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54. Tortura
La porta della cella si spalanca con un clangore che mi strappa dal torpore. Non ho il tempo di aprire gli occhi che due mani mi afferrano per i capelli, mi tirano su, mi strappano dalle braccia di Volkov come si strappa un cerotto da una ferita aperta.
«No!» La voce di lui è un ruggito. Sento le catene che tintinnano, i suoi polsi che tirano contro le manette. «Lasciatela stare, bastardi!»
«Sta' zitto, russo. Tanto vieni con noi.» Un terzo poliziotto lo solleva da terra, lo spinge contro la parete, lo ammanetta più stretto. «Voglio che guardi. Voglio che veda bene cosa facciamo alla tua vacca.»
Il corridoio è una galleria di neon che ronzano, piastrelle bianche macchiate di ruggine, odore di candeggina e di sudore vecchio. La camicia mi pende aperta, le tettone che ballano a ogni passo, la gonna-tubo ormai incastrata in vita come una fascia inutile. Piedi scalzi sul cemento gelido. Una mano mi stringe il braccio sinistro, un'altra il destro, una terza mi spinge da dietro — non so più quante siano, quanti corpi massicci e sudati mi circondano in questo budello di cemento.
La stanza è la stessa. Le piastrelle bianche, la grata di metallo al centro, la lampada da ufficio che punta dritta negli occhi. Solo che questa volta il tubo dell'acqua non è occupato da Volkov. Ci legano me.
Mi spingono contro il muro. La schiena nuda preme sul metallo gelido del tubo verticale, le braccia mi vengono tirate sopra la testa, i polsi stretti da due manette che mi scavano la carne. Le caviglie vengono legate con delle fascette di plastica alla base del tubo — gambe leggermente aperte, la fica esposta, indifesa. La gonna-tubo finisce di strapparsi, cade a brandelli sul pavimento. La camicia penzola da una spalla, poi qualcuno la strappa via del tutto.
Resto nuda. Appesa. Esposta.
La poliziotta entra per ultima. Il suo corpo enorme riempie la porta, le cosce che sfregano l'una contro l'altra, la divisa blu tirata su un corpo che trabocca da ogni cucitura. I capelli unti sono ancora più unti, le dita tozze che tamburellano su una scatoletta metallica che non avevo visto prima. La apre. Tira fuori due pinze — non di legno, questa volta. Di metallo. Con dei fili elettrici attaccati alle estremità.
«Bentornata, vacca,» dice. La voce è un gorgoglio soddisfatto. «Oggi facciamo sul serio.»
Le pinze sono fredde. Le sento prima ancora che le applichi — un presentimento metallico che mi ghiaccia i capezzoli ancor prima del contatto. Poi scattano. Una sul sinistro. Una sul destro. Il metallo morde i capezzoli violacei con una pressione più crudele del legno, una morsa che mi strappa un urlo. I fili penzolano dalle mie tettone come due code di serpente, scendono fino alla scatoletta che lei tiene in mano.
«Queste sono pinze elettriche, puttana,» sussurra De Santis. Le sue dita tozze accarezzano la scatoletta. «Ogni volta che non rispondi, premo il pulsante. E la corrente ti brucia le mammelle. Hai capito?»
«Sì... sì...» La voce mi esce in un singhiozzo.
Intorno a me, i poliziotti. Cinque, sei, sette — non li conto. Tutti in passamontagna nero, tutti con i cazzi già fuori, già duri, già puntati verso di me come pistole. L'odore del loro sudore riempie la stanza — acre, maschio, un tanfo di ascelle non lavate e di eccitazione repressa. Uno di loro si avvicina. Le sue dita inguantate mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la lampada.
«Io vado per primo,» dice. La voce è un latrato. «Voglio sentire come urla mentre glielo metto dentro.»
Il suo cazzo mi preme contro la fica. È spesso, tozzo, il glande gonfio che mi spinge contro le grandi labbra ancora umide del mio liquido di ieri. Spinge. Entra senza resistenza — la fica si apre, lo accoglie, lo risucchia dentro con un suono viscido. Un gemito mi esce dalla gola. Non solo dolore. Sotto il dolore, un brivido caldo. Un lampo che mi arriva direttamente nell'utero.
