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58. Le carezze delle macellaie

Il giorno dopo di nuovo la stessa tortura …

… le lingue arrivarono senza preavviso …
Ero ancora sospesa al tubo, le braccia legate sopra la testa, le caviglie divaricate sui ganci del pavimento, due cazzi che mi scavavano dentro — uno nella fica, uno nel culo — quando sentii il primo tocco umido sul capezzolo sinistro. De Santis si era staccata dalle mie labbra, e adesso la sua bocca era calata sulla tettona martoriata. La sua lingua — quella lingua molle, viscida, che sapeva di caffè vecchio — passò sopra una delle puntine conficcate nella carne. Il metallo si mosse, la punta grattò un millimetro più a fondo, e il dolore esplose come una stella bianca dietro i miei occhi.

Ma lei leccò di nuovo. E il dolore diventò un'altra cosa.

«Cazzo, che sapore,» gorgogliò De Santis. La sua lingua tracciò un solco tra due file di puntine, raccogliendo sangue e sudore e quell'essenza metallica che il nastro adesivo lasciava sulla pelle. «Sa di vacca e di ferro. È il mio sapore preferito.»

Lombardi e Rinaldi non aspettarono un invito. Le sentii inginocchiarsi ai miei lati, le loro masse di carne molle che premevano contro i miei fianchi. Le divise blu erano sparite — quando si fossero spogliate non lo sapevo, forse mentre De Santis mi baciava. I loro corpi enormi, bianchi, cosparsi di vene violacee e smagliature, si incollarono ai miei. Sudore contro sudore. Pelle contro pelle martoriata.

Rinaldi attaccò la tettona destra. La sua lingua era più ruvida — una raspa umida che passò sopra la X di nastro argentato, schiacciando le puntine nella carne gonfia. Il gemito che mi uscì fu risucchiato dalla bocca di Lombardi, che mi aveva afferrato il mento e mi stava baciando con una fame viscerale, la lingua che mi scavava la gola mentre le sue dita tozze mi stringevano la nuca.

«Brava vacca,» mormorò Lombardi sulle mie labbra. La sua saliva sapeva di qualcosa di dolciastro, un retrogusto di cipria e di desiderio. «Adesso le mie amiche ti ripuliscono le mammelle. Le hai sporche di sangue e di sudore. Dobbiamo leccarle per bene.»

De Santis succhiò. Le sue labbra si chiusero intorno al capezzolo sinistro — quel nocciolo violaceo, gonfio, circondato dalla corona di puntine — e aspirarono con una pressione costante, ritmica, una pompa lenta che mi fece inarcare la schiena contro il tubo gelido. Le puntine più vicine alla sua bocca si mossero, grattarono la carne, e il sangue colò in un rivolo sottile che lei raccolse con la punta della lingua. Poi spinse la lingua direttamente su una puntina, la premette più a fondo, e succhiò di nuovo.

Il poliziotto davanti accelerò le spinte. Il suo cazzo mi scavava la fica con un ritmo brutale, il glande che urtava il collo dell'utero a ogni affondo. Quello dietro mi teneva i fianchi con le dita che affondavano nella carne, e il suo cazzo nel culo si muoveva in sincronia con quello davanti — quando uno entrava, l'altro usciva, due pistoni gemelli che mi riempivano completamente.

«La vacca è stretta lo stesso,» grugnì quello davanti. Il suo pube sbatteva contro il mio.

«Anche con tre troie che le leccano le tettone, senti come stringe?»

«Sì, sento tutto,» rispose quello dietro. Le sue dita premettero sulle mie natiche, allargandole ancora di più. «Sento la tua nerchia attraverso la parete. E sento le puntine che mi grattano quando lei si contrae.»

Rinaldi smise di leccare per un istante. Sollevò la testa, il mento lucido di sangue e saliva, e guardò De Santis. «Ha il capezzolo che sembra una fragola. Glielo mordo?»

«Piano,» rispose De Santis. La sua voce era un gorgoglio rauco. «Mordilo piano. Voglio vederla urlare nella bocca di Lombardi.»

I denti di Rinaldi si chiusero sul mio capezzolo destro. Non era un morso violento — era una pressione costante, un assaggio, una minaccia. Le sue labbra premevano sulle puntine intorno all'areola, schiacciandole, mentre i suoi incisivi affondavano nella carne gonfia con una lentezza da tortura. Il dolore esplose — una fitta che mi trapassò la tettona e si irradiò nella spalla, nel collo, nella mascella. Ma sotto il dolore, inconfondibile, la fica si strinse intorno al cazzo del poliziotto davanti. Lui lo sentì. Grugnì, spinse più a fondo, il glande premette contro il collo dell'utero.

