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60. La pulizia delle ciccione

Le mani mi afferrano per le ascelle prima che l'orgasmo sia davvero finito. Le contrazioni mi scuotono ancora la fica, lo sperma mi cola dalle cosce in rivoli caldi che mi arrivano alle caviglie, e due poliziotti mi slegano dal tubo con movimenti bruschi, quasi infastiditi — come se fossi un attrezzo già usato che va riposto. Le corde mi lasciano i polsi escoriati, la canapa grezza ha scavato solchi violacei nella carne. Le tettone, liberate dalla morsa delle corde, si sgonfiano come due palloni bucati — la pelle violacea, le striature rosse delle bacchette, le X argentate ancora incollate ai capezzoli con le puntine che oscillano a ogni mio respiro.

«Portatela nella mia stanza,» gorgoglia De Santis. La sua voce è un ronzio soddisfatto, il respiro ancora pesante per l'eccitazione. «E non fatela cadere. È la mia vacca adesso.»

I due poliziotti mi trascinano fuori dalla stanza delle torture. Le piante dei piedi scalzi strisciano sul cemento gelido del corridoio, lasciando due scie umide di sperma e sangue che brillano sotto i neon. Non ho più nessun brandello di stoffa addosso — la gonna-tubo è sparita, la camicia blu è un ricordo lontano. Solo le X argentate sulle tettone, che a ogni passo sfregano contro l'aria e mi mandano fitte di dolore direttamente nella fica ancora pulsante.

La stanza di De Santis è in fondo al corridoio. La porta è di ferro, come tutte le altre, ma dentro c'è un letto — un letto vero, con lenzuola spiegazzate e una coperta di lana ruvida che puzza di sudore stantio e di cipria scadente. Una lampadina nuda pende dal soffitto, gettando ombre giallastre sulle pareti di cemento. Un comodino di metallo con una bottiglia di vino rosso mezzo vuota, un bicchiere sporco, un pacchetto di sigarette. L'aria è densa, calda, satura dell'odore di donna — quell'odore di carne sudata, di ascelle non lavate, di una solitudine che si tocca da sola la notte.

Mi gettano sul letto. La schiena sprofonda nelle lenzuola umide, le gambe si aprono da sole — ormai è un riflesso condizionato, il corpo che assume la posizione dell'offerta senza chiedere il permesso al cervello. La fica si apre, ancora colante dello sperma dei poliziotti, e sporca le lenzuola. Il culo cola — un altro rivolo caldo che mi impregna la coperta. Il mio corpo è una mappa di sborra: schizzi secchi sulle costole, rivoli freschi sulle cosce, grumi biancastri incrostati tra i peli del pube. Le tettone sono due masse violacee coperte di lividi, striature rosse, puntine luccicanti che ancora mi trafiggono i capezzoli. Puzzano di metallo e di sangue rappreso.

Eppure. Eppure la fica pulsa ancora. Il clitoride è un nocciolo gonfio che esce dal cappuccio, ipersensibile, ogni sfregamento contro le lenzuola è una scossa che mi fa gemere.

La porta si chiude con un tonfo.

Siamo io e lei. De Santis si avvicina al letto, la sua montagna di carne molle che oscilla a ogni passo, le cosce enormi che sfregano l'una contro l'altra con un fruscio di stoffa sudata.

Mi guarda dall'alto. Le sue iridi porcine brillano di un possesso che è insieme tenero e affamato. Le dita tozze iniziano a sbottonarsi la camicia blu — un bottone, due, tre, la stoffa si apre e le sue tettone colossali esplodono fuori, due massi di grasso e ghiandole che pendono verso il basso, i capezzoli scuri larghi come monete.

«Sei ridotta a uno straccio, vacca,» mormora. La voce è un gorgoglio roco, quasi affettuoso.

«Uno straccio sporco di sborra. Puzzi di maschio. Puzzi di cazzo. Eppure sei ancora la puttana più bella che abbia mai visto.»

Una pausa. Le sue labbra si incurvano in un sorriso giallo.

«Adesso ti pulisco. E mentre ti pulisco, chiamo le mie amiche. Vedrai che festa.»

