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62. Latte di vacca
Il clangore della porta mi strappa dal sonno come un pugno nello stomaco.
Non so quanto tempo ho dormito — minuti, forse ore — ma il corpo di Volkov è ancora sotto di me, il suo petto caldo contro la mia guancia, le sue braccia che mi stringono ancora. Il materasso sottile si è inzuppato del sudore di entrambi, e l'aria della cella è diventata ancora più afosa, più densa, un brodo di umidità e respiri esausti.
Poi la luce. La solita luce al neon del corridoio che mi aggredisce le pupille, e sulla soglia — la sua sagoma mastodontica che riempie la porta come un tappo di carne. De Santis.
Non è in uniforme. Indossa una specie di vestaglia grigia, informe, che le fascia il corpo enorme come un telo da bucato, annodata in vita con una cintura di spago che affonda nella carne molle dei fianchi. I capelli unti sono sciolti, le cadono sulle spalle massicce a ciocche grasse e appiccicate. I piedi scalzi — tozzi, con le unghie gialle — schioccano sul cemento a ogni passo lento, pesante, le cosce che sfregano l'una contro l'altra con un fruscio umido.
«La vacca dorme,» gorgoglia. La voce è un catarro soddisfatto. «Che tenera. Sembra una bambolina tra le braccia del suo bel russo. Peccato che io abbia ancora fame.» I suoi occhi porcini non guardano me — guardano Volkov. Lo misurano con una specie di disprezzo divertito. «Tu resti lì, amore. Fermo. Zitto. Guarda e basta. Se muovi un dito, chiamo i miei ragazzi e ti faccio frustare le palle fino a fartele scoppiare. Chiaro?»
Volkov non risponde. Le sue braccia si allentano appena — non per paura, lo so. È il suo modo di dirmi vai, amore mio, sopporta ancora un poco. I suoi occhi azzurri incontrano i miei per un istante, e c'è qualcosa di simile all'orgoglio in quello sguardo. Poi si appoggia contro il muro di cemento, le mani in grembo, immobile. Una statua.
De Santis si avvicina. Le sue dita tozze mi afferrano per un braccio, mi tirano su come un sacco di stracci. La camicia blu — quel brandello di stoffa che ancora mi pendeva dalle spalle — cade definitivamente a terra. Sono nuda. Di nuovo. Le tettone ancora violacee, ancora segnate dalle corde e dalle crosticine scure delle puntine, i capezzoli gonfi che puntano verso di lei come due accuse.
«Guarda che roba,» mormora. Le sue dita mi sfiorano le striature rosse, le cordate viola, le crosticine. «Ti abbiamo conciata bene, eh? Peccato. Adesso voglio qualcosa di diverso. Qualcosa di più... materno.» Ride — un gorgoglio viscido che le fa tremare la pancia enorme sotto la vestaglia. «Succhia. Succhiami le tettone, vacca. Voglio sentire la tua lingua sulle mie mammelle. Voglio che mi mungi come una mucca da latte.»
Le sue dita sciolgono il nodo della cintura. La vestaglia si apre.
Le sue tettone sono due massi di carne bianca, enormi, più grosse delle mie — due mongolfiere di grasso e ghiandole che le pendono fin quasi all'ombelico, i capezzoli scuri, larghi come monete, già gonfi e puntuti nell'aria umida della cella. La pelle è cosparsa di lentiggini, di nei, di minuscole vene bluastre che disegnano una ragnatela sotto l'epidermide sudata. L'odore che emana da quel corpo è un misto di cipria rancida, di ascella non lavata, di un'intimità femminile che non vede acqua da giorni.
E la mia fica pulsa.
Non posso fermarla. È un riflesso — il corpo che risponde prima della mente. Le ginocchia si piegano da sole, le mani si allungano verso quei due massi di carne calda, e la mia bocca si apre. Il capezzolo sinistro mi riempie le labbra — enorme, spugnoso, con un sapore di sale e di sudore vecchio e di qualcosa di dolciastro che mi impregna la lingua. Succhio.
«Cazzo, sì...» De Santis geme. La sua mano mi afferra la nuca, mi preme la faccia contro la sua tettona. «Succhia, vacca. Succhia forte. Fammi male. Voglio sentire i denti.»
Obbedisco. I miei denti affondano nella carne molle del capezzolo, lo mordicchiano, lo tirano. La sua carne sa di sapone scadente e di ormone, una miscela che mi riempie le narici e mi annebbia il cervello. Le mie mani le stringono le tettone, le sollevano, le strizzano — sono così enormi che le mie dita non riescono a circondarle, affondano nella carne come in un impasto tiepido. Succhio a sinistra, poi passo a destra, poi ancora a sinistra, un ritmo da poppante affamato che le strappa gemiti sempre più rochi.
«Brava... brava vacca... sembri una bambina affamata...» Le sue dita mi accarezzano i capelli annodati. «Adesso basta. Adesso chiamo le altre.»
Si scosta. Si riallaccia la vestaglia con movimenti lenti, il respiro ancora pesante, i capezzoli gonfi che premono contro la stoffa grigia. Va alla porta, la apre, grida qualcosa nel corridoio con la sua voce catarrosa. Poi torna da me.
