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Il direttore di banca 1
Antonio fissò lo schermo ancora acceso, il respiro corto e irregolare. Sabina dormiva profondamente accanto a lui, nuda, le tettone enormi che salivano e scendevano con ogni respiro lento. La notte era silenziosa, ma dentro di lui tutto urlava. Con le mani tremanti cliccò sulla email successiva. Il soggetto era semplice: «Banca e quel maiale del direttore». Il cuore gli martellò forte nel petto mentre cominciava a leggere.
«Cara, non crederai mai a quello che è successo con il direttore della banca. Ti ricordi quando Antonio mi ha fatto vestire da troia per andare a chiedere il mutuo? Camicetta bianca strettissima, quasi trasparente, che non riusciva a contenere le mie tettone enormi. Niente reggiseno, capezzoli che bucavano il tessuto, minigonna cortissima senza mutandine. Antonio era eccitatissimo a vedermi così, ma quel vecchio porco calvo mi fissava le tette come un maiale affamato. Strabuzzava gli occhi, la lingua quasi fuori. Mi sono eccitata da morire sapendo che lo stavo facendo impazzire.»
Antonio deglutì, il ricordo lo colpì come un pugno. Ricordava perfettamente quel giorno: Sabina che camminava sculettando davanti a lui, le tettone che oscillavano pesanti sotto la camicetta, il direttore che non staccava gli occhi da quel petto osceno. Aveva sentito l'eccitazione e la gelosia insieme, ma ora sapeva la verità.
Lesse oltre, il cazzo che gli si gonfiava dolorosamente nei pantaloni.
«Quel vecchio cinquantenne calvo e sudaticcio, con la faccia da maiale, mi ha contattato direttamente sul cellulare qualche giorno dopo. Una scusa burocratica sul mutuo, ma sentivo la voce roca che tremava. Gli ho detto di sì all'appuntamento, proprio durante la pausa pranzo quando la filiale era quasi vuota. Antonio era via per lavoro, come sempre. Sono andata vestita ancora più provocante: camicetta aperta fino all'ombelico, tette che schizzavano fuori, gonna così corta che si vedeva il culo a ogni passo. Appena sono entrata nel suo ufficio, lui ha chiuso la porta a chiave.»
Antonio sentiva il sudore freddo scorrergli sulla fronte. Immaginava Sabina che entrava lì, da sola, vestita da puttana, e quel vecchio porco che la guardava come carne da macello.
«Mi ha fatto pesanti apprezzamenti subito: “Che tettone da vacca, troia, ti ho sognata tutta la notte”. Io non ho detto no, anzi ho sorriso e mi sono avvicinata. Lui mi ha palpeggiato subito, mani grasse che strizzavano le tette, tirando fuori i capezzoli duri. Poi mi ha baciata con la lingua sporca, assaggiando la mia bocca mentre mi palpava il culo nudo sotto la gonna. Ha tirato fuori un cazzone notevole, grosso, venato, già gocciolante. Mi ha spinta sul tavolo, mi ha aperto le gambe e ha cominciato a pomparmi la fica senza pietà, mi sbatteva forte, urlando di piacere. Quel cazzone mi riempiva tutta, mi sfondava. Gridavo come una troia mentre mi scopava, le sue palle grosse e gonfie che sbattevano contro di me, le mani che mi strizzavano le tettone fino a far male.»
Antonio era rigido, il respiro affannoso. Lesse le parole oscene di Sabina, immaginando il vecchio direttore che la pompava sul tavolo dell'ufficio, le urla di piacere che riempivano la stanza vuota. Il suo cazzo pulsava, umiliato e eccitato allo stesso tempo.
«Mi ha scopata a lungo, brutale, chiamandomi vacca e puttana tettona mentre mi riempiva di botte di cazzo. Sono venuta urlando, la fica che si contraeva intorno a quel cazzone caldo. Lui mi ha riempita di sborra calda, fiotti densi che mi colavano fuori mentre mi teneva aperta. Prima di andarmene mi ha ordinato di pulirgli il cazzo con la bocca, leccando via la mia fica e la sua sborra. L'ho fatto, eccitatissima.»
Antonio chiuse gli occhi un attimo, ma li riaprì. Sabina si mosse leggermente nel sonno, una tettona che rotolava sul lenzuolo. Lui fissò lo schermo, sapendo che non avrebbe mai smesso di leggere. La prossima email lo aspettava, e il suo corpo tradiva ogni pensiero di gelosia con un'erezione dolorosa e urgente.
Antonio cliccò per aprire il seguito dell’email, le dita che tremavano sul touchpad. Il testo continuava senza interruzioni, le parole di Sabina che si riversavano sullo schermo come veleno caldo.
«Poi, prima che me ne andassi, quel maiale calvo mi ha tenuto ferma per i capelli e mi ha sibilato all’orecchio: “Vacca tettona troia, quando sei venuta qui con quel cornuto di tuo marito, hai fatto eccitare non solo me ma anche un mio collaboratore che ti ha visto quelle tue tettone da mungere. Dimmi quando puoi venire sempre in questi orari in cui la filiale è in pausa pranzo e la prossima volta ti sfondiamo in due, puttana tettona”.»
Antonio sentì un colpo secco allo stomaco. Lesse di nuovo la frase, la bocca asciutta. Il cazzo gli pulsava dolorosamente nei pantaloni, gonfio e traditore mentre la gelosia gli bruciava le viscere.
Sabina proseguiva, eccitata persino nello scrivere:
«Sono uscita da lì con la fica che colava della sua sborra, le gambe molli, e per i giorni seguenti non ho pensato ad altro. Immaginavo quei due porci che mi prendevano in pausa pranzo, uno che mi pompava la bocca mentre l’altro mi sfondava la fica sul tavolo dell’ufficio. Oppure uno che mi apriva il culo mentre l’altro mi riempiva la fica, doppia penetrazione brutale, urla, mani che mi strizzavano le tette come se volessero mungere. Solo al pensiero mi bagnavo da sola. Spesso, quando Antonio era via, mi sdraiavo sul divano, mi aprivo le gambe e mi masturbavo pensando a quei due banchieri che mi chiamavano troia e vacca mentre mi fottevano insieme. Venivo urlando nel cuscino, la mano fradicia, la fica che contraeva a vuoto. Quel coglione di Antonio non si accorgeva di niente, non capiva il fuoco che mi divampava dentro ogni volta che vedevo un maschio sudato o volgare.»
Antonio deglutì a fatica. Il suo uccello era duro come una pietra, dolorante, premuto contro la stoffa. Non riusciva a staccare gli occhi dalle righe oscene. Sabina descriveva la propria eccitazione con dettagli sporchi, il modo in cui si toccava pensando a essere usata da due uomini, il confronto implicito con lui che la rendeva ancora più arrapata. La gelosia gli stringeva la gola, ma il desiderio perverso di leggere oltre lo teneva inchiodato.
L’email si concludeva con una promessa che gli fece accelerare il respiro:
«Nella prossima email ti racconterò cosa è successo quando sono tornata in banca a farmi fottere da quei due banchieri insieme. Ti giuro che è stato ancora più brutale di quanto immagini.»
Antonio fissò lo schermo, il cuore che martellava. Sabina si mosse nel sonno, una tettone enorme che rotolava pesantemente sul lenzuolo, il capezzolo che si induriva leggermente nell’aria fresca della stanza. Lui rimase lì, rigido, il cazzo che pulsava, sapendo che la chiavetta conteneva ancora altre email e che non avrebbe resistito a cliccarne un’altra.

