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59. Lingue perverse sulle cicatrici
E il giorno dopo di nuovo …
Le lingue arrivarono piene di voglia perversa ...
De Santis si chinò per prima — la sua montagna di carne molle che oscurava la luce al neon, le labbra umide che premevano sul mio capezzolo sinistro circondato dalla corona di puntine. Non le strappò via. Non le toccò nemmeno. La sua lingua scivolò tra le puntine, una serpe calda e bavosa che si insinuava negli spazi tra un ago e l'altro, che lambiva la pelle martoriata con una dolcezza che strideva con il metallo conficcato nella carne. Il contrasto mi strappò un gemito che non era più solo dolore — era un suono nuovo, un ibrido, un singhiozzo roco che fece ridere i poliziotti intorno a me.
«La vacca gradisce,» grugnì quello davanti, il suo cazzo che mi scavava la fica con spinte sempre più violente. «Sente la lingua della capa e le si stringe la topa.»
Lombardi e Rinaldi si inginocchiarono ai miei lati. Le loro dita tozze mi afferrarono i fianchi, mi tennero ferma mentre i due poliziotti continuavano a scoparmi — uno nella fica, uno nel culo, due pistoni di carne bollente che mi riempivano da entrambi i lati con un ritmo sincopato. Poi le loro bocche si unirono a quella di De Santis.
Lombardi prese la tettona destra. La sua lingua — più ruvida, più larga — percorse i bordi del nastro argentato, leccò via il sangue che stillava dai micro-fori, si insinuò sotto un lembo di adesivo e lo sollevò quel tanto che bastava per lambire la carne viva sottostante. Il bruciore delle puntine si mescolava al calore della sua saliva, e la fica mi si strinse intorno al cazzo del poliziotto con una contrazione così violenta che lui gemette.
«Cazzo, senti come munge! Sembra una pompa!»
Rinaldi si concentrò sull'incrocio delle X. La punta della sua lingua — sottile, precisa — tracciò il perimetro del capezzolo sinistro, disegnando cerchi lenti intorno al nocciolo violaceo, evitando le puntine ma sfiorando la carne gonfia con una delicatezza che mi fece venire le lacrime agli occhi. Ogni suo movimento era una carezza liquida che si aggiungeva al dolore, non lo cancellava — lo trasformava. Le puntine non erano più aghi, erano antenne. Ogni contatto della lingua diventava una scossa di piacere che mi rimbalzava dal capezzolo all'utero.
«Povera vacca,» sussurrò Rinaldi contro la mia tettona. La sua voce era un gorgoglio intimo, la sua saliva mi colava sulla pelle infiammata. «Tutta bucata. Tutta sporca di sangue. Eppure guarda come godi. Guarda come ci offri queste mammelle martoriate.»
La lingua di De Santis risalì dal capezzolo alla clavicola, mi leccò il sudore dal collo, trovò il mio orecchio. Il suo alito — caffè vecchio, denti guasti, desiderio — mi riempì le narici mentre sussurrava: «Ti amiamo, vacca tettona. Amiamo queste tettone bucate. Amiamo questa fica che non smette di sborrare. Amiamo questo culo che prende cazzi come una fogna.» Le sue parole erano un unguento e una frustata insieme. La fica pulsò. Il culo si strinse. Un altro getto — caldo, copioso — mi schizzò sulla pancia del poliziotto davanti.
Lui accelerò. Le sue spinte diventarono un martello pneumatico, il suo pube che mi sbatteva contro il clitoride a ogni affondo. Quello dietro mi afferrò i fianchi con più forza, le sue dita che affondavano nella carne, e iniziò a scoparmi il culo con un ritmo brutale che mi faceva sobbalzare tra le tre bocche.
«Prendi la sborra, troia!» urlò. «Prendila nel culo!»
Esplose. Un getto bollente, densissimo, che mi riempì l'intestino e mi colò fuori a fiotti, mescolandosi allo sperma di quello davanti che esplose un secondo dopo — un diluvio nella fica, nel culo, sulle cosce, sulla grata.
Ma le lingue non si fermarono.
Le tre poliziotte continuarono a leccarmi mentre i poliziotti si sfilavano e altri due prendevano il loro posto. Le loro bocche si muovevano sulle mie tettone con una sincronia perfetta — De Santis a sinistra, Lombardi a destra, Rinaldi al centro che passava da un capezzolo all'altro con una devozione da vestale. Non era solo sesso orale — era un balsamo. Una medicazione oscena. Ogni passata di lingua sulle puntine era un filo di piacere che si intrecciava al dolore, lo attutiva, lo rendeva sopportabile e poi — incredibilmente — lo trasformava in estasi.
