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64. Il bacio del tradimento

La porta si apre senza il solito clangore. Stavolta è un suono ovattato, quasi discreto, e quando alzo la testa dal petto di Volkov vedo solo lei — De Santis — la sua montagna di carne molle che riempie la soglia, i capelli unti raccolti in una crocchia ancora più tirata del solito, le labbra incurvate in un sorriso che non promette dolore. Promette qualcos'altro.

«Solo tu, vacca,» gorgoglia. Gli occhi porcini guizzano verso Volkov, poi tornano su di me. «Solo tu. Alzati.»

Volkov non dice niente. Le sue braccia si allentano, le sue dita mi sfiorano la schiena nuda con una carezza leggera — un permesso, una promessa. Mi alzo. La gonna-tubo è ancora un brandello di stoffa sul pavimento, la camicia blu è un ricordo lontano. Sono nuda come tutte le volte precedenti — le tettone ancora violacee, i capezzoli ancora gonfi e coperti di crosticine scure, le cosce ancora appiccicose di liquidi vecchi. I piedi scalzi seguono De Santis lungo il corridoio, i neon che ronzano sopra la testa, le pareti di cemento che sfilano via.

La stanza in cui mi spinge è diversa. Niente grata di metallo. Niente tubi. È una stanza piccola, quasi intima — una scrivania di legno, due sedie, una lampada da tavolo che proietta una luce calda, gialla. Odora di cipria, di sudore vecchio, di qualcosa che assomiglia a un profumo scaduto. De Santis chiude la porta. Il chiavistello scatta con un clic secco.

«Siediti, vacca.»

Mi siedo. La sedia è di legno duro, lo schienale mi preme sulle scapole. De Santis si piazza davanti a me, la sua montagna di carne che mi sovrasta. Poi, con un movimento inaspettatamente agile, si inginocchia. Le sue mani tozze mi afferrano le ginocchia, le aprono, si fa spazio tra le mie cosce. Il suo viso sudata è a pochi centimetri dal mio. L'alito sa di caffè vecchio e di qualcosa di dolciastro. Le sue dita mi afferrano il mento, mi sollevano il viso.

«Adesso baciami, Sabina.»

Non mi ha mai chiamata per nome. Il suono mi spiazza — è intimo, quasi tenero. Le sue labbra premono sulle mie prima che io possa rispondere. Il bacio è lento, umido, completamente diverso da quelli affamati dei giorni scorsi. La sua lingua mi invade la bocca con una calma studiata, mi esplora come se stesse assaporando un frutto maturo, come se avesse tutto il tempo del mondo. Le sue mani intanto mi avvolgono la schiena — i palmi sudati premono sulla mia pelle nuda, mi tirano verso di lei. Le sue tettone enormi si schiacciano contro le mie, i capezzoli duri che sfregano contro i miei capezzoli ancora dolenti.

La bacio. Non so perché — forse perché è più facile che resistere, forse perché il suo bacio ha una stranezza che mi disorienta. Le nostre lingue si intrecciano, si scambiano saliva, si annusano come due animali che si riconoscono. Le sue mani mi palpeggiano la schiena, scendono sui fianchi, risalgono sulle tettone. Le strizza piano — senza violenza, senza fretta. Le dita tozze affondano nella carne martoriata con una pressione che è quasi un massaggio, e il gemito che mi esce dalla gola è un suono che non riconosco.

«Brava vacca,» sussurra sulle mie labbra. «Brava Sabina.» Il mio nome detto da lei mi fa rabbrividire. Si stacca quel tanto che basta per guardarmi negli occhi. I suoi occhi porcini sono stranamente seri, quasi tristi. Le sue dita mi accarezzano la guancia con una tenerezza che stride con tutto quello che mi ha fatto. «Ascoltami bene adesso. Ti faccio una proposta.»

La guardo. Il cuore mi martella nelle orecchie.

