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57. Tre lingue per le tettone martoriate

Il sapore del ferro mi riempie la bocca. Non è il mio sangue — è il metallo della grata sotto di me, l'odore della ruggine che si mescola a quello del sudore e dello sperma. Le puntine mi pulsano nei capezzoli a ogni battito del cuore, un'intera costellazione di aghi che mi trafigge le tettone a ogni respiro. I due poliziotti continuano a scavarmi dentro — la fica, il culo — due pistoni di carne bollente che non accennano a fermarsi.

Poi De Santis si stacca dalle mie labbra. La sua lingua lascia una scia di saliva che mi cola sul mento, e i suoi occhi porcini brillano di un'intenzione che mi fa contrarre lo stomaco.

«Lombardi. Rinaldi.» La sua voce è un gorgoglio catarroso. «Venite qui. Guardate che spettacolo.»

Le due poliziotte si materializzano ai lati della sedia di ferro. Sono ancora sudate, le divise blu in disordine — la gonna di Lombardi è storta, la camicia di Rinaldi ha perso un bottone e lascia intravedere un reggiseno bianco teso come una vela. I loro occhi piccoli e lucidi si inchiodano sulle mie tettone.

«Cazzo, De Santis,» mormora Lombardi. La sua voce è un fischio roco. «Le hai messo le puntine.»

«Gliele ho messe a X. Con l'incrocio sul capezzolo.» De Santis sorride. I denti gialli luccicano sotto il neon. «E adesso voglio che gliele lecchiate.»

Rinaldi ride — un suono viscido, complice. «Lecchiamo le puntine?»

«Lecchiamo tutto. Le puntine, le tettone, il sangue. Voglio che la vacca senta le vostre lingue sulle ferite mentre i maschi la scopano.»

Lombardi non aspetta un secondo ordine. La sua montagna di carne si inginocchia alla mia sinistra, le cosce enormi che premono contro le mie gambe legate, e le sue labbra molli si posano sulla tettona torturata. La lingua — calda, ruvida, enorme — parte dalla base della mammella e risale lentamente verso il capezzolo. Sento ogni papilla che scivola sulla pelle infiammata, ogni centimetro di carne violacea che viene percorso da quella lingua viscida.

Quando arriva alle puntine, non si ferma. Le lecca. Le sue papille gustative si impigliano nelle punte metalliche, le muovono, le fanno vibrare dentro la carne. Il dolore è un ago che mi trapassa il petto — ma sotto l'ago, la fica pulsa. Si stringe intorno al cazzo del poliziotto che mi sta scopando, lo munge, lo succhia.

Rinaldi si inginocchia a destra. La sua testa si china, le labbra premono sulla tettona destra. Anche lei parte dalla base — un bacio bavoso sulla carne violacea, poi la lingua che risale, che traccia le striature rosse delle bacchettate, che si infila negli spazi tra un livido e l'altro.

Quando raggiunge le puntine, ride — una vibrazione che mi si trasmette direttamente nel capezzolo. «Sa di metallo,» mormora contro la mia carne. «Sa di sangue e di ferro. Mi piace.»

De Santis rimane in piedi davanti a me. Le sue dita tozze mi afferrano il mento, mi tengono il viso sollevato. «Guardami, vacca. Voglio vedere i tuoi occhi mentre le mie amiche ti leccano le ferite.»

La guardo. I suoi occhi porcini sono due fessure lucide, piene di un piacere che riconosco.

La sua mano libera scende sulla sua stessa tettona — quella massa di carne che trabocca dalla divisa — e inizia a strizzarsela. Lentamente. Le dita affondano nella stoffa blu, la torcono, la tirano. Il capezzolo — enorme, scuro — preme contro il tessuto come un nocciolo.

«Ti piace, vero?» sussurra. «Ti piace essere la nostra puntaspilli. La nostra bambola da tortura. La nostra vacca da mungere.»

Lombardi succhia. Le sue labbra molli avvolgono il capezzolo sinistro, le puntine le graffiano la lingua — la vedo trasalire, un fremito che le scuote le spalle massicce — ma non si ferma. Succhia più forte. Il sangue le cola agli angoli della bocca in due rivoli sottili che le scendono sul mento, sul collo, nella scollatura della divisa. La sua lingua muove le puntine, le fa ruotare dentro la carne, e ogni movimento è uno strappo minuscolo, una lacerazione che mi manda una scossa di piacere direttamente nell'utero.