«Ti piace, vacca?» gorgogliò Lombardi contro la mia tettona. La sua saliva mi colava sullo sterno, si mescolava al sudore, scendeva verso la pancia. «Ti piace quando ti lecchiamo le ferite? Quando ti puliamo il sangue con la lingua?»
«Sì... cazzo sì...» La voce mi uscì in un rantolo che non riconoscevo più. Era la voce di una donna che stava annegando nel piacere e non voleva essere salvata.
I due nuovi poliziotti entrarono dentro di me — uno nella fica, uno nel culo, due cazzi ancora più grossi dei precedenti, due mazze venate che mi dilatarono con un'affondata simultanea che mi fece urlare. Il gemito rimbalzò sulle piastrelle bianche e si mescolò alle risate dei poliziotti intorno a me.
«La vacca urla! Urla come una maiala!»
«Ancora! Voglio sentirla gridare!»
Il poliziotto davanti si chinò su di me. Il suo petto sudato premette contro le mie tettone martoriate, schiacciò le puntine più a fondo, e il dolore fu così acuto che la vista mi si annebbiò. Ma nello stesso istante — nello stesso preciso istante — la lingua di Rinaldi trovò il mio capezzolo destro, lo succhiò, lo avvolse in una bolla di calore umido che cancellò il bruciore e lo trasformò in piacere puro. Le sue labbra premettero con una pressione costante, ritmica, una pompa lenta che mi mandò scosse direttamente nella fica.
La fica si strinse intorno al cazzo del poliziotto. Il culo si strinse intorno all'altro. E l'orgasmo iniziò.
Non era un orgasmo normale — era uno stato. Un altopiano di piacere che non aveva picchi né valli, solo un ronzio costante, una vibrazione che mi partiva dai capezzoli succhiati e si irradiava nella pancia, nelle cosce, nelle braccia legate sopra la testa. Le contrazioni non si fermavano più — una dopo l'altra, una sequenza infinita di spasmi che mungevano entrambi i cazzi senza sosta.
«Cazzo, sta venendo senza fermarsi!» urlò il poliziotto davanti. Le sue spinte accelerarono — un martello che mi scavava la fica mentre le mie contrazioni gli strizzavano il cazzo.
«Sembra un motore!» gridò quello dietro. «Sembra una pompa idraulica!»
Le tre poliziotte intensificarono le leccate.
De Santis prese l'intera tettona sinistra nella sua bocca enorme — per quanto poteva, con le puntine che le graffiavano le labbra e la lingua — e succhiò. Una suzione profonda, viscerale, che risucchiò la carne violacea nel suo palato molle. Le puntine premettero contro le sue gengive, il nastro adesivo si staccò in un lembo, e il dolore fu una fiammata bianca.
Ma la sua lingua — quella lingua viscida e calda — continuò a muoversi, a leccare, a lenire.
E la fiammata bianca diventò un'esplosione di piacere che mi fece sborrare di nuovo.
Un getto potentissimo, un fiotto caldo che mi schizzò sulla pancia del poliziotto davanti, sul suo petto sudato, sulla sua faccia coperta dal passamontagna. Lui rise — una risata roca, eccitata — e continuò a scoparmi.
Lombardi imitò De Santis sulla destra. La sua bocca risucchiò il mio capezzolo violaceo, le sue labbra premettero intorno alla corona di puntine, e la suzione fu così intensa che sentii il sangue fluire verso la punta, gonfiarla, offrirla alla sua lingua. Lei la accettò con un gemito soddisfatto, un gorgoglio che mi vibrò nella tettona e si propagò fino all'utero.
Rinaldi passava da un capezzolo all'altro con movimenti rapidi, la sua lingua che disegnava ponti di saliva tra una tettona e l'altra, che univa i due seni in un'unica mappa di piacere bagnato. Le sue dita tozze intanto mi accarezzavano le cosce, i fianchi, la pancia — carezze leggere, quasi materne, che contrastavano con la brutalità dei cazzi che mi sfondavano.
Era il contrasto a farmi impazzire.
La dolcezza delle lingue e la violenza dei cazzi. Le carezze di Rinaldi e le spinte del poliziotto nel culo. I sussurri d'amore di De Santis e gli insulti osceni dei poliziotti.
«Ti amo, vacca tettona,» sussurrava De Santis contro il mio capezzolo.
«Prendi il cazzo, troia schifosa!» urlava il poliziotto davanti.
«Sei la nostra puttana,» gorgogliava Lombardi.
«Sborra, vacca! Sborra sulla mia nerchia!» ringhiava quello dietro.
Le parole si mescolavano in un torrente osceno che mi entrava nelle orecchie e mi esplodeva nell'utero. Il contrasto tra l'amore e l'odio, tra la cura e la violenza, tra la dolcezza e la brutalità — era quello a farmi godere. Era quello a tenermi sospesa in uno stato di orgasmo continuo, senza fine, senza tregua.
