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65. Inizia la caccia alla vacca
Le porte del treno si chiudono con un sibilo pneumatico, e il finestrino scorre via mostrandomi il riflesso della mia stessa immagine — una ragazza sconosciuta con una camicetta jeans che non si chiude e una minigonna che mi arrotola le cosce. La stazione di Orte si allontana lentamente, ma io non ci sono più sopra. Io sono già nel ricordo di questo pomeriggio.
Le mani di De Santis tremano mentre infila i documenti nuovi nella mia borsa di tela, la fede falsa al dito, il biglietto del treno che spunta dalla tasca della giacca leggera che mi ha regalato. Le sue dita tozze mi sfiorano il polso, esitano. Poi mi afferra la nuca con una forza improvvisa, mi tira contro il suo petto enorme, e le sue labbra premono sulle mie.
Il bacio è diverso da tutti gli altri che abbiamo condiviso. Non c'è fame. C'è una specie di disperazione, una tenerezza viscida e calda che mi entra nella bocca insieme alla sua lingua. La sua mano grassoccia mi stringe la tettona destra attraverso la camicetta — l'ultima volta, lo so — e mi mormora contro le labbra: «Sii prudente, vacca. Sei libera, ma non dimenticare che ti ho lasciata andare. Tienilo sempre a mente, quando sarai lontana.»
Poi, con un gesto assurdo, mi infila nella borsa qualcosa di duro — un oggetto lungo, liscio, con un'interruttore alla base. Il suo vibratore personale. «Per ricordarti di me,» gorgoglia. La sua risata è un catarro rotto, quasi triste.
Ora, sul treno, la memoria di quel bacio mi arde ancora sulle labbra. Il vibratore è pesante nella borsa, un peso di plastica che mi ricorda la sua pelle sudata, il suo odore di cipria rancida, le sue dita che mi scavavano la fica.
Il treno è un forno. L'afa di agosto trasforma i vagoni in un carro bestiame — corpi sudati che ondeggiano insieme al movimento delle rotaie, l'aria che puzza di ascella e di vestiti stantii e di cibo da viaggio. La camicetta jeans è di due taglie più piccola, l'ho saputo da subito — i bottoni dall'ombelico in su non si chiudono, la stoffa si apre come una tenda sulle tettone nude che esplodono fuori, i capezzoli ancora segnati dalle crosticine scure delle puntine, duri nell'aria calda del vagone.
Tutti mi guardano.
Lo sento sulla pelle — gli occhi dei maschi che mi scorrono addosso come dita invisibili. L'uomo sulla cinquantina con la camicia sudata, che mi fissa le tettone senza vergogna, il giornale dimenticato sulle ginocchia. Il ragazzo coi capelli lunghi nell'angolo, che si umetta le labbra mentre i suoi occhi mi mangiano la scollatura. Il vecchio col cappello, che si aggiusta l'inguine con un movimento furtivo. I loro sguardi mi avvolgono come una coperta calda, e la fica mi pulsa — un riflesso che non so controllare, un bisogno che non si è spento con la libertà.
Mi siedo vicino al finestrino. Di fronte a me, un ragazzo — forse vent'anni, forse meno — con una maglietta dei Guns N' Roses slavata, gli occhi castani che mi sorridono con una timidezza che quasi mi fa tenerezza. Le sue dita tamburellano sulle ginocchia, incerte, e quando i nostri sguardi si incrociano lui arrossisce.
«Ciao,» dice. La voce è un filo, un tentativo.
«Ciao.» La mia voce esce più roca di quanto volessi.
«Sei... sei di qui?»
«No, sono di passaggio. Vado a Roma.»
Lui annuisce, troppo in fretta. Gli occhi scappano involontariamente sulle mie tettone, poi tornano su, in imbarazzo totale. «Anch'io... cioè, scendo prima. A Orte. Abito lì.»
Parlo per mezz'ora. Gli racconto una storia — una mezza verità, abbastanza vera da sembrare credibile. Mi chiamo Sara, vengo da una città del Sud, ho litigato col mio ex, vado a Roma per ricominciare. Lui mi ascolta con attenzione, le dita ferme, gli occhi che non si staccano dal mio viso — o almeno cerca di tenerli lì. Ogni tanto la camicetta si apre un po' di più, e lui trattiene il respiro, e io sorrido dentro.
Una parte della mia mente lavora silenziosa. I servizi segreti. De Santis potrebbe avermi messo un localizzatore addosso — nella borsa, nelle scarpe, nella fibbia della cintura. Potrebbe avermi seguita. O forse no. Forse è tutto un piano di Volkov, forse la libertà è reale. Ma non posso rischiare. Non posso andare direttamente da Ivan, non ancora. Devo confondere le tracce.
«Dove scendi?» chiedo, con un tono che spero suoni casuale.
«Orte. La prossima fermata.»
Allungo la mano, gliela appoggio sul ginocchio. Lo sento vibrare sotto le mie dita. «Ti va se scendo anch'io? Potresti farmi da guida. Conoscere la zona…»
I suoi occhi si spalancano. La mano si chiude sulla mia — calda, un po' sudata. «Certo,» sussurra. «Certo, mi piacerebbe.»
Il treno frena. Orte è una stazioncina provinciale con la tettoia di cemento e un cartello arrugginito. Scendiamo insieme.
