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61. Abbraccio nella cella
La porta della cella si spalanca con un clangore che mi entra nelle ossa. Due mani mi spingono dentro — non con violenza, quasi con noncuranza, come si butta un sacco in un angolo — e la gonna-tubo strappata mi scivola definitivamente dai fianchi, si affloscia sul cemento come una muta di serpente. I piedi scalzi inciampano l'uno nell'altro, le ginocchia cedono, e cado.
Non tocco terra.
Le braccia di Volkov mi afferrano prima che le ginocchia colpiscano il cemento. Un movimento fluido, sicuro, come se fosse rimasto in piedi ad aspettarmi per tutto il tempo — e forse è così. Forse è rimasto in piedi, nel buio, con gli occhi azzurri fissi sulla porta, tendendo l'orecchio a ogni passo nel corridoio, a ogni urlo ovattato, a ogni tonfo. Mi solleva senza sforzo apparente, mi stringe al petto, e la sua camicia è ancora calda — l'unica cosa calda in questo buco di cemento e ruggine.
«Amore mio.» La voce gli trema. Solo un poco — un'incrinatura quasi impercettibile nella solita lastra di ghiaccio, ma c'è. Le sue dita mi percorrono il viso, la fronte, le guance rigate di lacrime secche e sudore e tracce di saliva di De Santis. I polpastrelli sfiorano le crosticine di sangue che mi si sono formate ai lati della bocca, seguono la linea della mascella, scendono sul collo. «Cosa ti hanno fatto?»
Non rispondo. La gola è un tubo di cartavetrata, le labbra sono due lembi gonfi che non riesco a staccare. Ma il corpo parla per me — le tettone, ancora violacee, ancora segnate dalle corde e dalle puntine, premono contro il suo petto e il contatto mi strappa un gemito che è insieme sollievo e dolore. I capezzoli sono due ferite aperte — le crosticine scure delle puntine si sono riaperte durante il tragitto in corridoio, e adesso sento un rivolo caldo che mi cola lungo la curva del seno sinistro. La fica, ancora gonfia, ancora umida dello sperma dei poliziotti e del mio stesso liquido, pulsa contro la sua coscia con un ritmo involontario — un residuo di eccitazione che non si è ancora spento.
Volkov mi porta sul materasso. Si siede con la schiena contro il muro di cemento grezzo e mi sistema in grembo, le mie gambe che penzolano da un lato, la mia testa che si appoggia contro la sua spalla. Il materasso è sottile, sfondato, ma il suo corpo è un'ancora — solido, caldo, vivo. Le sue braccia mi avvolgono completamente, come se volesse fare scudo con la sua stessa carne.
«Non ti lascio,» mormora. Le labbra mi premono sulla fronte — un bacio secco, leggero, quasi casto. «Non ti lascio più. Guardami, Sabina. Guardami.»
Alzo gli occhi. I suoi sono due fiamme azzurre nella penombra — stanche, arrossate, ma piene di un'intensità che mi toglie il respiro. Il livido sulla guancia si è scurito, il taglio sul labbro si è riaperto e un filo di sangue gli cola sul mento. Ma è l'uomo più forte che abbia mai visto.
«Sei viva,» dice. La voce è un sussurro roco. «Sei viva e sei qui con me. Questo è tutto ciò che conta. Il resto —» le dita mi sfiorano le striature viola sulle tettone, le crosticine scure dei capezzoli, le cordate rosse ancora visibili sulla carne «— il resto guarirà. Il corpo guarisce sempre. Ma la tua mente è salda. La tua mente è rimasta con me. Vero?»
«Sì...» La voce mi esce in un gracidio. «Ho pensato a te... ho sentito la tua voce... anche quando non c'eri...»
«Lo so.» Sorride — un sorriso stanco, storto, che gli increspa il labbro spaccato. «Sei la mia vacca. La mia sposa. La mia puttana coraggiosa. Lo sapevo che saresti stata forte.»
La parola vacca mi arriva allo stomaco come una carezza. Non è più un insulto — non quando lo dice lui, non con quella voce roca e piena di orgoglio. È un termine di possesso. Di appartenenza. Di amore distorto ma vero, l'unico amore che io abbia mai conosciuto.
