è più bassa, la gonna che fascia un culo colossale, le tettone che premono contro la camicia come due massi di lievito in lievitazione. Entrambe puzzano di sudore stantio, di cipria economica, di un'intimità rancida che mi riempie le narici e mi fa dilatare la fica.
«Cazzo,» mormora la prima. La voce è un fischio roco. «Non mi avevi detto che era così bella, De Santis. Guarda che tettone. Sembrano due mongolfiere.»
«E guarda la fica,» aggiunge la seconda. Le sue dita tozze mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la lampada. «È completamente bagnata. La vacca si eccita a stare nuda davanti a tre poliziotte grasse.» Ride. Un suono viscido, complice.
De Santis si avvicina. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi sollevano come se non pesassi niente. Mi deposita sul pavimento, sulla grata di metallo, la schiena contro il cemento gelido. Le due poliziotte si inginocchiano ai miei lati, i loro corpi enormi che mi sovrastano come montagne di carne molle.
«Adesso facciamo l'amore, vacca,» sussurra De Santis. «Facciamo l'amore come fanno le donne. Piano. Dolce. Ma anche no.»
Le sue labbra premono di nuovo sulle mie. La lingua mi invade la bocca con una lentezza viscida, e nello stesso istante sento altre due bocche sulle mie tettone — Lombardi a sinistra, Rinaldi a destra. Due lingue calde, ruvide, che mi leccano i capezzoli con movimenti circolari, che li succhiano con una pressione costante, che li mordicchiano senza fare male. Le loro mani mi afferrano le cosce, le aprono, mi tengono ferma.
Il piacere è un incendio che mi parte dai capezzoli e mi esplode nella fica. Le ghiandole vaginali si gonfiano — due pesi pieni, caldi, che premono contro l'uretra. La fica si apre, si chiude, cola un rivolo di liquido che Rinaldi raccoglie con le dita e si porta alla bocca.
«Sa di vacca in calore,» mormora Rinaldi. La sua lingua si passa sulle labbra. «Voglio assaggiarla direttamente dalla fonte.»
La sua testa scende tra le mie cosce. Le sue spalle enormi mi spingono le gambe ancora più aperte, e la sua lingua — calda, ruvida, enorme — mi lecca la fica con una passata lenta, dal perineo al clitoride. Il gemito che mi esce è un urlo strozzato contro le labbra di De Santis. La lingua di Rinaldi mi scava le grandi labbra gonfie, mi succhia il clitoride, mi penetra la vagina con una punta umida che entra ed esce con un ritmo da pompino.
Lombardi intanto mi ha mollato il capezzolo. Le sue labbra premono sulle mie, sostituiscono quelle di De Santis, e adesso sono due bocche che mi baciano — De Santis e Lombardi si passano la mia lingua, si scambiano la saliva, mi mordicchiano le labbra a turno. Le loro tettone enormi premono contro le mie — tre paia di mammelle sudate che si schiacciano, si strofinano, i capezzoli che si incrociano e si toccano. La sensazione è assurda — una marea di carne femminile, calda, molle, che mi avvolge come una coperta umida.
Rinaldi mi scava la fica con la lingua. Le sue dita tozze mi penetrano la vagina — due, tre dita, una pressione piena che mi riempie fino al collo dell'utero. Le muove con una lentezza da tortura, le ruota, preme sul punto G con una precisione che mi fa inarcare la schiena contro il cemento.
«Ecco, vacca. Ecco il tuo punto. Ti piace qui? Ti piace quando ti premo la spugna?» La sua voce è ovattata, la bocca ancora premuta sulla mia fica. «Voglio sentirti sborrare. Voglio che mi allaghi la faccia. Forza. Vieni per me.»
Le dita accelerano. La lingua mi succhia il clitoride. E le due poliziotte sopra di me mi baciano, mi leccano le tettone, mi mormorano parole dolci e oscene insieme.
«Brava vacca. Brava troia tettona. Sei la nostra puttana adesso.»
«Ti facciamo godere come nessun maschio ha mai fatto.»
«Siamo tre vacche in calore. Tre vacche grasse che vogliono fare l'amore con te.»
L'orgasmo mi esplode.