Il poliziotto davanti esplose. Il suo sperma mi riempì la fica — un getto bollente, densissimo, che si mescolò a quello del precedente e debordò sulle mie cosce. Si sfilò con uno schiocco umido. Un altro prese il suo posto — un cazzo ancora più grosso, un palo nero e venato che mi penetrò senza preavviso, riempiendomi fino al collo dell'utero.
Quello dietro esplose subito dopo. Lo sperma mi colò fuori dal culo, si mescolò alla pozza sulla grata. Un altro lo sostituì — un cazzo tozzo, corto ma larghissimo, che mi dilatò l'ano come un tappo di sughero.
E io venivo. Ancora. Sempre. Senza fermarmi.
Le contrazioni erano un tremore costante, un terremoto che mi squassava il corpo senza sosta. Le ghiandole vaginali si gonfiavano, si svuotavano, si gonfiavano di nuovo. I getti di squirting si susseguivano — uno, due, tre, cinque, dieci — non li contavo più. La grata sotto di me era un lago del mio liquido e del loro sperma, una pozza scura che gocciolava nello scarico con un rumore di risucchio.
«Cazzo, guardate la grata!» urlò un poliziotto che aspettava il suo turno. «La vacca ha allagato il pavimento!»
«È una fontana! È un fiume!»
«Leccatele ancora le tettone!» ordinò De Santis, staccandosi un attimo dal mio capezzolo.
La sua faccia era lucida di saliva e del mio sangue. «Voglio che continui a venire! Voglio che sborri fino a svenire!»
Le tre bocche tornarono sulle mie tettone con rinnovato fervore. De Santis a sinistra, Lombardi a destra, Rinaldi che passava dall'una all'altra. Le loro lingue non leccavano più — adoravano. Ogni passata era una preghiera oscena, ogni suzione un atto di devozione. Le puntine non erano più strumenti di tortura — erano reliquie, oggetti sacri che le loro lingue lubrificavano e lucidavano con la saliva.
«Sei la nostra santa,» sussurrò Rinaldi contro il mio capezzolo. La sua lingua tracciò una croce intorno alla corona di puntine. «La santa troia delle tettone bucate.»
«La madonna delle mammelle martoriate,» aggiunse Lombardi.
«La dea delle vacche da monta,» concluse De Santis. E le tre risero insieme — una risata viscida, complice, piena di un amore osceno che mi fece salire le lacrime agli occhi.
Il piacere era così intenso che non riuscivo più a respirare normalmente. Il respiro mi usciva a singhiozzi, interrotto dai gemiti, dalle contrazioni, dagli orgasmi che si susseguivano senza intervallo. La vista mi si annebbiava — vedevo solo sagome, ombre, il bagliore bianco dei neon che pulsava al ritmo del mio cuore.
I cazzi continuavano a entrarmi dentro. Fica. Culo. Un turno dopo l'altro. I poliziotti si scambiavano i buchi, si davano il cambio, si passavano il mio corpo come si passa una bottiglia in una festa. E le tre poliziotte non smettevano di leccarmi. Le loro lingue erano tre ancore che mi tenevano legata al mondo, tre fili di piacere che tessevano una ragnatela intorno alle mie tettone martoriate.
«Ti amo, vacca,» sussurrò De Santis.
«Prendi il cazzo, troia!» urlò un poliziotto.
«Sborra per noi!» gorgogliò Lombardi.
«Ancora! Ancora!» gemette Rinaldi.
E io sborravo. Ancora. Sempre. Un getto caldo sulla pancia del poliziotto. Un altro sulla sua faccia. Un terzo sulle tre poliziotte chine su di me, che lo ricevevano sulla fronte e sulle guance e se lo leccavano via a vicenda senza smettere di succhiarmi i capezzoli.
L'orgasmo continuo era diventato il mio stato naturale. Non ero più una donna che veniva — ero un orgasmo che aveva assunto forma umana. Un corpo che esisteva solo per provare piacere, per ricevere dolore e trasformarlo in estasi, per essere il contenitore di lingue e cazzi e sperma e saliva e sangue e amore.
«Cazzo, la vacca non si ferma più!» urlò un poliziotto.
«Fatela venire ancora!» ordinò De Santis. Le sue dita mi afferrarono il mento, mi girarono il viso verso di lei. «Guardami, vacca. Voglio vedere i tuoi occhi mentre vieni.»
La guardai. I suoi occhi porcini brillavano di un piacere che era lo specchio del mio. Le sue labbra premettero sulle mie — un bacio bavoso, profondo, la lingua che mi invadeva la bocca mentre i cazzi continuavano a scoparmi e le lingue delle altre due continuavano a leccarmi le tettone.
Baciai De Santis come si bacia un'amante. Come si bacia una dea. Come si bacia la donna che ti sta facendo impazzire di piacere.

