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55. La sesta tacca

La stanza puzza di ruggine e di vecchia urina. Le pareti sono piastrelle bianche macchiate di muffa nera, il pavimento è cemento grezzo con una grata di metallo al centro, e l'unica luce viene da un neon che ronza sopra la mia testa come un insetto morente. Mi hanno strappato via la gonna-tubo — le dita inguantate di nero che afferrano il cotone blu e tirano finché le cuciture non cedono con uno strappo secco. Adesso sono completamente nuda. Le tettone penzolano libere, i capezzoli già duri nell'aria gelida, la fica esposta e ancora umida dei liquidi della notte.

Due poliziotti mi spingono contro la parete. Mi legano le mani a un tubo dell'acqua che corre lungo il muro — corda ruvida che mi scava i polsi, braccia tirate sopra la testa, il corpo allungato e indifeso. Le gambe le lasciano libere, ma un terzo poliziotto mi divarica le cosce con uno spintone e mi lega le caviglie a due ganci sul pavimento. Sono in croce. Una crocifissione oscena, con le tettone che puntano verso il soffitto e la fica aperta, offerta, umida.

«La vacca è pronta, Agente De Santis.»

La sua risata arriva da dietro la porta. Un gorgoglio catarroso che riconoscerei ovunque. La poliziotta enorme entra nella stanza con la lentezza di una nave che entra in porto, le cosce che sfregano l'una contro l'altra, la divisa blu tirata su un corpo che trabocca in ogni direzione. Le sue dita tozze stringono un dispositivo che non ho mai visto prima — due pinze metalliche collegate da un filo elettrico a una scatoletta nera con una manopola.

«Bentornata, vacca tettona,» sussurra. I suoi occhi porcini brillano alla luce del neon. Le sue labbra si incurvano in un sorriso giallo, storto, pieno di un'avidità che mi fa pulsare la fica ancor prima che mi tocchi. «Oggi facciamo sul serio. Niente baci, niente coccole. Oggi ti faccio cantare. E per farti cantare...» Solleva le pinze. Le apre. Le avvicina ai miei capezzoli. «...ti attacco la corrente alle mammelle.»

Il metallo è gelido. Le pinze si chiudono sui capezzoli con uno scatto secco, è un morso freddo, preciso, che mi strappa un gemito. Le tettone pulsano, i capezzoli violacei si gonfiano tra le ganasce d'acciaio. De Santis indietreggia di un passo. Ammira la sua opera. Poi gira la manopola.

La scossa mi esplode nei capezzoli come un ago rovente.

Non è dolore — o almeno, non solo dolore. È una vibrazione elettrica che mi parte dalle punte dei seni e mi si propaga nelle ghiandole mammarie, nei dotti, nei lobuli, un formicolio assurdo che mi fa urlare e contrarre la schiena contro il tubo gelido. Le tettone ballano da sole, scosse da spasmi involontari, e la fica — la fica si apre come un fiore bagnato, cola un rivolo caldo che mi scende sulla coscia e gocciola sulla grata.

«Cazzo, guarda come gode,» ringhia un poliziotto. È il primo — quello con le spalle da armadio e il passamontagna nero, il cazzo già fuori dai pantaloni. È spesso, venato, il glande violaceo che gocciola. Si avvicina mentre De Santis tiene la manopola sulla prima tacca. Le sue mani mi afferrano i fianchi. «Adesso ti scopo, vacca. Ti scopo mentre la Agente ti frigge le mammelle.»

Spinge. Entra nella fica con un'affondata unica, brutale, il glande che mi urta il collo dell'utero come un ariete. Il gemito che mi esce è un suono che non riconosco — metà urlo, metà rantolo animale. La scossa elettrica si mescola alla penetrazione, il dolore e il piacere si fondono in un unico segnale che il mio cervello non sa più decifrare. Le sue spinte sono violente, ritmiche — un martello che mi scava la fica già bagnata, già aperta, già pronta.

«Ti piace, puttana?» La sua voce è un latrato. Le sue dita mi stringono i fianchi fino al livido.
«Ti piace essere scopata con le tettone sotto corrente?»

«Sì... sì... cazzo sì...» La voce mi esce in un rantolo rotto. Le parole non sono mie — sono del corpo, di questa carne che mi ha tradito, di questa fica che si stringe intorno al suo cazzo e lo munge come una pompa.

Seconda tacca. La scossa aumenta. I capezzoli sembrano sul punto di esplodere — un formicolio così intenso che mi fa vedere le stelle. Le tettone rimbalzano a ogni spinta, le pinze dondolano, i fili elettrici ballano nell'aria. E l'orgasmo monta — lo sento, quella marea nera che mi sale dal basso ventre, quel tremore che mi parte dalle cosce e mi invade la schiena.