Non è un orgasmo normale — è un terremoto che mi parte dalla fica e mi squassa il corpo intero. Le contrazioni mi stringono le dita di Rinaldi, le mungono, le succhiano dentro. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla faccia di Rinaldi, sul suo collo, sulla sua divisa blu. Lei ride, una risata viscida, e continua a leccarmi, a bere il mio liquido, a succhiarmi il clitoride mentre le contrazioni non si fermano.
«Cazzo, quanta!» urla Lombardi. Le sue dita raccolgono il mio liquido dal mento di Rinaldi, se lo portano alla bocca. «Sa di miele. Di miele di vacca.»
De Santis mi bacia ancora. La sua lingua mi invade mentre l'orgasmo continua a scuotermi, e io le bacio — la bacio come si bacia un amante, come si bacia una donna che ti ha appena fatto vedere le stelle. Le sue lacrime — perché anche lei sta piangendo, adesso, senza motivo — mi cadono sulle guance, si mescolano alle mie.
«Ti amo, vacca,» sussurra sulle mie labbra. La voce è un rantolo rotto. «Ti amo, puttana tettona. Vorrei tenerti qui per sempre. Vorrei fare l'amore con te ogni notte. Vorrei...» Le parole si perdono in un singhiozzo. La sua bocca preme ancora sulla mia, e il bacio sa di lacrime e di liquidi vaginali e di una disperazione che riconosco. È la mia stessa disperazione. La fame di essere amata. Di toccare ed essere toccata. Di non essere sola.
Rinaldi si stacca dalla mia fica. La sua faccia è lucida, zuppa del mio liquido. Sorride — un sorriso sdentato, storto, ma pieno di una gioia assurda. «Adesso tocca a me. Voglio che mi lecchi la fica, vacca. Voglio sentire la tua lingua sulla mia topa grassa.»
Si spoglia. I bottoni della divisa saltano via, la gonna scivola a terra, e il suo corpo è una montagna di carne bianca, cosce enormi che sfregano l'una contro l'altra, un pube nero e folto che puzza di donna, di sudore, di un'eccitazione che non viene lavata via da giorni. Si siede sulla mia faccia. Il suo peso mi schiaccia il naso, le sue grandi labbra gonfie mi premono sulla bocca, e io apro le labbra e lecco.
Ha un sapore forte — salato, acre, un concentrato di femmina che mi riempie la bocca e mi cola in gola. La mia lingua le scava le pieghe, trova il clitoride — un nocciolo duro, enorme — e lo succhia. Lei geme. Un suono roco, animalesco, che mi vibra nell'utero. Le sue cosce mi stringono la testa, le sue mani mi afferrano i capelli, e inizia a muoversi — un movimento lento, rotatorio, che mi strofina la fica sulla faccia.
«Cazzo, vacca, lecchi bene. Sembri una professionista. Una mangiatrice di figa nata.» La sua voce è un rantolo. Le sue anche accelerano. «Ancora. Ancora. Fammi venire. Fammi sborrare sulla tua faccia.»
Lombardi e De Santis non stanno a guardare. Lombardi mi ha infilato due dita nella fica, le muove con un ritmo lento mentre si china a baciarmi le tettone. De Santis si è messa a cavalcioni sulla mia pancia, il suo pube enorme che preme contro il mio stomaco, le sue dita che si infilano nella fica di Lombardi da dietro mentre entrambe mi guardano leccare Rinaldi.
Siamo un groviglio di carne femminile — quattro corpi sudati, quattro fiche bagnate, quattro bocche che baciano, leccano, succhiano. Le tettone sbattono contro altre tettone, i capezzoli si incrociano, le mani scavano nella carne molle di cosce e fianchi e pance. L'odore è un misto di sudore rancido, di cipria, di fica, del mio liquido che cola ovunque.
Rinaldi esplode sulla mia faccia. Il suo orgasmo è un fiotto caldo — più denso del mio, più acre — che mi riempie la bocca e mi cola sul mento. Lei urla, un suono che rimbalza sulle piastrelle bianche, e si butta in avanti, il suo corpo enorme che mi schiaccia contro il cemento mentre le contrazioni la scuotono.
Poi Lombardi. Poi De Santis. Gli orgasmi si susseguono come onde — uno, due, tre, quattro — non so più chi sta venendo e chi no. Il mio corpo è un lago di sudore e di liquidi. La mia bocca è piena del sapore di tutte e tre. Le mie tettone sono coperte di morsi e di succhiotti.