Il poliziotto che mi scopa la fica accelera. Le sue mani mi afferrano i fianchi più forte, le dita mi scavano la carne, e le spinte diventano una martellata unica, brutale, un ariete che mi colpisce il collo dell'utero a ogni affondo. L'altro — quello nel culo — geme, un suono strozzato dal passamontagna, e affonda più a fondo, il suo cazzo che mi dilata l'intestino mentre la fica è già piena, già invasa, già scossa dalle contrazioni.

«La vacca stringe!» ringhia quello davanti. «Cazzo, come stringe! Sembra una morsa!»

«Sente le lingue sulle puntine e le si chiude la figa,» ride l'altro. «È una troia rotta. Una troia che gode col dolore.»

Rinaldi morde. I suoi denti — quelli gialli, quei denti che ho già sentito sulla mia bocca — adesso premono sul capezzolo destro. Non abbastanza da staccarlo. Abbastanza da farmi urlare. Le puntine affondano di un altro millimetro, la pelle cede, il sangue caldo le cola direttamente in bocca. Lei geme mentre lo beve — un suono animalesco, soddisfatto.

«Sa di latte,» mormora. La sua voce è ovattata, la bocca ancora piena. «Sa di latte e di sangue. Come una vacca appena munta.»

De Santis si china. La sua faccia enorme mi riempie la visuale — le guance flaccide, i pori dilatati, l'alito che sa di caffè e di denti marci. Poi mi bacia. La sua lingua mi invade la bocca, si attorciglia alla mia, mi trasmette il sapore del mio stesso sudore. Le sue dita mi mollano il mento e scendono — sulle mie tettone, sopra le teste di Lombardi e Rinaldi. Le sue unghie mangiate si inseriscono tra i nastri argentati, sotto il bordo del nastro adesivo, e tirano.

Il nastro si solleva di un millimetro. Le puntine escono dalla carne con uno schiocco umido, una dopo l'altra, un rosario di micro-strappi che mi fanno urlare nella sua bocca. Ma insieme al dolore — insieme, mescolato, indistinguibile — c'è il piacere. La fica esplode. Le contrazioni mi stringono il cazzo del poliziotto, lo mungono, lo succhiano dentro. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla pancia dell'uomo e gli cola sulle cosce.

«Cazzo, ha sborrato di nuovo!» urla lui. «La vacca è una fontana!»

De Santis ride nella mia bocca. La sua lingua si ritira, e lei si rialza. Le sue dita hanno staccato il primo nastro — la X argentata le pende dalle unghie, le puntine ancora luccicanti di sangue. La mia tettona destra è libera. La pelle è una ragnatela di minuscoli fori scuri, ogni foro che pulsa, ogni foro che cola una goccia di sangue che si mescola al sudore e alla saliva di Rinaldi.

Rinaldi si butta su quella carne martoriata. La sua bocca copre un'intera zona di fori, succhia, beve, la sua lingua che scava le micro-ferite e ne tira fuori altro sangue. Lombardi ancora al sinistro — le sue labbra molli continuano a succhiare attraverso il nastro, le puntine che le perforano la lingua adesso, e lei geme, geme, geme. Il suo corpo enorme trema. Una mano le scende tra le cosce — la vedo, vedo le sue dita tozze che si infilano nella gonna, che trovano la fica, che iniziano a sfregare.

De Santis stacca anche il secondo nastro. La tettona sinistra è libera. Stessa ragnatela di fori, stesso sangue che cola, stesso capezzolo violaceo che pulsa come un cuore esposto.
«Adesso,» ordina De Santis, «voglio che le lecchiate via tutto il sangue. Ogni goccia. Ogni forellino. Voglio che quando avete finito, le sue tettone siano pulite. Pulite di sangue, intendo — il sudore e lo sperma li lascio volentieri.»

Lombardi e Rinaldi eseguono. Le loro lingue diventano forsennate, due lambite umide che percorrono ogni centimetro di carne, che si infilano in ogni foro, che succhiano ogni goccia di sangue. Il loro respiro si fa più pesante, più affannato — si eccitano, si stanno facendo venire mentre leccano il mio sangue. Le loro dita si muovono nelle loro fiche, le loro cosce enormi tremano, i loro gemiti si mescolano in un duetto osceno che riempie la stanza di piastrelle bianche.

E i poliziotti scopano. Continuano a scoparmi. Senza tregua, senza pietà. Due cazzi che mi scavano dentro da entrambi i lati, due pistoni che mi riempiono, che mi svuotano il cervello.