La porta si riapre pochi minuti dopo. Lombardi e Rinaldi entrano con la stessa aria famelica di prima, le divise già aperte, le tettone enormi che dondolano, le cosce che sfregano.

L'odore della stanza cambia — non più solo De Santis, ma un cocktail di tre femmine grasse, sudate, eccitate, un odore di cipria rancida e di fica che non si lava da giorni. Mi si appiccica alle narici come una colla. La fica mi pulsa più forte.

«Guardala,» sussurra Lombardi avvicinandosi al letto. Le sue dita tozze mi afferrano una coscia, la sollevano, la aprono. Lo sperma le cola sulle nocche. «È un lago di sborra. Ha la fica che cola come un rubinetto. E puzza —» china la testa, inspira vicino al mio pube, emette un gemito viscido «— puzza di maschio. Di decine di maschi. È la cosa più eccitante che abbia mai annusato.»

«Le hanno riempito anche le tettone,» aggiunge Rinaldi. Le sue dita sfiorano le X argentate, toccano una puntina, la spingono appena. Un gemito mi esce dalla gola — non solo dolore.

La fica si stringe a vuoto. «Guarda qui. Puntine. Che troia. Le hanno messo le puntine e lei ha goduto lo stesso.»

«Certo che ha goduto,» gorgoglia De Santis. Si è tolta anche la gonna, adesso è completamente nuda — una montagna di carne bianca, il pube nero e folto, le cosce enormi.

Si arrampica sul letto con una lentezza pesante, il materasso che geme sotto il suo peso. La sua faccia si avvicina alla mia — sento il suo alito, caffè e denti guasti, e una strana dolcezza di vino rosso. «La nostra vacca gode sempre. Anche quando la torturano. Anche quando la riempiono di sborra e la buttano via come uno straccio. Anche adesso — guardate la sua fica. Pulsa ancora.»

Le sue labbra premono sulle mie.

Il bacio è molle, bavoso, completamente diverso dai baci di Volkov. Non c'è urgenza predatoria — c'è una fame più lenta, una fame di possesso che si prende il suo tempo. La sua lingua mi invade la bocca, mi esplora i denti, il palato, mi succhia la lingua con una pressione costante che mi fa gemere direttamente nella sua gola.

E intanto, le altre due iniziano a leccarmi.

Lombardi prende il mio piede sinistro. Le sue labbra premono sull'alluce — un bacio leggero, quasi casto. Poi la lingua esce, calda, ruvida, e inizia a risalire lentamente il dorso del piede.

Lecca via lo sporco, il sudore, i grumi di sperma che mi sono colati fino alle caviglie. Il suo movimento è lento, metodico, una passata lunga che mi arriva fino alla caviglia, poi al polpaccio, poi all'interno del ginocchio. La sua lingua raccoglie la sborra come si lecca la glassa da un cucchiaio — con una lentezza voluttuosa, assaporando ogni centimetro.

Rinaldi fa lo stesso con la gamba destra. La sua lingua parte dal tallone, risale lungo il tendine d'Achille, si infila dietro il ginocchio dove la pelle è più sottile e sensibile. Un brivido mi corre lungo la schiena — non sapevo che dietro il ginocchio potesse dare piacere, ma la sua lingua lo trova, quel punto nascosto, e lo stimola con piccoli cerchi umidi che mi fanno contrarre le cosce.

De Santis si stacca dal mio bacio. Le sue labbra scendono sul collo — lecca, succhia, mi lascia un succhiotto sulla giugulare. La sua lingua risale dietro l'orecchio, un punto che mi fa inarcare la schiena. Poi scende sulla spalla sinistra, sul bicipite, sull'avambraccio. Le sue dita tozze mi sollevano la mano — lecca il palmo, il polso, ogni dito uno per uno, infilando la lingua tra le dita come se fossero un sorbetto. Il mio corpo si contorce da solo — non è un orgasmo, non ancora, ma una vibrazione continua, una marea calda che mi parte dalle estremità e mi converge nella fica.

«Brava vacca,» sussurra De Santis contro il mio polso. La sua lingua traccia un cerchio umido sul palmo. «Senti come ti piace essere leccata? Senti come la tua carne si arrende?»