Il poliziotto esplode dentro di me con un ruggito. Il suo sperma è una cascata bollente — denso, colloso, una colla bianca che mi riempie la fica e mi cola sulle cosce. Si sfila con uno schiocco umido. Un fiotto di sperma mi cola fuori, gocciola sulla grata.

«Prossimo!» urla De Santis.

Il secondo poliziotto è già pronto. È più magro, più alto, il cazzo lungo e sottile che punta verso di me come una lancia. Non mi scopa la fica — mi afferra i capelli, mi gira la testa di lato, mi apre la bocca con due dita. «Adesso ti scopo la gola, vacca. Voglio sentirti soffocare mentre la Agente ti frigge le tettone.»

Il suo cazzo mi entra in bocca senza preavviso. Il glande mi urta il palato, scivola sulla lingua, mi riempie la gola fino alle tonsille. Soffoco. Tossisco. La sua mano mi tiene ferma per i capelli mentre inizia a spingere — un ritmo brutale, un pistone che mi scava la bocca mentre De Santis gira la manopola sulla terza tacca.

L'elettricità mi esplode nei capezzoli con una violenza che non avevo mai provato. Non è più un formicolio — è una scossa vera, una frustata che mi fa contrarre ogni muscolo del corpo. Le braccia tirano le corde, le gambe scalciano contro i ceppi, la schiena si inarca contro il tubo. E in mezzo a questo inferno, il piacere. Un piacere assurdo, osceno, che mi fa stringere la fica a vuoto e mi fa colare altro liquido sulle cosce.

Il poliziotto mi sborra in gola. Un getto caldo, salato, che mi riempie la bocca e mi scende direttamente nello stomaco. Si sfila. La sua mano mi molla i capelli, e io tossisco, sputo, respiro affannosamente.

«Ancora!» urla De Santis. La sua voce è un gorgoglio eccitato. Le sue dita girano la manopola avanti e indietro — terza tacca, seconda, terza, quarta — le scosse mi arrivano a ondate, una tortura intermittente che non mi dà tregua.

Il terzo poliziotto è un uomo tozzo, peloso, la pancia che gli pende sulla cintura dei pantaloni mimetici. Il suo cazzo è corto ma spesso — un tappo di carne che mi punta contro l'ano. Si china, sputa sul mio buco, mi penetra con due dita per allargarmi. Poi spinge. Entra nel culo con una lentezza che mi fa urlare — centimetro dopo centimetro, una dilatazione assurda che mi riempie l'intestino mentre le scosse mi fanno tremare le gambe.

«Cazzo, è stretta!» ringhia. Le sue mani mi afferrano le natiche, le aprono. Le spinte iniziano — un ritmo lento, profondo, un ariete che mi scava il culo. De Santis ride. Gira la manopola sulla quarta tacca, e io urlo — un suono che rimbalza sulle piastrelle bianche, che fa vibrare il neon sopra la mia testa.

L'orgasmo mi esplode senza preavviso.

Non è un orgasmo — è una detonazione. Le contrazioni partono dal collo dell'utero e si irradiano nella fica, nell'ano, nelle cosce, nelle braccia legate. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla pancia, sulle gambe del poliziotto, sulla grata di metallo. Le scosse elettriche amplificano ogni contrazione, ogni spasmo, ogni getto — è come se l'elettricità avesse acceso un interruttore nel mio cervello, un interruttore che non si spegne più.

Il poliziotto mi sborra nel culo. Un getto bollente che mi riempie l'intestino, si mescola allo sperma di ieri, di questa mattina, di tutti i maschi che mi hanno già usata. Si sfila. Un fiotto di sperma mi cola fuori, gocciola sulla grata.

Il quarto poliziotto mi scopa la fica. Il quinto mi scopa la bocca. Il sesto si mette a cavalcioni sul mio petto — le sue cosce pelose mi stringono le tettone, il suo cazzo si infila tra i miei seni, e inizia a scoparmi le mammelle mentre De Santis ha staccato momentaneamente le pinze. Il glande mi sbatte contro il mento a ogni spinta, il suo respiro è un rantolo rauco.

«Spagnola, vacca! Ti faccio la spagnola con queste tettone da mucca!» Mi sborra sul collo, sul mento, sulle clavicole. Lo sperma caldo mi cola tra i seni mentre De Santis riattacca le pinze e torna a torturarmi.