«Io posso farti uscire da qui,» dice. La voce è un gorgoglio basso, cospiratorio. «Posso farti uscire domani stesso. Documenti nuovi. Un biglietto del treno. Un indirizzo sicuro dove nessuno ti troverà mai più. Niente più torture. Niente più puntine. Niente più scopate di gruppo. Sei giovane, sei bella, hai due tettone che fanno impazzire chiunque. Puoi rifarti una vita.»

La pausa è lunga, piena del suo respiro catarroso.

«In cambio,» continua, «tu tradisci Volkov. Mi dici dove sono i depositi di Kaliningrad. Mi dai i nomi dei suoi contatti. Mi dici tutto quello che sai — e giuro che domani sei fuori. Libera. Il russo marcirà qui dentro per sempre, ma tu sarai salva. Decidi tu.»

Le parole mi colpiscono lo stomaco come un pugno. Tradire Volkov. L'uomo che mi ha comprato, distrutto, ricostruito. L'uomo che mi chiama vacca e sposa e amore mio. L'uomo che mi tiene in grembo e mi accarezza i capelli e mi promette che usciremo insieme. Tradirlo per la libertà.

La fica mi pulsa. È assurdo, ma pulsa. L'idea di tradirlo mi eccita e mi fa schifo nello stesso istante, un cocktail di vergogna e desiderio che mi annebbia la vista. De Santis lo vede — le sue dita scendono tra le mie cosce, sfiorano le grandi labbra gonfie, trovano il clitoride. Un tocco leggero, quasi distratto.

«Lo vedi?» sussurra. «Il tuo corpo sa già cosa vuoi. Sei stanca di soffrire. Sei stanca di essere la vacca di tutti. Con me puoi essere libera. Devi solo dire sì.»

Il suo dito preme sul clitoride con una pressione circolare. La fica si apre, cola un rivolo caldo sulla sedia di legno. La sua bocca preme di nuovo sulla mia — un altro bacio lento, umido, la lingua che mi invade mentre il dito continua a massaggiarmi. Il piacere mi monta nel basso ventre come una marea nera, e io mi odio per quanto mi piace. Mi odio per come le mie labbra rispondono al suo bacio. Mi odio per come i miei fianchi si muovono contro la sua mano.

Ma la mente — la mente è ancora di Volkov. Come ha detto lui: la mente è salda. Il corpo può godere. La mente no.

«Devo... devo pensarci...» La voce mi esce in un rantolo. «Non posso decidere così...»

De Santis sorride. Le dita si fermano. «Certo che devi pensarci. Sei una vacca, ma non sei stupida. Torna in cella. Parlane col tuo russo. Tanto —» ride, un gorgoglio viscido «— lui non può fare niente. È ammanettato. È in gabbia. È finito. Digli pure che ti ho fatto questa proposta. Così potrà vederti marcire con lui quando dirai di no.» Si alza a fatica. Le sue mani mi afferrano per le ascelle, mi tirano su. Mi spinge verso la porta. «Hai tempo fino a domattina, vacca. Poi l'offerta scade. E si torna alle puntine.»

Il corridoio è un tunnel di cemento che non finisce mai. I passi di De Santis alle mie spalle sono lenti, pesanti. La porta della cella si apre. Mi spinge dentro. La porta si chiude.

Volkov è ancora sul materasso. Non si è mosso di un millimetro — la schiena contro il muro, gli occhi azzurri che brillano nella penombra. Mi guarda. Non parla. Aspetta.

Mi inginocchio accanto a lui. Le ginocchia sul cemento gelido, le mani che mi tremano. «Volkov... lei mi ha detto... mi ha proposto...» Le parole mi escono in un fiume rotto. Gli racconto tutto — il bacio, le carezze, la proposta, la libertà in cambio del tradimento. Mentre parlo, le lacrime mi rigano il viso. Non so perché piango — forse per la vergogna di aver provato piacere, forse per la paura che lui possa credere che io voglia tradirlo davvero.