Non passano due minuti che la porta si riapre.
Lombardi e Rinaldi entrano nella cella come due elefanti in un ripostiglio. Indossano le stesse vestaglie grigie di De Santis — informi, annodate in vita, aperte sul davanti quanto basta per lasciare intravedere le pance enormi e le cosce che sfregano. Lombardi ha i capelli unti sciolti, le ciocche appiccicate alle tempie sudate. Rinaldi è più bassa, il culo colossale che tende la stoffa grigia come una vela. Entrambe hanno i piedi scalzi — dita tozze, unghie gialle, calli sui talloni. L'odore che portano con sé è lo stesso — cipria stantia, sudore rancido, fica non lavata.
«Cazzo, la vacca ha ancora fame,» ride Lombardi. Le sue dita corte mi afferrano il mento, mi girano il viso verso la lampada. «Guarda che occhi lucidi. Vuole ancora farsi leccare.» Le sue labbra premono sulle mie senza preavviso — un bacio bavoso, la lingua enorme che mi invade la bocca con un sapore di caffè vecchio e saliva densa.
«Voglio il suo buco,» gorgoglia Rinaldi da dietro. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi spingono in avanti. Inciampo, cado sulle ginocchia, le mani sul cemento gelido. Rinaldi mi si inginocchia dietro, la sua pancia enorme che preme contro le mie natiche, le sue dita tozze che mi aprono le grandi labbra da dietro. La sua lingua — calda, ruvida, enorme — mi lecca la fica con una passata lenta che mi strappa un urlo.
«Silenzio, vacca,» ringhia De Santis. Si è inginocchiata davanti a me, la sua montagna di carne che mi sovrasta. Le sue mani mi afferrano le tettone — le mie, stavolta — e le strizzano senza riguardo per le crosticine delle puntine, che si riaprono con un bruciore secco. Poi la sua bocca prende il mio capezzolo sinistro e succhia.
Sono circondata. Tre corpi enormi, tre montagne di carne sudata che mi schiacciano da ogni lato. Lombardi è alla mia sinistra — la sua bocca bavosa mi bacia il collo, l'orecchio, la spalla, mentre le sue dita mi scavano la piega del gomito, il palmo, le dita intrecciate alle mie. Rinaldi è dietro — la sua lingua mi scava la fica con un ritmo lento, metodico, le sue mani mi tengono aperte le natiche. De Santis è davanti — le sue labbra mi succhiano il capezzolo sinistro, i suoi denti lo mordicchiano, le sue dita mi strizzano la tettona destra fino a farmela diventare viola.
E Volkov guarda.
Lo vedo con la coda dell'occhio — la sua sagoma appoggiata contro il muro di cemento, le mani in grembo, gli occhi azzurri che brillano nella penombra. Non si muove. Non parla. Ma i suoi occhi sono due fiamme che mi percorrono il corpo con un'intensità che mi fa tremare. Guardami, dicono i miei occhi. Guardami mentre godo per loro, ma resto tua.
«La vacca si bagna,» gorgoglia Rinaldi contro la mia fica. La sua lingua entra nella vagina, scava, si ritira. «Sempre più bagnata. Sembra un fiume. Cazzo, sa di figa in calore, questa troia.»
«Perché è una troia in calore,» ride Lombardi. Le sue labbra mollano il mio collo, scendono sulla mia spalla, mi mordicchiano la clavicola. «È la nostra troia. La nostra vacca tettona. La nostra puttana personale.»
«Voglio venire sulla sua faccia,» ansima De Santis. Molla il mio capezzolo con uno schiocco umido. Si alza — un movimento lento, faticoso, le cosce che tremano. Si mette a cavalcioni sopra di me, una coscia enorme da ogni lato della mia testa, la sua fica — un cespuglio nero e folto, le grandi labbra gonfie e umide — a pochi centimetri dalla mia bocca. L'odore mi investe — acre, salato, un concentrato di femmina che mi riempie le narici e mi annebbia il cervello. «Lecca, vacca. Leccami la fica. Fammi sborrare sulla tua faccia mentre quelle due ti mangiano.» La mia lingua esce da sola. Lecca le sue grandi labbra, scivola dentro la sua vagina — un canale caldo, umido, che sa di muco e di sapone scadente e di un'eccitazione che non viene lavata via da giorni. De Santis geme — un suono catarroso, gutturale, che mi vibra nella bocca. Le sue anche iniziano a muoversi, un movimento rotatorio che mi strofina la fica sulla faccia.
E intorno a me, le altre due continuano.
Lombardi mi ha afferrato la mano sinistra e se la è infilata tra le cosce — le sue dita tozze guidano le mie, mi insegnano a toccarla, a premere sul suo clitoride gonfio, a scavare dentro la sua vagina umida. Rinaldi mi scava la fica con tre dita — le muove con un ritmo da tortura, le ruota, preme sul punto G con una precisione che mi fa inarcare la schiena.