«La vacca si è bagnata,» ringhia lui. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tengono ferma contro il tubo. Le spinte iniziano — un martello che mi scava la fica con una furia meccanica, un ritmo da macchina perforatrice che mi fa sobbalzare contro il metallo. Il tubo sbatte contro la parete a ogni affondo. Le manette mi scavano i polsi. Le fascette mi segnano le caviglie.
Volkov è stato spinto in un angolo. Le sue braccia sono ancora ammanettate dietro la schiena, la sua faccia tumefatta, il labbro spaccato che sanguina di nuovo. Ma i suoi occhi azzurri mi fissano. Mi tengono. «Guardami, Sabina,» sussurra. La voce attraversa la stanza come un filo teso. «Non guardare loro. Guarda me. Io sono qui. Io sono con te.»
Lo guardo. I suoi occhi sono due fiamme gelide nel buio della stanza. E mentre il poliziotto mi scopa con quella furia meccanica, mentre la sua pancia sudata sbatte contro la mia, mentre i suoi testicoli mi schiaffeggiano il perineo — io guardo Volkov. Mi aggrappo a lui come a un'ancora.
«Allora, puttana? Dov'è Kaliningrad?» De Santis preme un pulsante.
La scossa mi fulmina.
Il dolore è un ago rovente che mi parte dai capezzoli e mi esplode nelle tettone, nelle costole, nella schiena. Urlo. Un urlo che non sembra umano — un verso animale, strozzato, che rimbalza sulle piastrelle bianche. Il corpo si contrae, la schiena si inarca, la fica si stringe intorno al cazzo del poliziotto con una forza che gli strappa un grugnito.
«Cazzo, la vacca mi sta mungendo!» Lui ride, accelera, spinge più forte. «Ancora! Dagli un'altra scossa!»
«Non prima che risponda.» De Santis si china su di me. Il suo alito puzza di caffè e denti marci. «Dove sono i depositi? Parla, troia, o premo di nuovo.»
«Non... non lo so... vi prego...» Le lacrime mi rigano il viso, colano sui capezzoli strizzati dalle pinze, si mescolano al sudore che mi copre il petto.
La seconda scossa è più forte. Più lunga. Un torrente di fuoco che mi attraversa le tettone, che mi brucia i capezzoli, che mi fa contrarre ogni muscolo del corpo. Urlo ancora — un urlo spezzato, rotto, che finisce in un singhiozzo. E sotto il dolore — inconfondibile, osceno — la fica pulsa. Si bagna. Cola un rivolo di liquido che scende lungo il cazzo del poliziotto e gli cola sui testicoli.
«Guarda! Guarda come si bagna!» urla un altro. La sua mano mi afferra una tettona — quella sinistra, quella con la pinza — e la stringe. Il metallo morde più forte il capezzolo, e il piacere si mescola al dolore in un cocktail che mi annebbia la vista. «Le piace! Le piace essere torturata!»
«Certo che le piace,» dice un terzo. Si è avvicinato, il cazzo in mano — lungo, sottile, il glande violaceo che gocciola. «È una vacca da monta. È stata addestrata a godere col dolore.» Le sue dita mi afferrano il mento. Mi aprono la bocca. Il suo glande mi preme sulle labbra, sa di sale e di sudore. «Apri, puttana. Apri la bocca.»
Obbedisco. Non so se perché voglio o perché non ho scelta. La sua nerchia mi entra in gola con un'affondata unica, mi riempie la bocca, mi blocca il respiro. Il suo sapore è aspro, acre, un concentrato di poliziotto sudata che mi riempie le narici e mi cola in gola.
Adesso sono impalata da entrambi i lati. Uno nella fica, uno in bocca. Due cazzi che mi scavano dentro con ritmi diversi, scoordinati, uno che entra mentre l'altro esce, uno che spinge mentre l'altro si ritrae. Le loro pance sudate premono contro di me, i loro peli pubici mi graffiano le labbra, il loro sudore mi cola sul viso.
E De Santis preme un altro pulsante.