Lui ascolta in silenzio. Poi, quando ho finito, le sue labbra si incurvano in un sorriso.

«Amore mio,» sussurra. Le sue braccia si aprono, mi avvolgono, mi tirano in grembo. «Sei stata bravissima. Bravissima. Hai fatto esattamente quello che dovevi fare.» Le sue labbra premono sulla mia fronte — un bacio lungo, caldo, pieno di qualcosa che assomiglia all'orgoglio. «Adesso ascoltami bene.»

Le sue dita mi sollevano il mento. I suoi occhi azzurri mi inchiodano. «Le dirai di sì. Domani mattina, quando torna, le dici che hai deciso di tradirmi. Le dai un deposito — Kaliningrad, via Pionerskaya 17. Non esiste, ma loro perderanno giorni a cercarlo. Le dai un nome — Aleksandr Petrov. Un mio nemico, uno che voleva uccidermi dieci anni fa. Se lo prendono loro, fanno un favore a me. Poi le dici che ho conti cifrati a Cipro, che uso la Banca di Creta per riciclare. Nomi falsi, indirizzi falsi, tutto inventato. Abbastanza dettagliato da sembrare vero, abbastanza falso da non servire a niente.»

Parla veloce, la voce bassa, le labbra che sfiorano il mio orecchio. «Lei ti farà uscire. Ti darà documenti nuovi. Ti porterà fuori da questa base. Tu vai dove ti dice, prendi il treno, arrivi all'indirizzo sicuro. Ma non ti fermi lì. Vai subito da Ivan. Lo conosci — è il mio uomo a Roma, quello con la testa rasata e gli occhi azzurri. Gli dici dove sono. Gli dici che De Santis mi tiene in questa base. Lui saprà cosa fare — ha mezzi, ha uomini, ha contatti. Mi tirerà fuori in una settimana. Poi —» il suo sorriso si allarga, diventa una lama «— verremo a prendere De Santis. E le faremo pagare tutto quello che ti ha fatto. Con gli interessi.»

Lo guardo. La mente mi si illumina come se qualcuno avesse acceso una lampada nel buio. Un piano. Un piano vero. Non più promesse vaghe, non più speranze astratte. Un indirizzo. Un nome. Una strada da percorrere.

«Posso farcela,» mormoro. «Posso davvero farcela.»

«Certo che puoi.» Le sue labbra premono sulle mie. «Sei la mia vacca. La mia sposa. La mia puttana coraggiosa. Hai sopportato mollette, puntine, frustate, elettroshock, tre poliziotte grasse che ti leccavano la fica. Recitare una parte per quella balena sudata sarà una passeggiata.»

Una risata mi scoppia in gola — un suono isterico, liberatorio. Lo abbraccio. Le mie braccia gli cingono il collo, le mie tettone premono contro il suo petto, la mia pelle nuda si appiccica alla sua camicia sudata. Lo bacio. Non è un bacio disperato come quelli dei giorni passati — è un bacio pieno di speranza, di amore, di una fame che non ha niente a che fare con la tortura. È la fame di lui. La fame del suo corpo, del suo calore, della sua pelle contro la mia.

«Ti amo,» sussurro sulle sue labbra. «Ti amo, Volkov. Ti amo così tanto che mi fa male.»

«Ti amo anch'io, vacca tettona.» Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi sollevano, mi mettono a cavalcioni sopra di lui. Le cosce mi si aprono intorno alla sua vita, la fica nuda che preme contro la stoffa ruvida dei suoi pantaloni. Sento il suo cazzo duro sotto il tessuto — quella mazza che mi ha aperta, scopata, riempita infinite volte. «Adesso voglio fare l'amore con te. Non scoparti. Fare l'amore. Come marito e moglie. Come due persone che si amano. Perché domani esci da qui, e io voglio che l'ultima cosa che ricordi di questa cella non siano le frustate o le puntine. Voglio che ricordi me. Noi. Questo momento.»