La sua casa è un bilocale al primo piano di un palazzo anni Settanta, con le persiane verde scuro e l'odore di sugo che sale dal piano di sotto. Le pareti sono spoglie, un divano sfondato, una cucina minuscola, la camera da letto con le lenzuola stropicciate.
Non parliamo molto. Le sue mani mi afferrano i fianchi appena la porta si chiude, e io mi lascio fare — anzi, lo guido. Lo spingo contro il muro del corridoio, gli strappo la maglietta dei Guns N' Roses, le mie dita che gli scavano il petto magro, i muscoli che fremono sotto la pelle. Lui geme — un suono sorpreso, quasi infantile — e io lo bacio con una fame che non sapevo di avere. La sua lingua è inesperta, goffa, ma calda. Le sue mani mi palpeggiano le tettone con una timidezza che mi fa sorridere.
Lo guido nella camera. Lo spingo sul letto. Mi tolgo la minigonna, mi sfilo la camicetta, e resto nuda davanti a lui. I suoi occhi si spalancano sulle striature violacee delle mie tettone, sulle crosticine scure dei capezzoli, sul pube ancora gonfio. «Cazzo,» mormora. «Cosa ti hanno fatto?»
«Non chiedere,» sussurro. «Scopami e basta.»
Lo faccio sdraiare. Mi metto a cavalcioni su di lui, la fica che già cola, il suo cazzo — duro, dritto, più piccolo di quello di Volkov — che preme contro le mie grandi labbra. Lo prendo dentro con un movimento lento, completo, e lui geme come un dannato.
Scopiamo come animali. Non c'è amore, non c'è tenerezza — c'è la fame di un corpo che ha bisogno di sentirsi vivo, di un ragazzo normale, di un cazzo che non chiede nulla in cambio se non il piacere del momento. Le sue spinte sono goffe, ma energiche — i fianchi che sbattono contro i miei, le mani che mi stringono le tettone con una pressione che fa male ma mi piace, la bocca che cerca la mia come un pesce fuor d'acqua. Lo cavalco con furia, le tettone che ballano, i capezzoli che sfregano contro il suo petto, la fica che lo munge a ogni discesa.
Lui viene dopo poco — troppo poco — ma io non mi fermo. Continuo a muovermi sul suo cazzo che si ammorbidisce, lo stimolo, lo faccio riavere duro. La seconda volta è più lunga. Sento le sue dita che cercano il mio clitoride, che lo trovano con una precisione sorprendente, e quando esplodo — un orgasmo breve, violento, quasi d'imbarazzo — lui viene di nuovo, un getto caldo che mi riempie la fica e cola sulle cosce.
Restiamo distesi, sudati. Lui fuma una sigaretta con le mani che tremano. Io mi alzo, apro la borsa, prendo il vibratore di De Santis — un oggetto di silicone viola, liscio, con la base zigrinata.
«Tieni,» gli dico porgendoglielo. «Un regalo. Come ricordo.» Il dubbio che possa essere una microspia mi rode la mente, ma non lo dico. «Se ti serve qualcosa, tienilo in tasca. Magari ti porta fortuna.»
Lui lo guarda, confuso, poi sorride. «Grazie... Sara.»
«Di niente.»
La sua macchina è una Fiat Punto bianca col paraurti ammaccato. Lui mi accompagna a Roma con le finestre abbassate, l'aria calda che mi scompiglia i capelli appena lavati nella doccia di casa sua.
Durante il viaggio, mi sporgo verso di lui. Le mie dita trovano la cerniera dei suoi jeans, la abbassano, lo liberano. È già duro — forse l'eccitazione di avermi appena scopata, forse il fatto che sto per fargli un pompino in macchina sull'autostrada. Mi chino. La sua carne sa di sudore e di sperma secco e di me. Apro la bocca, lo prendo, lo sento gonfiarsi sulla lingua.
Il pompino è lungo, lento, metodico. Lo guardo negli occhi mentre lo prendo in gola — lo guardo mentre i suoi occhi si chiudono, mentre la sua testa si appoggia al poggiatesta, mentre il suo respiro diventa un rantolo. Lo sento venire — un fiotto caldo, denso, che mi riempie la bocca — e lo ingoio tutto, fino all'ultima goccia. Il suo sapore è dolciastro, pulito, diverso da quello di Volkov, diverso da quello dei poliziotti.
«Grazie,» mormora, con la voce rotta.
«Grazie a te,» rispondo, asciugandomi le labbra con il dorso della mano.
Roma mi appare nel finestrino — una macchia di cemento e cielo azzurro che si allarga all'orizzonte. Lui mi lascia alla stazione Termini, mi stringe la mano come se fossi una fidanzata, mi dà il suo numero di telefono scritto su uno scontrino.
«Se ti serve qualcosa, chiamami,» dice. «Davvero.»
Un ragazzo normale. Un ragazzo che non sa nulla di Volkov, di De Santis, dei depositi di Kaliningrad, delle torture nella stanza di cemento. Per lui sono Sara, la ragazza scesa dal treno, quella che gli ha regalato un vibratore viola. L'unico punto fermo in questo mare di follia.
Lo guardo allontanarsi con la sua Punto bianca. Poi mi giro verso la stazione, la borsa di tela strette al petto, i passi che mi portano verso l'uscita, verso Roma.
Verso Ivan. Verso Volkov. Verso la promessa di rivederlo.