«Cazzo, la troia ha stretto! Mordila ancora!»

Rinaldi obbedì. Questa volta i denti affondarono sul serio — un morso pieno, umido, che mi strappò un urlo strozzato nella bocca di Lombardi. Le lacrime mi rigarono il viso, si mescolarono alla saliva di Lombardi, colarono sulle labbra incollate. Ma la fica — la fica esplose. L'orgasmo partì dal punto in cui i suoi denti stringevano il capezzolo e si propagò come un'onda calda giù per lo sterno, attraversò la pancia, esplose nell'utero. Le contrazioni mi strinsero entrambi i cazzi, li munsero, li succhiarono dentro. Sborrai — un getto caldo, copioso, che schizzò sul pube del poliziotto davanti e gli colò sulle cosce.

De Santis rise. La sua lingua tornò sul capezzolo sinistro, leccando via il sangue nuovo e quello vecchio, mescolando la saliva alla ferita aperta. «Sborra mentre la mordiamo. Questa vacca è un prodigio. Guardala — ha le tettone piene di buchi e la fica che allaga il pavimento.»

Lombardi mi mollò la bocca. Un filo di saliva ci univa ancora le labbra. I suoi occhi porcini brillavano di un piacere che riconoscevo — la stessa fame che avevo visto in De Santis, in Rinaldi, in tutte le donne che mi avevano toccata prima di loro. Fame di carne. Fame di dolore. Fame di intimità rancida e sudata.

«Voglio leccarle le ferite,» mormorò Lombardi. La sua voce era un fischio roco. «Voglio sentire il sapore del sangue mescolato al sudore e allo sperma che le cola dalle cosce.»

Si chinò. Le sue labbra si appoggiarono su una striscia rossa che le bacchette avevano lasciato sulla curva della tettona sinistra, appena sopra la X di nastro adesivo. La lingua tracciò il solco della ferita — una passata lenta, quasi tenera. La pelle infiammata pulsava sotto la sua bocca. Le puntine più vicine vibrarono, grattarono, mandarono un'altra scossa di piacere-dolore direttamente nella fica. Sborrai di nuovo — un getto più debole, acquoso, che si mescolò allo sperma del poliziotto davanti.

«Puttana,» sussurrò Lombardi contro la mia pelle. La sua lingua continuava a leccare, a ripulire, a scavare le ferite con una delicatezza che strideva con le parole. «Puttana tettona. Puttana da tortura. Sei il nostro giocattolo rotto. La nostra bambola piena di buchi. Ogni volta che ti lecchiamo una ferita, la fica ti si stringe. Ogni volta che ti succhiamo il sangue, sborri. Sei la vacca perfetta.»

Le sue labbra si spostarono su un'altra striscia rossa. Un'altra leccata. Un'altra scossa.

Intanto De Santis succhiava il capezzolo sinistro con una pressione sempre più forte, le sue labbra che tiravano, risucchiavano, mungevano il nocciolo violaceo come se volessero estrarne qualcosa. Rinaldi alternava morsi e leccate sul destro — un dente affondava, poi la lingua passava a lenire, poi un altro dente, poi un'altra leccata. La mia pelle era un campo di battaglia, e le loro bocche erano insieme carnefici e infermiere.

«Insultatela,» ordinò De Santis staccandosi per un istante. Le sue labbra erano rosse di sangue e saliva. «Insultatela mentre le leccate le tettone. Alza la voce. Voglio che tutti sentano che vacca schifosa è questa qui.»

Rinaldi fu la prima a obbedire. La sua bocca si richiuse sul capezzolo destro, lo mordicchiò, poi si staccò quanto bastava per parlare. La voce le uscì ovattata, le labbra ancora premute sulla carne gonfia. «Sei una troia rotta. Una vacca da macello. Ti stiamo leccando il sangue perché sei così lurida che nemmeno il tuo sangue è pulito.»

Lombardi mi passò la lingua tra le due tettone, risalendo lo sterno fino alla fossetta della gola. Poi si fermò. Mi guardò. I suoi occhi porcini erano due fessure lucide. «Sei il cesso del mondo. Il water dei maschi e delle femmine. Tutti ti pisciano dentro e tu godi. Tutti ti sputano addosso e tu sborri. Non sei una donna — sei una fogna con le tettone.»

Le parole mi esplosero nell'utero. La fica si strinse così forte che il poliziotto davanti grugnì, perse il ritmo, quasi esplose. «Cazzo, attenta! Mi stai spaccando il cazzo!»

De Santis rise di nuovo. Le sue dita tozze mi afferrarono il mento, mi girarono il viso verso di lei. «E tu, vacca? Vuoi dire qualcosa? Vuoi ringraziarci per averti ripulito le mammelle?»