La terza scossa è un lampo bianco. Il dolore mi esplode nei capezzoli, mi scende lungo lo sterno, mi si irradia nella fica. E la fica si stringe — una morsa, una pompa, un mungitore che risucchia il cazzo del primo poliziotto e gli strappa un urlo. Lui esplode dentro di me con un ruggito. Il suo sperma è una cascata bollente — denso, colloso, una colla bianca che mi riempie la fica e mi cola contro il collo dell'utero. Lo sento — ogni getto, ogni fiotto, ogni pompata del suo cazzo che spreme altro sperma dentro di me.
«Cazzo, mi ha munto! Mi ha svuotato le palle!» Si sfila con uno schiocco umido. Un fiotto di sperma mi cola fuori, mi scende sulle cosce, gocciola sulla grata. Lui si allontana, il cazzo ancora duro che gli pende umido tra le gambe.
Un altro prende il suo posto nella fica. Questo è più grosso — un palo venato, bollente, che mi entra dentro con un'affondata brutale. Le sue mani mi afferrano le cosce, mi sollevano leggermente, mi scopano contro il tubo con una furia animalesca. Il metallo sbatte contro il muro, le fascette mi segnano le caviglie, le manette mi scavano i polsi fino al sangue.
Intanto quello nella mia bocca continua a pompare. Le sue mani mi stringono i capelli, mi tengono ferma, mi spingono la testa contro il suo pube a ogni affondo. Il suo glande mi urta la gola, mi blocca il respiro, mi fa venire i conati. «Prendilo tutto, puttana! Prendilo tutto in gola!» Poi esplode. Il suo sperma mi riempie la bocca — una poltiglia densa, salata, che mi cola direttamente in gola. Deglutisco. Deglutisco ancora. Il suo sapore mi riempie lo stomaco, si mescola alla bile. Lui si sfila, e un rivolo di sperma mi cola dal mento, mi scende sul collo, si infila tra le tettone strizzate dalle pinze.
«Adesso tocca a me,» dice un terzo. Mi gira — le fascette mi bloccano le caviglie, ma lui mi piega in avanti, la schiena inarcata, il culo esposto. Il suo cazzo mi preme contro l'ano. Spinge. Entra con una lentezza da tortura — centimetro dopo centimetro, una dilatazione assurda che mi strappa un urlo strozzato. L'ano si apre, si dilata, lo risucchia dentro.
Adesso sono piena da entrambi i lati. Fica e culo. Due cazzi che mi scavano dentro, che sfregano l'uno contro l'altro attraverso la parete sottile di carne. Le spinte sono scoordinate, due ritmi diversi che mi fanno sobbalzare contro il tubo, che mi fanno urlare, che mi fanno colare sperma e liquido sulla grata.
Volkov non mi ha mai tolto gli occhi di dosso. «Brava, amore mio,» sussurra. La voce è un filo teso, ma caldo. «Resisti. Godi. Sei la mia vacca. Sei la mia sposa. Lascia che ti usino. Lascia che ti svuotino le palle addosso. Ogni goccia di sperma che ti riempie è un'offerta al nostro amore. Hai capito?»
«Sì... sì...» La voce mi esce in un rantolo rotto tra gli spasmi della gola.
De Santis ride. Il suo dito preme un altro pulsante. Un'altra scossa. Un altro urlo. Un altro orgasmo — perché la fica non distingue più tra dolore e piacere, perché le contrazioni mi stringono entrambi i cazzi e li mungono fino a farli esplodere. I due poliziotti vengono insieme — due getti bollenti, uno nella fica e uno nel culo, che mi riempiono, mi gonfiano, mi colano dentro e si mescolano e debordano.
Poi un quarto. Un quinto. Un sesto. Non li conto più. I loro cazzi si susseguono nella mia fica, nel mio culo, nella mia bocca. Le loro mani mi afferrano le tettone, le strizzano, fanno colare il sangue dai capezzoli morsi dalle pinze. Il loro sperma mi cola addosso — sulla schiena, sulle tettone, sul viso, sui capelli, sulle gambe. Sono un lago di sborra che respira.
Uno di loro — non so chi, non vedo più i volti dietro i passamontagna — si mette a cavalcioni sul mio petto. Il suo cazzo mi pende tra le tettone, e lui le stringe insieme, le unisce, ci infila la nerchia in mezzo. Una spagnola. Il glande mi sfrega i capezzoli strizzati dalle pinze, e il dolore si mescola al piacere in un cocktail che mi fa urlare. Lui spinge, geme, esplode. Lo sperma mi schizza sul mento, sul collo, sulle tettone. Un getto denso, bianchissimo, che si mescola ai rivoli di sangue e di sudore.
