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63. Il banchetto delle tre vacche

Ma vengo subito svegliata, la porta non si è ancora aperta del tutto che già sento il fruscio delle vestaglie grigie strisciare sul cemento. De Santis, Lombardi, Rinaldi — le tre montagne di carne sudata che mi hanno appena svuotata, che mi hanno appena riempita la bocca del loro sapore, che se ne stavano andando — adesso si fermano. La mano tozza di De Santis si appoggia allo stipite, le unghie mangiate che grattano il ferro arrugginito. Si volta. I suoi occhi porcini mi cercano nella penombra.

«No,» gorgoglia. La voce è un catarro pensieroso. «Non abbiamo finito.»

Lombardi e Rinaldi si scambiano un'occhiata. Le loro labbra si incurvano in un sorriso complice, sdentato, umido. Rinaldi si passa la lingua sulle labbra — una lingua spessa, pallida, che luccica di saliva e del mio sapore.

«La vacca non ci ha ancora leccate tutte,» dice Lombardi. Le dita tozze tamburellano sulla pancia enorme. «Io voglio la sua lingua sulla mia topa. Voglio sentirla scavare.»

«Anch'io,» ansima Rinaldi. «Voglio che mi lecchi mentre il russo guarda.»

De Santis ride — un gorgoglio viscido che le fa tremare la pancia sotto la vestaglia. Torna verso di me, i piedi scalzi che schioccano sul cemento. Le sue dita mi afferrano per i capelli annodati, mi tirano su in ginocchio. Il cuoio capelluto brucia, ma la fica pulsa — un riflesso, una condanna, un bisogno.

«Hai sentito, vacca?» La sua faccia sudata è a un centimetro dalla mia. L'alito sa di caffè vecchio e di denti marci. «Devi leccare tutte e tre. E il tuo bel russo —» gli occhi porcini scattano verso Volkov, di nuovo appoggiato contro il muro di cemento «— il tuo bel russo deve guardare. Anzi. Deve farsi una sega. Voglio vederlo svuotarsi le palle mentre tu ci lecchi la fica.»

Volkov non dice niente. I suoi occhi azzurri incontrano i miei per un istante, e c'è qualcosa di simile a un permesso in quello sguardo. Poi lentamente, quasi con noncuranza, le sue dita scendono sulla patta dei pantaloni. La bottoniera si apre. Il suo cazzo esce fuori — quella mazza pallida e venata che mi ha aperta la prima notte, che mi ha scopata in una chiesa sconsacrata, che mi ha promesso vendetta e amore eterno. È già duro. Il glande violaceo luccica di un velo di umidità. Le sue dita lo stringono alla base, poi iniziano a muoversi — un movimento lento, pigro, quasi annoiato.

«Bravo russo,» gorgoglia De Santis. «Adesso stai zitto e ti fai una bella sega. E tu, vacca —» mi spinge la testa verso il pavimento «— inizia a leccare.»

Cado in avanti. Le mani sul cemento gelido, le ginocchia che sfregano sulla grata. De Santis si è già sdraiata davanti a me, la schiena contro il pavimento, le cosce enormi che si aprono come due tronchi di carne bianca. La vestaglia si è spalancata del tutto. La sua fica è un cespuglio nero e folto, le grandi labbra gonfie e umide che si aprono come un frutto troppo maturo. L'odore mi investe — acre, salato, un concentrato di femmina che mi riempie le narici e mi fa girare la testa.

«Lecca, vacca. Lecca come se fosse l'ultima cosa che fai.»

La mia lingua esce da sola. Appoggio la punta sulle sue grandi labbra, sento il sapore — sale, muco, un retrogusto dolciastro di cipria rancida. Poi apro la bocca e affondo. La lingua scivola dentro di lei, scava le pieghe umide, trova il clitoride — un nocciolo duro, enorme, che pulsa contro le mie papille. De Santis geme. Le sue cosce mi stringono la testa, le sue dita mi afferrano i capelli e premono.

«Cazzo, sì... così... lecca più forte...»

Dietro di me, sento il respiro di Volkov farsi più pesante. Il suono viscido della sua mano che scorre sul cazzo — un ritmo lento, regolare, che si mescola ai miei gemiti ovattati. Non lo vedo, ma lo sento. Sento i suoi occhi azzurri sulla mia schiena nuda, sulle mie natiche che ondeggiano mentre muovo la testa tra le cosce di De Santis. Sapere che mi sta guardando mi manda una scossa direttamente nella fica. Cola un rivolo caldo che mi scende sulla coscia.