Le sue mani mi accarezzano la schiena nuda, scendono sui fianchi, risalgono sulle tettone. Le solleva, le soppesa, le bacia. Le sue labbra prendono il capezzolo sinistro — ancora violaceo, ancora coperto di crosticine — e lo succhiano con una dolcezza che mi fa gemere. Non c'è violenza nel suo tocco. C'è devozione. C'è amore. C'è il rispetto di un uomo che ha visto il suo corpo torturato e lo tratta come qualcosa di sacro.

«Ti voglio dentro di me,» sussurro. La voce mi trema. «Ti voglio dentro di me come non ti ho mai voluto.»

Le sue dita scendono sulla patta. La aprono. Il suo cazzo esce fuori — duro, caldo, il glande violaceo che luccica. Mi sollevo sulle ginocchia, mi posiziono, sento la punta premere contro le mie grandi labbra gonfie. Poi scendo. Lentamente. Millimetro per millimetro. Lui mi riempie — una dilatazione piena, calda, che mi toglie il respiro. La fica lo stringe, lo accoglie, lo munge con piccole contrazioni involontarie.

«Cazzo, amore mio...» La sua voce è un rantolo. «Sei così stretta... così calda... così mia...»

Le mie braccia gli cingono il collo. La mia fronte preme contro la sua. I nostri occhi si guardano — azzurro contro i miei, a pochi centimetri di distanza. Inizio a muovermi. Un movimento lento, ondulatorio, le anche che ruotano. Non c'è fretta. Non c'è violenza. C'è solo il suo cazzo dentro di me, le sue mani sulla mia schiena, le sue labbra che cercano le mie.

Facciamo l'amore. Per la prima volta, non mi scopa — mi ama. Le sue spinte sono profonde, lente, misurate. Le mie anche rispondono con un ritmo che è una danza, non una resa. I nostri baci sono infiniti — lingue che si intrecciano, labbra che si succhiano, denti che si sfiorano. Il suo respiro è caldo sulla mia faccia. Il mio respiro è un ansito che si mescola al suo.

«Ti amo, vacca tettona,» sussurra. «Ti amo, Sabina. Ti amo, sposa mia. Ti amo. Ti amo.»

«Ti amo... ti amo...» La voce mi si rompe in un singhiozzo. L'orgasmo monta — non quello violento delle torture, non quello disperato degli elettroshock. È un orgasmo caldo, lento, che mi parte dal basso ventre e mi si irradia in tutto il corpo. Le contrazioni mi stringono il suo cazzo, lo mungono con una tenerezza che non sapevo di avere. Lui geme — un suono basso, gutturale, che mi vibra nelle ossa — e viene dentro di me. Il suo sperma mi riempie, caldo, denso, una promessa liquida che mi cola lungo le cosce.

Restiamo così — io a cavalcioni su di lui, il suo cazzo ancora dentro di me, le nostre fronti incollate, i respiri che si mescolano. Le lacrime mi rigano il viso senza che me ne accorga. Sono lacrime di sollievo. Di amore. Di speranza.

«Domani esci,» mormora Volkov. Le sue dita mi accarezzano i capelli annodati. «Domani inizi il piano. E tra una settimana —» i suoi occhi azzurri brillano nel buio «— siamo di nuovo insieme. E niente ci separerà mai più. Te lo prometto.»

Lo bacio. Un ultimo bacio, pieno di tutto l'amore che ho — un amore distorto, malato, osceno forse. Ma mio. Nostro. L'unica cosa vera in questo buco di cemento e ruggine.

«Aspetterò,» sussurro. «Aspetterò il giorno in cui saremo liberi. E quel giorno —» le mie labbra si incurvano in un sorriso «— ti farò fare l'amore in un letto vero. Con le lenzuola pulite e la finestra aperta sul mare. Te lo prometto anch'io.»

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