De Santis mi guarda. I suoi occhi porcini sono pieni di una gioia viscida. «Sei uno spettacolo, vacca. Sembri un dolce glassato. Un dolce di sborra e di sangue.» Le sue dita tozze mi afferrano il mento. Mi sollevano il viso verso di lei. «Adesso rispondi. Dove sono i depositi di Kaliningrad? Parla, o premo il pulsante per un minuto intero. Un minuto di corrente nelle tue mammelle. Ti immagini? Un minuto. Ti brucio i capezzoli fino a farteli cadere.»
«Non... non lo so...» La voce mi esce in un filo spezzato. «Vi prego... io non so niente...»
Il suo pollice preme il pulsante.
La quarta scossa è un inferno. Il dolore mi esplode nei capezzoli e non si ferma più — un torrente continuo di fuoco che mi scende lungo lo sterno, che mi brucia le tettone, che mi fa contrarre ogni muscolo del corpo in uno spasmo che non finisce. Urlo. Urlo fino a perdere la voce. Urlo fino a sentire il sapore del sangue in gola. La fica si stringe, si apre, cola un fiotto di liquido — non sperma, è mio, è un getto caldo e copioso che mi schizza sulle cosce, sulla grata, sui piedi dei poliziotti.
«Cazzo, ha sborrato!» urla uno. «La vacca ha sborrato senza essere toccata!»
«Ancora!» grida un altro. «Dalle un'altra scossa! Voglio vederla sborrare ancora!»
Volkov mi fissa. I suoi occhi azzurri sono due fiamme gelide nel buio. Le sue labbra si muovono — non sento le parole, non sopra le urla, non sopra il ronzio della corrente — ma leggo le sue labbra. Ti amo. Resisti. Godi. Sei mia.
E io godo. Contro ogni logica, contro ogni dolore, contro ogni umiliazione — la fica pulsa, si stringe, si apre, cola. Un altro orgasmo mi squassa il corpo, un altro getto acquoso mi schizza sulla grata. I poliziotti esultano. De Santis ride, un suono viscido che mi entra nelle orecchie e mi scende nell'utero.
Poi il buio.
Non svengo — è un blackout diverso, un blackout del tempo. Non so più quanti sono, non so più quanti cazzi mi hanno scopata, non so più quanto sperma mi cola addosso. So solo che a un certo punto le pinze si staccano. Le manette si aprono. Le fascette vengono tagliate.
Crollo a terra. Il cemento è gelido contro la schiena. Le tettone sono due masse pulsanti di dolore, i capezzoli violacei gonfi come due prugne. La fica cola sperma. Il culo cola sperma. La bocca sa di sborra e di sangue. Le lacrime mi hanno scavato solchi nel viso.
Sono un ammasso di carne usata. Un contenitore di sborra. Un buco che respira.
Sentivo dei passi. Sentivo la porta che si chiude. Sentivo le voci che si allontanavano. «La riprendiamo domani,» diceva De Santis. «Tanto non parlerà mai. Ma almeno ci divertiamo.»
Poi silenzio.
Poi due braccia mi sollevano. Un petto caldo contro la schiena. Un respiro affannoso contro l'orecchio. «Amore mio... amore mio... sei stata bravissima... sei stata una dea...»
Volkov mi stringe. Non so come abbia fatto a liberarsi dalle manette. Non so come abbia fatto a raggiungermi. So solo che mi tiene, che mi culla, che mi bacia la fronte sporca di sperma e di lacrime. Le sue labbra premono sulla mia pelle con una dolcezza che stride con tutto il resto.
«Ti amo, vacca tettona,» sussurra. «Ti amo più di qualsiasi cosa. Ce la faremo. Io e te. Insieme. Te lo prometto.»
Non ho la forza di rispondere. Ho solo la forza di rannicchiarmi contro il suo petto, di sentire il suo cuore battere contro il mio orecchio, di respirare il suo odore — sudore, sangue, cella, e sotto sotto, ancora, una traccia del suo dopobarba.
La porta della cella si chiude dietro di noi. Buio. Silenzio.
E le sue braccia che non mi lasciano.