Lombardi e Rinaldi non stanno a guardare. Lombardi si inginocchia alla mia sinistra, la sua vestaglia già aperta, il suo cespuglio nero che mi preme contro la spalla. Le sue dita tozze mi afferrano la mano sinistra, me la guidano tra le sue cosce. «Toccami, vacca. Mentre lecchi De Santis, voglio le tue dita nella mia topa.» Obbedisco. Due dita le scavano la vagina — un canale caldo, umido, che si stringe intorno alle mie nocche. Lei geme, un suono roco, e inizia a muovere i fianchi contro la mia mano.

Rinaldi si piazza alla mia destra. Non vuole dita — vuole la bocca. La sua mano mi afferra la nuca, mi stacca dalla fica di De Santis con uno schiocco umido, mi gira la testa verso di lei. «Adesso tocca a me, vacca. Voglio sentire la tua lingua.»

La sua fica è diversa — più piccola, le grandi labbra meno gonfie, il clitoride più nascosto. Mi tuffo. La lingua scivola nelle sue pieghe, cerca il nocciolo duro, lo trova. Rinaldi ansima. Le sue cosce enormi mi stringono il collo, mi schiacciano le orecchie, attutiscono i suoni del mondo — sento solo il battito del suo cuore, il respiro affannoso, il rumore ovattato della mano di Volkov che accelera.

«Basta,» ringhia De Santis. Mi strattona per i capelli, mi riporta su di lei. «Voglio venire. Voglio sborrare sulla tua faccia. Poi passi a Lombardi. Poi di nuovo a me. Voglio un giro completo, vacca. Voglio che ci fai venire tutte e tre prima che il tuo russo si svuoti le palle.»

Ricomincio. La lingua nella fica di De Santis, le dita in quella di Lombardi, gli occhi di Rinaldi che mi fissano con fame. Il ritmo è forsennato — lecco, succhio, scavo, mordicchio il clitoride di De Santis mentre le dita pompano dentro Lombardi. I loro gemiti si mescolano, un coro di rantoli catarrosi che rimbalzano sulle pareti di cemento. L'odore è un miscuglio di fica, di sudore rancido, di cipria scadente, di sperma — perché Volkov si sta masturbando più veloce, adesso, il suono della sua mano è uno schiocco liquido che mi entra nelle orecchie e mi si infila direttamente nell'utero.

«Cazzo, la vacca ci sa fare,» ansima Lombardi. Le sue dita mi afferrano il polso, mi spingono più a fondo dentro di lei. «Sembra una professionista. Una mangiatrice di figa nata.»

«Perché è una mangiatrice di figa nata,» gorgoglia De Santis. Le sue anche iniziano a muoversi — un movimento rotatorio che mi strofina la fica sulla faccia. «È la nostra puttana. La nostra lecca-fighe personale. Addestrata dal russo. Vero, russo? L'hai addestrata bene?»

Volkov non risponde. Ma sento il suo respiro spezzarsi — un'inspirazione trattenuta, un gemito soffocato. La sua mano sta accelerando. Lo scroscio della pelle sul cazzo è un tamburo che mi martella nelle orecchie.

De Santis esplode. Il suo orgasmo è un fiotto caldo, denso, che mi riempie la bocca e mi cola sul mento. Lei urla — un suono animalesco, gutturale, che mi vibra nella gola — e le sue cosce mi serrano la testa in una morsa. La lingua ancora dentro di lei, sento le contrazioni — le pareti vaginali che pulsano, si stringono, la spremono.

Poi Lombardi. Poi Rinaldi. Una dopo l'altra, le tre poliziotte mi spingono la testa da una fica all'altra, e io lecco, succhio, scavo, bevo i loro orgasmi uno dopo l'altro. Il mio viso è zuppo — una miscela del loro liquido, della mia saliva, delle lacrime che mi rigano gli occhi senza che me ne accorga. La fica mi pulsa così forte che quasi non la sento più — è un tamburo lontano, una marea nera che monta nel basso ventre.

«Adesso voglio vedere il russo venire,» ansima De Santis. Si solleva sui gomiti, la pancia enorme che si solleva come un mantice. «Voglio che ti sborri addosso, vacca. Voglio che ti dipinga le tettone con la sua sborra.»

Volkov si alza. Il suo corpo massiccio si staglia contro la luce fioca del corridoio che filtra dalla grata della porta. Il cazzo è una mazza violacea, gonfia, le vene che pulsano sulla pelle tesa. Cammina verso di me — tre passi lenti, misurati, i piedi scalzi che schioccano sul cemento. La mano ancora intorno al cazzo, il movimento che non si ferma.