Le contrazioni non si fermano — è un unico orgasmo prolungato, un altopiano di piacere e dolore che mi fa urlare e sborrare e urlare ancora.

«Cazzo, sto per venire,» grugnisce quello nella fica. Le sue spinte diventano un martellamento incontrollato. «Prendi la sborra, vacca! Prendila tutta!»

Esplode. Il suo sperma mi riempie la fica — un getto bollente, densissimo, che si mescola al mio liquido e mi cola sulle cosce, sulla grata, nello scarico. Quello nel culo lo segue un secondo dopo — un altro getto, stavolta nell'intestino, una colla calda che mi gonfia e mi cola fuori mentre lui si sfila con uno schiocco.

Ma i poliziotti sono sei. O sette. E due di loro sono già pronti a sostituirli.

Quello davanti mi afferra i fianchi e mi penetra la fica ancora piena di sperma — un'affondata umida, viscida, il suo cazzo che scivola nella poltiglia calda del suo compagno. Quello dietro mi preme il glande sull'ano, spinge, entra — il mio buco è già dilatato, già bagnato, lo accoglie senza resistenza.

Lombardi e Rinaldi ancora sulle tettone. Le loro lingue non si sono mai fermate. Adesso i fori sono puliti — il sangue è sparito, sostituito dalla loro saliva che luccica sotto il neon — ma loro continuano a leccare, a succhiare, a mordicchiare. I miei capezzoli sono due punte violacee, ipersensibili, che pulsano a ogni passata di lingua. Ogni suzione è una scossa che mi arriva direttamente nell'utero.

De Santis si è seduta di nuovo sulla sedia di ferro. Le sue dita sono ancora nella sua fica — la vedo, vedo la sua mano tozza che si muove sotto la gonna blu. La stoffa si gonfia, si deforma, tradisce il movimento furioso delle sue dita. I suoi occhi porcini sono fissi su di me — sul mio corpo sospeso tra i tubi, sulle tettone leccate, sui cazzi che mi scavano.

«Brava vacca,» gorgoglia. La sua voce è un rantolo. «Brava puntaspilli. Brava troia sanguinante. Adesso voglio che vieni ancora. Voglio che allaghi la grata. Voglio che i miei poliziotti scivolino nella tua sborra.»

Le parole mi esplodono nella fica. Non è un orgasmo — è una detonazione. Le contrazioni mi squassano il corpo intero, le gambe tremano contro le corde, le braccia tirano i polsi legati sopra la testa. Sborro — un getto così potente che mi schizza fino alla sedia di De Santis, le arriva sulle ginocchia, sulla gonna blu. Lei ride, una risata catarrosa, e si lecca le dita.

Lombardi e Rinaldi vengono insieme — lo sento dai loro gemiti, dal tremore delle loro schiene massicce, dal modo in cui le loro bocche si staccano per un istante dalle mie tettone mentre i loro corpi sono scossi dall'orgasmo. Poi si ributtano sulla mia carne. Continuano a leccare. Continuano a succhiare. Le loro lingue adesso sanno di sangue, di sudore, di me.

I due poliziotti accelerano. Sfondano. Martellano. Stantuffano. E intanto altri si avvicinano — sento le loro mani sulla pancia, sulle cosce, sulle braccia legate. Dita inguantate mi afferrano le tettone, le strizzano sopra le teste di Lombardi e Rinaldi, le offrono alle loro bocche come si offre un frutto maturo. Le tre poliziotte adesso sono tutte intorno al mio petto — De Santis si è inginocchiata tra Lombardi e Rinaldi, la sua bocca enorme si è unita alle loro, tre lingue che leccano la stessa tettona, tre bocche che succhiano lo stesso capezzolo, tre donne che gemono e si toccano mentre bevono il mio sangue e la mia saliva.

«Ti amo, vacca,» sussurra Lombardi contro il mio capezzolo.

«Ti amo, puntaspilli,» sussurra Rinaldi.

«Ti amo, troia sanguinante,» sussurra De Santis.

I poliziotti esplodono insieme — due getti, fica e culo, un'ennesima colata di sperma bollente che mi riempie e mi straborda. E io vengo — ancora, ancora, ancora. Non so più quante volte. Non so più il mio nome. So solo che ci sono tre lingue sulle mie tettone martoriate, tre donne che bevono il mio sangue e la mia sborra, tre vacche grasse che mi amano e mi torturano e mi fanno godere.

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