E poi, finalmente, il silenzio.
Restiamo distese sulla grata di metallo, un ammasso di carne sudata che respira. Le loro braccia mi avvolgono, le loro pance premono contro la mia, i loro seni enormi si schiacciano sui miei. De Santis mi bacia la fronte. Lombardi mi accarezza i capelli. Rinaldi mi tiene la mano, le sue dita tozze intrecciate alle mie.
«Sei stata brava, vacca,» mormora De Santis. La sua voce è un soffio stanco. «Brava davvero.»
Poi la porta si apre. I poliziotti in passamontagna sono tornati. Le loro sagome massicce si stagliano contro la luce al neon del corridoio, e le loro mani mi afferrano per le ascelle, mi tirano su. Le tre poliziotte mi guardano andare via, i loro occhi lucidi, le loro facce sudate ancora piene del mio sapore.
Il corridoio è un tunnel di cemento che non finisce mai. I neon ronzano. La mia camicia blu è ancora aperta, le tettone penzolano nude, la gonna-tubo è incastrata sui fianchi come una fascia. I piedi scalzi strisciano sul cemento gelido. La fica mi cola ancora — il mio liquido mescolato a quello di Rinaldi, di Lombardi, di De Santis.
La porta della cella si apre. Mi spingono dentro. La porta si chiude con un tonfo.
Sono al buio. L'aria è calda, umida, ferma. E poi due braccia mi avvolgono.
«Amore mio,» sussurra Volkov. La sua voce è un'ancora nel buio. «Sei tornata.»
Mi stringe. Il suo petto è caldo, la sua camicia puzza ancora di sudore e di cella, ma sotto c'è ancora una traccia del suo dopobarba — quel profumo freddo, metallico, russo. Le sue braccia mi avvolgono completamente, mi sollevano, mi portano sul materasso. Mi tiene in grembo come si tiene una bambina, la mia testa appoggiata contro il suo petto, le sue dita che mi accarezzano i capelli annodati.
«Ti hanno fatto male?» La sua voce è un sussurro contro la mia fronte.
«No... non mi hanno fatto male...» La voce mi esce in un filo. «Mi hanno... mi hanno fatto l'amore...»
«Lo so, amore mio. Lo so.» Le sue labbra premono sulla mia fronte. Un bacio leggero, quasi casto. «Sei stata bravissima. La mia vacca. La mia sposa. La mia puttana.»
Le sue mani mi accarezzano la schiena, le spalle, le braccia. Non palpeggiano. Non stringono. Accarezzano. Consolano. Mi tengono insieme mentre il corpo ancora trema per gli orgasmi.
«Ho paura,» mormoro contro il suo petto.
«Non avere paura.» Le sue dita mi sollevano il mento, mi fanno guardare i suoi occhi azzurri. Nel buio brillano come due fiamme. «Io sono qui. Non ti lascio. Qualunque cosa succeda — qualunque cosa ti facciano — io sono con te. Hai capito? Con te. Per sempre.»
Le lacrime mi rigano il viso. Non so se sono lacrime di sollievo, di stanchezza, di amore. So solo che le sue braccia mi stringono ancora, che il suo respiro è caldo sulla mia fronte, che il suo cuore batte contro il mio orecchio con un ritmo regolare, calmo, vivo.
«Ti amo,» sussurro.
«Ti amo anch'io, vacca tettona,» risponde. La parola vacca adesso è una carezza. È casa. È l'unica cosa certa in questo buco buio e umido.
Mi rannicchio contro di lui. Le sua braccia mi avvolgono come uno scudo. La gonna blu mi fascia ancora le cosce, la camicia è ancora aperta, il corpo è ancora sporco del sudore e dei liquidi di quelle tre donne. Ma non mi importa. Lui mi accarezza i capelli. Mi bacia la fronte. Mi sussurra parole in russo che non capisco ma che suonano come una ninna nanna.
E io mi addormento così — nuda, sporca, esausta, piena di orgasmi e di vergogna e di amore. Mi addormento tra le braccia dell'uomo che mi ha comprato, distrutto, ricostruito. L'uomo che mi chiama vacca e puttana e sposa. L'uomo che mi ha promesso che usciremo da qui.
L'uomo che mi ama.

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