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56. Puntine da disegno per le tettone

Il corridoio questa volta è più lungo. O forse è solo la paura che dilata il tempo. I due poliziotti in passamontagna mi trascinano per le ascelle, le piante dei piedi scalzi che strisciano sul cemento gelido. La camicia blu è ancora aperta, le tettone che ballano a ogni passo, i capezzoli ancora gonfi e sensibili dopo la tortura di ieri. La gonna-tubo è incastrata sui fianchi come una fascia elastica, il pube nudo esposto all'aria umida del corridoio.

La porta che si apre è diversa da quella dell'interrogatorio precedente. Più piccola. Più pesante. L'odore che ne esce è un misto di ruggine, sudore vecchio e qualcosa di metallico che mi fa contrarre lo stomaco.

La stanza è un cubo di cemento grezzo. Tubi dell'acqua corrono lungo le pareti come serpenti di ferro arrugginito, e al centro, appeso al soffitto, un altro tubo orizzontale con ganci e catene che penzolano nel vuoto. Il pavimento è una grata di metallo, sotto la grata uno scarico scuro che puzza di fogna. Luci al neon che ronzano, una lampada da cantiere puntata su un punto preciso del pavimento.

E in quel punto mi spingono.

La De Santis è già lì. La sua montagna di carne molle trabocca da una sedia di ferro, le cosce enormi che si allargano sotto la gonna blu, le tettone colossali che premono contro la camicia come due massi di lievito. I capelli unti sono tirati nella solita crocchia, gli occhi porcini che mi percorrono con una lentezza famelica. Intorno a lei, un nugolo di poliziotti — sei, forse sette, tutti in passamontagna neri, tutti a petto nudo adesso, i torsi massicci che gocciolano sudore nell'afa della stanza.

«La vacca è arrivata,» gorgoglia De Santis. Le dita tozze tamburellano sul bracciolo della sedia. «Legatela al tubo. E legatele anche le mammelle. Strette. Voglio che diventino viola.»

Due poliziotti mi afferrano per le braccia. Mi alzano come un sacco, mi spingono contro il tubo orizzontale. Sento il ferro gelido premermi sulla schiena nuda, sulle scapole, sulla colonna vertebrale. Un brivido mi corre lungo la pelle sudata. Mi legano i polsi sopra la testa con una corda ruvida che mi scava i polsi, poi le caviglie ai due ganci sul pavimento, le gambe aperte, la fica esposta. La gonna-tubo si strappa del tutto — un ultimo brandello di stoffa che cade sulla grata.

Poi prendono la corda per le tettone.

È una corda sottile, di canapa grezza, piena di schegge. Il poliziotto me la passa intorno alla base della tettona sinistra, poi tira. La carne si comprime, si gonfia, diventa una sfera violacea che pulsa a ogni battito del cuore. Il capezzolo schizza fuori come un nocciolo di ciliegia, duro, scuro, quasi nero. L'altro poliziotto fa lo stesso con la destra. La corda mi stringe la base di entrambe le mammelle, le trasforma in due mongolfiere di carne tesa, la pelle così tirata che sembra sul punto di scoppiare.

Il dolore è un incendio che mi parte dal petto e mi si irradia nelle spalle, nel collo, nella mascella. Ma sotto l'incendio — inconfondibile, oscena — l'eccitazione. La fica mi si apre. Cola. Il rivolo caldo mi scende sulla coscia e gocciola sulla grata.

De Santis si alza. La sedia geme. I suoi passi sono lenti, pesanti, le cosce che sfregano con un fruscio di stoffa sudata. Si avvicina a un tavolo di metallo dove sono allineati strumenti — non coltelli, non tenaglie. Bacchette di bambù. Sottili, flessibili, lunghe una trentina di centimetri. Ne prende un fascio, lo distribuisce ai poliziotti.

«Frustatele le mammelle,» ordina. La voce è un gorgoglio soddisfatto. «Voglio vederle diventare rosse. Poi viola. Poi nere. Voglio che la vacca senta ogni colpo nella fica.»

Il primo colpo arriva senza preavviso. La bacchetta fischia nell'aria e si abbatte sulla tettona sinistra con uno schiocco secco. La carne tesa vibra, il capezzolo oscilla, una striscia rossa mi fiorisce sulla pelle. Un gemito mi esce dalla gola — non solo dolore. La fica pulsa.

Secondo colpo. Terzo. Quarto. I poliziotti si dispongono intorno a me, due davanti, due ai lati, e iniziano a fustigarmi le tettone con un ritmo sincopato. Le bacchette si abbattono da ogni direzione — sinistra, destra, dall'alto, diagonali. Ogni colpo è una frustata di fuoco che mi lascia una striscia rossa, poi un'altra, poi un'altra ancora. La pelle si infiamma, le tettone diventano due masse violacee coperte di striature che si incrociano come una ragnatela di fuoco. I capezzoli sono due punte gonfie, scure, che pulsano a ogni impatto.

E la fica cola. Non riesco a fermarla. Il liquido mi scende sulle cosce, gocciola sulla grata, forma una pozza scura sul metallo. I poliziotti lo vedono. Ridono. «La vacca gode!» urla uno.