La guardai. I suoi occhi brillavano di un piacere osceno, le sue labbra erano ancora sporche del mio sangue, la sua faccia sudata era la faccia di una donna che aveva trovato il suo scopo. E io — io non ero diversa da lei.

«Sì...» La voce mi uscì in un rantolo rotto. «Sì... grazie... grazie per avermi leccato le ferite... grazie per avermi succhiato il sangue...»

«Brava vacca.» Le sue labbra premettero sulle mie — un bacio breve, un sigillo. «Adesso continua a godere. Noi continuiamo a leccare. E questi maiali —» indicò i poliziotti che mi scopavano «— continuano a riempirti. Vediamo se riesci a sborrare tutta la notte senza fermarti mai.»

Le tre bocche tornarono sulle mie tettone. Tre lingue umide, calde, ruvide, che percorrevano le striature rosse, le puntine argentate, i capezzoli violacei. Le leccate si sovrapponevano, si incrociavano, si mescolavano — quando Rinaldi mordeva, Lombardi leniva; quando De Santis succhiava, Rinaldi puliva; quando Lombardi insultava, De Santis baciava. La saliva si mischiava al sangue, al sudore, allo sperma che mi colava dalle cosce e che loro raccoglievano con le dita per portarselo alla bocca.

«Puttana lurida,» sussurrava Rinaldi contro la mia pelle.

«Vacca schifosa,» mormorava Lombardi tra una leccata e l'altra.

«Troia tettona,» gorgogliava De Santis succhiando il capezzolo.

E le loro lingue erano una crema — sì, una crema calda e viscida che leniva e insieme infiammava, che curava e insieme torturava, che mi faceva sentire amata e distrutta nello stesso istante. Ogni passata di lingua era un balsamo sul fuoco. Ogni insulto era una scossa nell'utero. Ogni stilla di saliva che mi colava tra le tettone era un altro filo che mi legava a loro, a quelle tre montagne di carne sudata che mi adoravano e mi distruggevano.

I poliziotti accelerarono. Uno, due, tre colpi — poi il primo esplose nella fica. Il suo sperma bollente mi inondò l'utero, si mescolò al mio liquido, debordò sulle cosce. L'altro lo seguì un istante dopo — un getto denso, colloso, che mi riempì il culo e mi gonfiò l'intestino. Si sfilò con uno schiocco umido, e un fiotto bianco mi colò fuori, gocciolò sulla grata, sparì nello scarico.

Ma altri due poliziotti presero il loro posto. Li sentii senza vederli — due mani che mi afferravano i fianchi, due glandi che premevano contro i miei buchi ancora colanti. Entrarono insieme. Fica e culo, di nuovo pieni. Il ciclo ricominciò — le spinte, i grugniti, le mani che stringevano, i cazzi che scavavano. E sopra di loro, le tre lingue che non si fermavano mai.

Rinaldi succhiò il capezzolo destro fino a sentirmi urlare.

Lombardi leccò le puntine una per una, schiacciandole con la punta della lingua.

De Santis baciò ogni ferita, ogni livido, ogni striatura viola che le bacchette avevano lasciato.

E io godevo. Godevo come non avevo mai goduto — non più orgasmi separati, ma un unico, continuo, interminabile stato di piacere. La fica si stringeva e si apriva e si stringeva ancora.

Il liquido colava senza sosta, allagava la grata, gocciolava nello scarico con un suono di pioggia. I capezzoli pulsavano sotto le loro lingue. Le puntine vibravano a ogni leccata. Il sangue si mescolava alla saliva e diventava una colla calda che mi teneva incollata a loro.

«Guardala,» mormorò De Santis. La sua voce era piena di meraviglia. «Sta venendo senza fermarsi. Non respira nemmeno più. È solo orgasmo. Solo piacere. Solo una vacca che gode nelle mani delle sue macellaie.»

«Sì...» La voce mi uscì come un rantolo, le labbra incollate dalla saliva di Lombardi. «Sì... sono la vostra vacca... sono la vostra puttana... la vostra macellaia...»

Le tre risate si mescolarono ai grugniti dei poliziotti, al rumore viscido delle spinte, al gocciolio della grata. Ero circondata da carne — carne maschile che mi riempiva, carne femminile che mi leccava, carne sudata e sporca e bellissima che mi stringeva da ogni lato.

De Santis mi afferrò di nuovo il mento. I suoi occhi porcini erano due pozze di desiderio.

«Non voglio che finisca,» sussurrò. Le sue labbra premettero sulle mie. «Voglio che resti qui per sempre, legata a questo tubo, con le tettone piene di buchi e la fica piena di cazzi, a godere senza fermarti mai. Per sempre, vacca. Per sempre.»

La baciai.

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