Siamo un groviglio. Tre poliziotte grasse e sudate che mi avvolgono come una coperta di carne molle. Le loro pance enormi premono contro la mia schiena, contro i miei fianchi, contro le mie tettone martoriate. Le loro cosce massicce mi schiacciano. Le loro bocche bavose mi baciano, mi leccano, mi mordicchiano ogni centimetro di pelle. I loro odori — cipria rancida, sudore, fica, alito cattivo — mi riempiono le narici e mi fanno girare la testa.
E la fica pulsa. Pulsa come non ha mai pulsato.
Non è solo il piacere fisico — le lingue, le dita, le pressioni sapienti. È qualcosa di più profondo, più oscuro. È l'umiliazione di essere schiacciata da queste tre montagne di carne sudata. È l'odore acre che mi riempie i polmoni. È il sapore della loro intimità non lavata. È il peso delle loro pance, delle loro cosce, dei loro sederi enormi che mi premono addosso. È l'idea di essere sepolta viva sotto una valanga di carne femminile.
Ma soprattutto — sono gli occhi di Volkov.
I suoi occhi azzurri che mi guardano da quell'angolo buio. Immobili. Fissi. Il suo cazzo è duro — lo vedo, preme contro i pantaloni del completo ormai ridotto a uno straccio — ma lui non lo tocca. Non si muove. Tiene la promessa. Guarda e basta. E il suo sguardo è un incendio che mi brucia la pelle più delle loro lingue.
Guardami godere per loro, penso. Guardami mentre mi fanno sborrare. Sono tua. Solo tua. Anche quando tre corpi mi schiacciano, sono tua.
L'orgasmo monta. Lo sento partire dal basso ventre — quella vibrazione familiare, quella marea nera che mi sale nelle cosce e mi gonfia le ghiandole vaginali. Rinaldi lo sente — le sue dita accelerano, premono più forte sul punto G. Lombardi mi morde la spalla. De Santis mi strofina la fica sulla faccia con movimenti sempre più frenetici.
«Sborra, vacca,» ringhia De Santis. La sua voce è un rantolo. «Sborra sul pavimento. Fai vedere al tuo russo quanto sei troia. Fagli vedere come godi per noi.»
«Vieni, puttana tettona,» ansima Rinaldi. Le sue dita mi scavano la fica, mi premono il punto G, mi succhiano il clitoride con la lingua. «Fammi sentire la tua fica che mi munge le dita.»
«Sì... sì... sì...» La voce mi esce in un rantolo rotto.
E poi esplodo.
L'orgasmo è un terremoto che mi parte dalla fica e mi squassa il corpo intero. Le contrazioni mi stringono le dita di Rinaldi, le mungono, le succhiano dentro. Sborro — un getto caldo, copioso, che mi schizza sulla faccia di Rinaldi e sul cemento sotto di noi. Le contrazioni non si fermano — una, due, tre, quattro — un rosario di spasmi che mi fanno urlare.
E nello stesso istante, De Santis esplode sulla mia faccia. Il suo orgasmo è un fiotto denso, acre, che mi riempie la bocca e mi cola sul mento. Lei urla — un suono animalesco che rimbalza sulle pareti di cemento — e si butta in avanti, la sua pancia enorme che mi schiaccia la testa contro il pavimento.
Poi Rinaldi. Poi Lombardi. Una dopo l'altra, le tre poliziotte vengono insieme a me — un coro di gemiti rochi, di rantoli catarrosi, di corpi enormi che tremano e si accasciano. Restiamo così — un ammasso di carne sudata, quattro donne intrecciate sul cemento gelido, i respiri affannosi che si mescolano nell'afa della cella.
De Santis si solleva per prima. La sua faccia sudata è un trionfo porcino. Si inginocchia, guarda Volkov con un sorriso sdentato. «Hai visto, russo? La tua sposa è nostra. Nostra.»
Poi si china su di me, mi bacia la fronte. «Brava vacca. Ci vediamo presto.»
Le tre poliziotte si rialzano a fatica, le vestaglie che si richiudono sui corpi enormi. La porta si apre, si chiude. Il clangore metallico risuona nella cella. I loro passi si allontanano nel corridoio.
Silenzio.
Resto distesa sul cemento, nuda, il corpo coperto del loro sudore e dei loro liquidi, la fica ancora pulsante, il respiro spezzato. Volkov si muove — lo sento strisciare verso di me, le sue ginocchia sul cemento, le sue braccia che mi sollevano e mi stringono.
«Amore mio,» sussurra. La sua voce è roca, piena di qualcosa che assomiglia alla devozione. «Sei stata perfetta. Perfetta. La mia vacca. La mia puttana. La mia sposa. Hai goduto per loro, ma eri mia. L'ho visto nei tuoi occhi. Eri mia.» Le sue labbra premono sulle mie. Il bacio sa di lacrime e di sperma di De Santis e di una promessa che non ha bisogno di parole.
Mi addormento così — tra le sue braccia, sporca, esausta, piena di orgasmi e di vergogna e di amore. E nei miei sogni, i suoi occhi azzurri mi guardano ancora.