Le sue dita mi accarezzano i capelli annodati. Li districa lentamente, con pazienza, separando i nodi uno per uno come se stesse sciogliendo i pensieri che mi ingombrano la testa. Mi gratta il cuoio capelluto con le unghie — un gesto semplice, animalesco, che mi fa chiudere gli occhi e mi strappa un sospiro. La tensione accumulata nelle spalle, nel collo, nella mascella inizia a sciogliersi come ghiaccio al sole.
«Respira, amore mio,» sussurra. Le sue dita scendono sulla nuca, mi massaggiano i tendini contratti. «Lenta. Profonda. Svuota la testa. Qui dentro —» il palmo mi preme sullo sterno, proprio tra le tettone martoriate «— qui dentro non c'è spazio per la paura. C'è spazio solo per me. Per noi. Per quello che siamo.»
Inspiro. L'aria puzza di muffa e di sudore e di sperma vecchio, ma sotto c'è ancora una traccia del suo dopobarba — quel profumo freddo, metallico, russo, che mi ancora alla realtà. Espiro. Le spalle si abbassano. La mandibola si allenta.
«Brava vacca.» Le sue labbra premono sulla mia tempia. «Così. Lasciati andare. Sono qui. Ti tengo io.»
Mi rilasso tra le sue braccia come non mi sono mai rilassata in vita mia. Nemmeno nel letto di Antonio, nemmeno nelle notti tranquille prima di tutta questa follia. Perché Antonio mi teneva, sì — ma era un tenermi senza capire, senza vedere. Volkov invece mi tiene e mi vede. Vede le mie tettone martoriate e le accarezza con rispetto. Vede la mia fica ancora gonfia e la copre con la sua coscia, non per eccitarmi — per proteggerla. Vede le lacrime che mi rigano il viso e le asciuga con il pollice, una a una, con una pazienza infinita.
«Ti racconto una cosa,» mormora. Le dita continuano a pettinarmi i capelli, un ritmo ipnotico che mi culla. «Quando ero giovane, nei bassifondi di Mosca, c'era un vecchio che addestrava cani da combattimento. Cani feroci, lupi mezzi selvatici. E quando un cane tornava dal combattimento — ferito, sanguinante, a pezzi — lui non lo medicava subito. Prima lo prendeva in braccio. Lo teneva stretto. Gli parlava. Gli diceva che era il cane più forte del mondo. Poi lo medicava. Perché diceva che la medicina funziona solo se il cane sa di essere amato.»
Le sue labbra mi sfiorano la fronte. «Tu sei il mio cane da combattimento, amore mio. Sei tornata a pezzi, ma sei tornata. E io ti tengo. E ti parlo. E ti dico che sei la vacca più forte del mondo. Poi ti medico. Poi guarisci. Poi torniamo a combattere.»
Una risata mi sfugge — un suono strozzato, roco, quasi un colpo di tosse. «Sono il tuo cane?»
«Sei tutto. Sei il mio cane, la mia vacca, la mia sposa, la mia troia, il mio amore. Sei tutto quello che ho. Tutto quello che voglio. Tutto quello per cui vale la pena lottare.» Le sue dita mi sollevano il mento. I suoi occhi azzurri mi inchiodano. «E adesso ascoltami bene. Quelle puttane grasse ti hanno torturata. Quei bastardi in divisa ti hanno violentata. Ma tu hai goduto. Vero? Hai goduto come una dannata mentre ti strappavano la pelle a furia di puntine. E questo non ti rende debole — ti rende mia. Perché sei stata addestrata a trasformare il dolore in piacere. Sei stata forgiata. Sei la mia creatura. E io sono fiero di te.»
Le lacrime mi rigano il viso — non di dolore, non di paura. Di sollievo. Di gratitudine. Di un amore così intenso che mi fa male al petto.
«Hai goduto, amore mio?» La sua voce è un sussurro intimo, complice. «Dimmi la verità.»
«Sì...» La voce mi trema. «Ho goduto... ho sborrato... un sacco di volte... non riuscivo a fermarmi...»