«Guardate come si bagna mentre la frustiamo!»

«È una troia rotta,» dice un altro. Il suo cazzo preme contro i pantaloni mimetici, una mazza dura che lui si massaggia con la mano libera mentre con l'altra continua a colpirmi. «Sente dolore e le si apre la figa. Sente le bacchette e sborra.»

De Santis si avvicina. La sua mano grassoccia mi afferra il mento, mi solleva il viso. «Ti piace, vacca? Ti piace quando ti frustano le tettone?»

«Sì...» La voce mi esce in un rantolo. «Sì... mi piace...»

«Certo che ti piace.» Sorride. I denti gialli brillano sotto il neon. «Ma non abbiamo ancora finito. Anzi, abbiamo appena cominciato.»

Le bacchette si fermano. Le tettone sono due masse informi, violacee, coperte di striature rosse che si stanno già gonfiando in lividi. Il dolore è un ronzio costante, una vibrazione che mi parte dai capezzoli e mi arriva direttamente all'utero.

De Santis torna al tavolo. Prende qualcosa — un oggetto metallico, piccolo, con due pinze alle estremità collegate a un filo elettrico. Una morsettiera. La collega a una batteria portatile, poi si avvicina. Le sue dita tozze aprono la pinza, la avvicinano al capezzolo sinistro.

«Questo è un elettrostimolatore,» spiega con voce didattica, quasi annoiata. «Lo usiamo per gli interrogatori difficili. Sulle palle, di solito. Ma sulle tettone...» La pinza si chiude sul capezzolo violaceo. Il metallo è freddo, dentellato, morde la carne gonfia con una pressione che mi fa urlare. Poi gira una manopola.

La scossa mi esplode nel petto.

Non è dolore — è qualcosa di diverso. È una vibrazione elettrica che mi parte dal capezzolo e mi si irradia nella tettona, nel torace, lungo lo sterno fino alla fica. I muscoli si contraggono da soli — la pancia, le cosce, le grandi labbra che pulsano a ogni impulso elettrico. Il clitoride si gonfia, esce dal cappuccio, si espone all'aria umida. Sborro. Un getto caldo, copioso, che mi schizza sulle cosce e sulla grata.

«Cazzo, ha sborrato!» urla un poliziotto. «La scossa l'ha fatta venire!»

De Santis ride. Attacca la seconda pinza all'altro capezzolo, gira la manopola più forte. La corrente mi attraversa le tettone, rimbalza da un capezzolo all'altro, crea un circuito di piacere e dolore che mi fa contrarre la schiena contro il tubo. Le corde mi scavano i polsi. Le gambe tremano. Un altro getto — più debole, acquoso — mi schizza sulla pancia.

«Brava vacca. Brava. Ma non è ancora abbastanza.» Stacca le pinze. I capezzoli fumano — o forse è solo un'illusione, il fantasma della corrente che continua a pulsare. Torna al tavolo.

Prende dei rotoli di nastro adesivo argentato e una scatola di puntine da disegno — quelle con la testa piatta colorata, da bacheca. Le rovescia sul tavolo, poi inizia a premerle una a una sul lato adesivo del nastro, creando una striscia irta di punte metalliche.

«Sai cos'è questo, vacca?» Mi mostra il nastro. Le puntine luccicano sotto il neon, decine di piccoli aghi argentati. «È il mio giocattolo preferito. Adesso te lo metto sulle tettone. A forma di X. Con l'incrocio proprio sul capezzolo.»

Le sue dita mi afferrano la tettona sinistra. La corda l'ha resa dura, tesa, una sfera di carne violacea che pulsa. De Santis appoggia il primo nastro in diagonale — le puntine mi graffiano la pelle infiammata, la perforano, si conficcano nella carne tesa. Un bruciore diffuso, decine di micro-strappi che mi fanno stringere i denti. Poi il secondo nastro, nell'altra diagonale. La X si chiude sul capezzolo — l'incrocio preme, le puntine circondano il nocciolo violaceo come una corona di spine. Il dolore è un ago che mi trapassa il petto.

Ripete sulla destra. Stessa procedura. Stessa X. Stessa corona di puntine intorno al capezzolo. Le due tettone adesso sono due trofei torturati — viola, striate di rosso, con due X argentate che brillano sotto la luce al neon. Ogni respiro fa muovere i nastri, e le puntine mi graffiano la carne a ogni espansione del torace.

«Adesso,» dice De Santis tornando alla sedia, «scopatela. Palpatele le tettone mentre la scopate. Voglio che le puntine le entrino nella carne. Voglio che senta ogni spinta nella fica e ogni puntina nelle mammelle.»

I poliziotti si muovono come un branco. Due davanti, due dietro. I cazzi sono già fuori — mazze dure, venate, i glandi violacei che gocciolano. Quello davanti mi afferra i fianchi, mi solleva appena, mi infila il cazzo nella fica con un'affondata unica. La dilatazione è brutale — la fica è già bagnata, già aperta, ma la sua nerchia è enorme, mi riempie fino al collo dell'utero con una pressione che mi fa urlare. Quello dietro si infila tra me e il tubo, mi spinge le natiche da parte, preme il glande sull'ano. Spinge. Entra. Due cazzi dentro di me — fica e culo, pieni, dilatati, due pali di carne bollente che mi scavano da entrambi i lati.