«È un animale in calore,» mormora Lombardi contro il mio ginocchio. La sua lingua ha raggiunto l'interno coscia, sta risalendo lentamente verso l'inguine, raccogliendo sperma e sudore e il mio stesso liquido che non ha mai smesso di colare. «Una vacca tettona che gode appena la tocchi. Guarda come si contorce.»

Le parole mi esplodono nell'utero. Chiamo, non parlo — un gemito lungo, strozzato, che fa ridere Rinaldi contro il mio polpaccio.

«Adesso arriviamo alle tettone,» gorgoglia De Santis. Le sue labbra si staccano dalla mia mano e scendono sul petto. Le sue dita tozze iniziano a staccare il nastro argentato — lentamente, un millimetro alla volta, le puntine che escono dalla carne con un leggero schiocco umido. Ogni puntina che si stacca è una fitta che mi fa gemere. Ma appena il metallo esce, la sua lingua arriva subito a leccare la micro-ferita, a raccogliere la goccia di sangue e lo sperma che vi si è mescolato. La sua saliva è calda, densa, un balsamo che mi brucia e mi lenisce insieme.

Stacca la prima X. Poi la seconda. Le tettone sono libere — due masse violacee coperte di minuscole ferite, striature rosse, lividi bluastri. La pelle è così sensibile che anche l'aria della stanza mi fa male. Eppure, quando la sua lingua si appoggia sul capezzolo sinistro, il gemito che mi esce è di puro piacere. La lingua di De Santis avvolge il nocciolo violaceo, lo succhia, lo pulisce dallo sporco e dal sangue e dallo sperma secco. Poi scende lungo la curva della tettona, leccando via le striature rosse, i grumi biancastri, le crosticine di sangue. È una leccata lenta, metodica, una pulizia che è insieme una tortura e una carezza.

Lombardi nel frattempo ha raggiunto la mia fica. La sua faccia è affondata tra le mie cosce, la sua lingua mi scava le grandi labbra gonfie, raccoglie lo sperma che ancora cola dall'interno, lo tira fuori con una suzione lenta che mi fa stringere le dita nelle lenzuola. «Cazzo, ce n'è ancora,» mormora contro la mia fica, la voce ovattata. «Ti hanno riempito fino all'utero. Sembra una fabbrica di sborra.» La sua lingua entra nella vagina — non per scopare, ma per pulire. Raccoglie il seme, lo tira fuori, lo deglutisce con un suono gutturale che mi vibra nel clitoride.

Rinaldi si è spostata sul mio stomaco. La sua lingua lecca la pozza di sperma che mi si è rappresa sull'ombelico, risale lo sterno, scende sulle costole. Ogni passata è un brivido che mi fa contrarre i muscoli addominali. Le sue dita mi tengono i fianchi, mi tengono ferma mentre si contorco come un'anguilla.

«Sta ferma, vacca,» sussurra De Santis contro il mio capezzolo. La sua lingua circonda l'areola, la pulisce, la succhia. «Stiamo solo pulendo. Non ti stiamo scopando. Stiamo leccando via la sborra dei maschi. È un servizio di pulizia. Dovresti ringraziarci.»

«Sì... sì... grazie...» La voce mi esce in un rantolo senza fiato. «Grazie... grazie, puttane... grazie, troie grasse...»

Le parole mi escono da sole — non le controllo più. La mia bocca è un buco che parla, il mio corpo è una spugna che riceve piacere, la mia mente è spenta. Esisto solo nella carne — nella carne che viene leccata, succhiata, ripulita.

Lombardi mi infila due dita nella fica — non per scoparmi, ma per aprirmi, per esporre le pieghe interne alla sua lingua. La sua bocca mi scava dentro, lecca le pareti vaginali, raccoglie lo sperma che ancora si nasconde nelle rughe. Il suo naso preme sul mio clitoride a ogni movimento della lingua, e il clitoride pulsa, si gonfia, esce ancora di più dal cappuccio. Un orgasmo strisciante mi sale dal basso ventre — non è un'esplosione, non è una detonazione. È una marea lenta, calda, una colata di piacere che mi riempie le gambe e la schiena e le braccia e mi fa sborrare sulle dita di Lombardi in un rivolo acquoso che lei beve avidamente.