«Brava.» Il pollice mi asciuga una lacrima. «Brava vacca. Raccontami tutto. Voglio sapere ogni dettaglio. Voglio che ti svuoti la testa di tutto quello che hai dentro. Qui, con me, al sicuro. Forza.»
E io racconto. Con voce rotta, spezzata, gli racconto delle mollette, delle corde intorno alle tettone, delle bacchette di bambù, delle puntine, della scossa elettrica che mi ha fatta sborrare come una fontana. Gli racconto di De Santis che mi baciava mentre i poliziotti mi scopavano, di Lombardi e Rinaldi che mi hanno leccata e succhiata fino a farmi vedere le stelle. Gli racconto dell'orgasmo continuo — quella vibrazione senza fine che mi ha squassato il corpo per minuti, forse ore, un altopiano di dolore e piacere da cui non riuscivo a scendere.
Lui ascolta. In silenzio. Le dita mi accarezzano i capelli, le braccia mi tengono stretta, il respiro è caldo sulla mia fronte. Ogni tanto mormora brava vacca o puttana coraggiosa o sposa mia, e le parole mi scivolano addosso come un balsamo. Non mi giudica. Non inorridisce. Mi ascolta con una specie di orgoglio — l'orgoglio di un padrone che vede la sua creatura sopravvivere e prosperare, di un amante che riconosce la forza della sua donna.
Quando finisco, sono svuotata. Leggera. Come se avessi vomitato un veleno che mi pesava sullo stomaco da ore. Le lacrime si sono asciugate. Il respiro è calmo.
«Hai fatto tutto bene, amore mio,» dice Volkov. Le sue labbra premono sulle mie — un bacio profondo, la lingua che mi invade con una dolcezza che stride con le parole che ha appena detto. «Hai goduto, hai sofferto, sei sopravvissuta. Sei perfetta. Sei la mia vacca tettona, la mia puttana coraggiosa, la mia sposa guerriera. E quando usciremo da qui —» i suoi occhi brillano di nuovo di quella luce feroce «— quelle tre balene grasse pagheranno per averti toccata. Pagheranno con gli interessi. Te lo prometto.»
Annuisco. Non so se ci credo davvero. Ma in questo momento, tra le sue braccia, non mi importa. L'unica cosa che conta è che sono qui. Che lui è qui. Che non sono sola.
Volkov si sposta leggermente, mi sistema meglio in grembo. Le mie tettone premono contro il suo petto, e il dolore è un lontano ronzio, una presenza che non mi disturba più. La fica ha smesso di pulsare. Il corpo si è calmato — esausto, vuoto, in pace.
«Dormi adesso,» sussurra. Le sue dita riprendono a pettinarmi i capelli. «Dormi, amore mio. Domani sarà un altro giorno. Forse ci interrogano ancora. Forse ci torturano ancora. Ma tu sarai pronta. Perché sei mia. E tutto ciò che è mio sopravvive. E gode. E vince.»
Chiudo gli occhi. La sua voce mi culla — parole in russo, parole oscene, parole d'amore. Ti amo, vacca tettona. Sei la mia puttana. Sei il mio contenitore di sborra preferito. Sei la madre dei miei figli. Sei la mia sposa. Sei tutto.
Mi addormento con la sua voce nelle orecchie. Il suo cuore batte contro la mia guancia — un ritmo regolare, forte, vivo. Le sue braccia sono una fortezza. Il suo respiro è una coperta calda.
E per la prima volta da giorni, sogno. Sogno una casa di legno in riva a un lago, con le persiane verdi e un camino acceso. Sogno due bambini biondi che corrono sull'erba. Sogno lui — Volkov — seduto su una sedia a dondolo, con un sorriso stanco e felice. Sogno di essere vecchia, con le tettone cadenti e i capelli grigi, seduta sulle sue ginocchia. E lui che mi chiama ancora vacca, e io che rido, e tutto è in pace.
Il sogno dura un attimo, forse due. Poi il buio. Ma è un buio caldo, adesso. Un buio pieno di promesse.