E poi le mani. Le mani sulle tettone.

Il palpeggiamento inizia subito. I due poliziotti ai lati mi afferrano le tettone, le stringono, le strizzano con forza. Le loro dita premono sul nastro adesivo, spingono le puntine più a fondo nella carne infiammata. Ogni pressione è una fitta che mi trapassa il petto. Ogni strizzata fa penetrare le puntine di un altro millimetro. La pelle cede, si lacera in decine di micro-ferite da cui escono goccioline di sangue che si mescolano al sudore.

Eppure.

Eppure la fica pulsa. Il culo stringe. Le contrazioni partono dal collo dell'utero e si irradiano nelle gambe, nella schiena, nelle braccia legate sopra la testa. Il dolore e il piacere si fondono in un unico segnale che il mio cervello non sa più decifrare. È tutto la stessa cosa — le puntine, i cazzi, le spinte, le mani che mi strizzano, i capezzoli che bruciano sotto la corona di aghi.

«Ti piace, vacca?» grugnisce il poliziotto davanti. Le sue spinte accelerano, il suo pube sbatte contro il mio, i suoi testicoli mi schiaffeggiano il perineo. «Ti piace essere la nostra puntaspilli?»

«Sì... cazzo sì...» La voce mi esce in un urlo rotto.

«Stringile ancora le tettone!» ordina De Santis. «Voglio vedere il sangue che cola sulle puntine!»

Le mani sui miei seni stringono più forte. Le dita affondano nella carne violacea, i palmi premono sui nastri argentati, le puntine mi perforano la pelle, entrano, scavano. Il dolore è un'esplosione bianca che mi annebbia la vista. Ma sotto il dolore — l'orgasmo. Non uno solo — una sequenza, una catena di contrazioni che non si fermano più. Sborro. Un getto caldo sulla pancia del poliziotto davanti. Ancora. Un altro getto sulle sue cosce. Ancora. La fica munge il suo cazzo, si stringe, si apre, si stringe di nuovo.

Quello dietro mi scava il culo con spinte sempre più violente, il suo cazzo che sfrega contro la parete vaginale attraverso la membrana sottile che separa i due canali. Sento entrambi — due presenze massicce che si muovono dentro di me, che mi riempiono, che mi svuotano il cervello.

«Cazzo, la vacca sta venendo senza fermarsi!» urla uno dei poliziotti ai lati. Le sue dita mi strizzano la tettona destra, le unghie affondano nel nastro, le puntine mi graffiano i capezzoli. «Sembra un motore! Sembra una pompa!»

«Sborra! Sborra, puttana!» grida De Santis. La sua voce è un gorgoglio eccitato. «Allaga la grata! Voglio vedere il tuo liquido che cola nello scarico!»

L'orgasmo non si ferma. È uno stato continuo — non picchi, non valli, solo un altopiano di piacere e dolore che mi squassa il corpo. Le contrazioni mi stringono entrambi i cazzi, li mungono, li succhiano dentro. I due poliziotti esplodono insieme — due getti bollenti, uno nella fica e uno nel culo, che mi riempiono, mi gonfiano, si mescolano e debordano. Lo sperma mi cola sulle cosce, sulla grata, nello scarico.

Ma non si fermano. Continuano a scoparmi. I cazzi sono ancora duri — forse il viagra, forse l'eccitazione, forse la violenza del momento. Le mani sulle tettone continuano a stringere, a premere, a spingere le puntine sempre più a fondo. Il sangue mi cola dai capezzoli in rivoli sottili che si mescolano al sudore e allo sperma.

E io godo. Godo come non ho mai goduto. Ogni puntina è un punto di piacere. Ogni spinta è un terremoto. Ogni goccia di sangue è un'offerta. Sono la vacca. Sono la puntaspilli. Sono la puttana che gode mentre la torturano.

De Santis si alza. Si avvicina. Le sue dita tozze mi afferrano il mento, mi girano il viso verso di lei. «Guardami, vacca. Voglio vedere i tuoi occhi mentre vieni.»

La guardo. I suoi occhi porcini brillano di un piacere che riconosco — è il mio stesso piacere, la stessa fame di carne e dolore e umiliazione. Le sue labbra premono sulle mie — un bacio bavoso, la lingua che mi invade la bocca mentre i poliziotti continuano a scoparmi e a strizzarmi le tettone.

«Ti amo, vacca tettona,» sussurra sulle mie labbra. «Ti amo, puntaspilli. Ti amo, troia torturata. Vorrei tenerti qui per sempre. Vorrei farti godere così ogni giorno.»

L'orgasmo continua. Le puntine mi trafiggono. I cazzi mi riempiono. La sua lingua mi scava la bocca. E io non sono più Sabina — sono un corpo, un buco, un contenitore di dolore e piacere che gode senza sosta.

E non voglio che finisca.

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