«Guardami, amore mio,» sussurra. La voce è roca, piena di una tensione che sta per spezzarsi. «Guardami mentre ti sborro addosso.»

Mi inginocchio. Le ginocchia sulla grata, la schiena dritta, le tettone violacee ancora segnate dalle corde e dalle puntine che puntano verso di lui come un'offerta. Le tre poliziotte sono intorno a me — De Santis ancora sdraiata, Lombardi e Rinaldi in ginocchio ai miei lati, i loro corpi enormi che mi sovrastano come monumenti di carne. I loro occhi lucidi fissano il cazzo di Volkov, le loro bocche si aprono in sorrisi sdentati.

«Sborra, russo,» gorgoglia De Santis. «Sborra sulla tua vacca. Falle una collana di sperma.»

La mano di Volkov accelera. Il glande violaceo pulsa, si gonfia, la fessura si allarga. Il suo respiro è un rantolo — inspira, trattiene, stringe i denti. I suoi occhi azzurri sono due fiamme che mi bruciano la pelle.

«Prendila, vacca tettona,» ringhia. «Prendila tutta.»

Il primo getto mi colpisce al mento — una sberla calda, densa, che mi schizza sulla gola e cola giù fino allo sterno. Il secondo mi centra la tettona sinistra — un fiotto bianco, colloso, che atterra proprio sul capezzolo violaceo e cola lentamente lungo la curva della carne martoriata. Il terzo mi esplode sulla guancia destra, mi chiude l'occhio, mi appiccica le ciglia. Il quarto, il quinto, il sesto — non li conto più. Volkov ruggisce — un suono che mi entra nel petto e mi fa vibrare le ossa — e continua a sborrare, a pompare, a dipingermi di bianco. Lo sperma mi cola tra le tettone, mi scivola sulla pancia, si mescola al sudore e ai liquidi delle tre poliziotte. È ovunque — sul collo, sulle spalle, sulle braccia, sulle cosce. Un rivolo denso mi entra nell'orecchio, un altro mi si infila nell'ombelico.

De Santis ride — un gorgoglio soddisfatto. «Cazzo, quanto ne hai. Sembra una fontana. La tua vacca è completamente ricoperta.»

Lombardi allunga la mano. Le sue dita tozze raccolgono un grumo di sperma dal mio capezzolo sinistro, se lo portano alla bocca. «Sa di russo. Sa di maschio. Mi piace.» Poi si china su di me, la sua lingua enorme che mi lecca via lo sperma dalla tettona destra con una passata lenta, bavosa.

Rinaldi non vuole essere da meno. La sua bocca trova la mia guancia destra, lecca via il fiotto che mi ha chiuso l'occhio. La sua lingua è ruvida, calda, mi raschia la pelle mentre raccoglie lo sperma. Poi scende sul mento, sul collo, sulla clavicola. «Voglio assaggiarlo,» mormora. «Voglio assaggiare il russo sulla pelle della vacca.»

De Santis si alza a fatica. Si inginocchia davanti a me, le sue tettone enormi che penzolano dalla vestaglia aperta. La sua lingua mi lecca la fronte — un'altra passata, lenta, metodica. «Puliamo la vacca,» gorgoglia. «Puliamo la vacca con le nostre lingue.»

E poi sono di nuovo su di me. Tre bocche bavose che mi leccano il corpo, che raccolgono lo sperma di Volkov dalla mia pelle e se lo passano di bocca in bocca. Le loro lingue si incrociano sulle mie tettone, sulle mie spalle, sulle mie cosce. Le loro mani mi tengono ferma, mi aprono le gambe, mi espongono la fica ancora pulsante. Sento la lingua di Rinaldi che mi scava l'orecchio, quella di Lombardi che mi lecca l'incavo del gomito, quella di De Santis che mi pulisce l'ombelico.

Volkov è in piedi sopra di noi. Il suo cazzo è ancora duro — una mazza violacea che pende umida tra le sue gambe, luccicante del suo stesso sperma. I suoi occhi azzurri ci guardano — me, le tre poliziotte, il groviglio di carne femminile che si contorce ai suoi piedi. Il suo respiro è ancora pesante, le sue dita ancora strette intorno alla base del cazzo.

«Brava vacca,» sussurra. La voce è un rantolo soddisfatto. «Brava. Prenditi cura delle tue amiche. E tu —» i suoi occhi si posano su De Santis «— ricordati che è mia. Puoi leccarla, puoi scoparla, puoi farle tutto quello che vuoi. Ma è mia. E quando uscirò da qui —» il suo sorriso è una lama «— te la riprendo.»

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