Altri poliziotti. Non li conto più. I loro cazzi sono tutti diversi — lunghi, corti, spessi, curvi, circoncisi, non circoncisi — ma l'effetto è lo stesso. Mi riempiono, mi svuotano, mi riempiono di nuovo. La fica, il culo, la bocca, le tettone — ogni buco, ogni piega, ogni centimetro del mio corpo viene usato, scopato, inondato di sperma.

De Santis non smette un secondo. Le sue dita girano la manopola — su, giù, su, giù — le scosse mi arrivano a intervalli irregolari, una tortura imprevedibile che mi tiene sull'orlo dell'orgasmo senza mai farmi cadere del tutto. Ogni volta che sto per venire, lei abbassa la corrente. Ogni volta che l'orgasmo si ritira, lei la rialza.

«Canta, vacca!» urla. La sua voce è un gorgoglio isterico. «Dimmi dove sono i depositi di Kaliningrad e smetto! Dimmi chi sono i contatti di Volkov in Nord Africa e ti lascio venire!»

«Non... non lo so...» La voce mi esce in un rantolo. Le lacrime mi rigano il viso, si mescolano allo sperma che mi cola sulla bocca. «Vi prego... non lo so...»

«Non lo sai?» Gira la manopola sulla quinta tacca.
La scossa mi fulmina. È un dolore così intenso che la vista mi si annebbia. Le tettone si contraggono, i capezzoli violacei sembrano sul punto di staccarsi, le braccia tirano le corde fino a segnarmi i polsi di rosso. Urlo. Urlo così forte che la gola mi si graffia, che la voce mi si spezza. E sotto l'urlo — inconfondibile, osceno — un orgasmo. Un orgasmo così violento che mi fa sborrare a fontana, un getto che schizza sulla divisa di De Santis, sulle piastrelle, sui poliziotti che aspettano il loro turno.

«Cazzo!» urla uno di loro. «La vacca ha allagato la stanza!»

«È una fontana!» ride un altro.

«Ancora! Ancora! Voglio vederla sborrare di nuovo!»

De Santis gira la manopola sulla prima tacca. La scossa si affievolisce, ma le contrazioni non si fermano. La fica pulsa, si apre, si chiude, munge aria. Il liquido mi cola sulle cosce in un rivolo continuo. Il corpo non mi appartiene più — è un animale impazzito, una macchina di carne che risponde solo agli stimoli, che gode e urla e sborra senza controllo.

Il settimo poliziotto mi scopa. L'ottavo mi scopa. Il nono si masturba e mi sborra sulle tettone mentre De Santis tiene le pinze ferme sulla seconda tacca — una tortura costante, un ronzio di sottofondo che mi tiene sull'orlo dell'orgasmo senza mai farmi venire del tutto.

«Allora?» chiede De Santis. Le sue dita tozze mi afferrano il mento, mi girano il viso verso di lei. I suoi occhi porcini sono pieni di una gioia oscena. «Ti piace la nostra festa, vacca? Ti piace essere il cesso da sborra del reparto speciale?»

«Sì...» La voce mi esce in un rantolo. «Sì... mi piace...»

«Lo so che ti piace. Sei una troia. Una troia addestrata. Ma non sei ancora rotta del tutto. Non hai ancora parlato.» Le sue dita mollano il mio mento. Si rialza. Indietreggia verso la porta. «Facciamo una pausa. Dieci minuti. Poi torniamo con la sesta tacca. E vedremo se dopo la sesta tacca avrai ancora voglia di fare la dura.»

La porta si chiude alle sue spalle. I poliziotti restano — due, tre, quattro — i loro cazzi ancora duri, le loro mani che mi toccano, mi palpano, mi stringono. Le pinze elettriche mi pendono dai capezzoli, il filo penzola, la scatoletta nera è ancora accesa sulla prima tacca. Un ronzio leggero, un formicolio costante che mi tiene sveglia, eccitata, sull'orlo delle lacrime e dell'orgasmo.

Sono ancora legata al tubo. Le braccia mi fanno male, i polsi sono segnati di rosso, le gambe tremano. Il corpo è coperto di sperma, di sudore, del mio stesso liquido. La fica cola, il culo cola, la bocca sa di sborra. Le tettone pulsano — due masse di carne gonfie e ipersensibili, i capezzoli violacei che sembrano due piccole melanzane mature sotto le pinze d'acciaio.

E nonostante tutto — il dolore, l'umiliazione, la paura — la fica si apre. Si bagna. Aspetta.

Perché il corpo sa che tra dieci minuti torneranno. E il corpo non vede l'ora.

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