«Sborra, vacca, sborra,» mormora Lombardi contro la mia fica. La sua lingua continua a leccarmi mentre l'orgasmo mi scuote — non si ferma, non accelera, mantiene lo stesso ritmo lento, metodico, come se stesse pulendo un mobile. «Sborra mentre ti pulisco. Sborra e sporca tutto, così devo ricominciare.»

Le contrazioni non si fermano. Un altro getto — più debole, ma ancora caldo — mi esce dalla fica, e Lombardi lo beve con un grugnito soddisfatto.

De Santis mi ha finito le tettone. Adesso sono pulite — ancora violacee, ancora piene di lividi e micro-ferite, ma senza più sperma. Sono lucide di saliva, i capezzoli gonfi che brillano sotto la lampadina nuda. Le sue labbra risalgono sul mio viso — mi lecca le guance, mi pulisce le lacrime, mi infila la lingua nelle orecchie, mi succhia il mento dove avevo un grumo di sperma del poliziotto che mi ha sborrato in faccia durante la tortura. Poi mi bacia. La sua lingua mi invade la bocca, e in quella bocca sento il sapore del mio stesso corpo — sangue, sperma, sudore, saliva — un concentrato di me stessa che mi fa gemere ancora più forte.

Rinaldi ha raggiunto il mio culo. Le sue dita mi aprono le natiche, la sua lingua preme sull'ano, lecca via lo sperma che mi è colato fuori durante il trasporto. La sua lingua è calda, umida, mi spinge contro il buco senza entrare — solo pulisce, solo assapora la superficie.

Poi sputa. Un grumo di saliva calda mi cola nella fessura, e le sue dita la spalmano con movimenti circolari, pulendo, massaggiando, stimolando. L'ano pulsa. La fica pulsa. Le tettone pulsano. Ogni centimetro del mio corpo è una zona erogena esposta, accesa, affamata.

«È pulita,» dichiara De Santis sollevando la testa. Le sue labbra sono lucide di saliva e dei miei fluidi. «O almeno, pulita come può esserlo una vacca. Adesso sa di noi. Sa di femmina. Sa di tre ciccione sudate che l'hanno leccata dappertutto.»

Lombardi si stacca dalla mia fica con uno schiocco umido. La sua faccia è zuppa — di me, dello sperma dei poliziotti, del mio orgasmo acquoso. Sorride, i denti storti che brillano sotto la lampadina. «E se si sporca di nuovo?» chiede, leccandosi le labbra. «Se ce la sporchiamo noi adesso?»

De Santis ride — un gorgoglio viscido, soddisfatto. «Allora la puliremo di nuovo. E poi ancora. E ancora. Tanto abbiamo tutta la notte.»

Si china di nuovo su di me. Le sue labbra premono sulle mie, la sua lingua mi invade la bocca, e le altre due si stringono ai miei lati — due montagne di carne sudata che mi avvolgono, mi schiacciano, mi coprono. Le loro lingue ricominciano a leccarmi — stavolta non per pulire, ma per assaporare. Per possedere. Per marchiarmi con la loro saliva, il loro sudore, il loro odore di cipria rancida e di solitudine disperata.

E io mi contorco tra di loro, schiacciata da tre corpi femminili enormi, le mie tettone che premono contro le loro, le nostre fiche che si sfiorano, le nostre lingue che si incrociano. La fica pulsa ancora, l'orgasmo è un ronzio di sottofondo che non si spegne mai — non un picco, ma un altopiano infinito di piacere e calore e abbandono.

«Brava vacca tettona,» sussurra De Santis sulle mie labbra. «Adesso sei pulita. Adesso puzzi di noi. Sei la nostra vacca. La nostra puttana. La nostra sposa grassa e sudata.»
Lombardi mi infila una mano tra le cosce. «Ancora bagnata, però. La pulizia non è servita a niente.»

«Allora ricominciamo,» gorgoglia Rinaldi, chinandosi sul mio stomaco con la lingua già fuori.

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