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18. Il cornuto prepara la vacca tettona e la porta alla monta
Siamo in bagno, l'aria è densa di vapore e dell'odore di sapone economico. Siamo entrambi completamente nudi sotto il getto dell'acqua calda. Io mi strofino con lentezza, facendo scivolare le mani sulle mie curve, enfatizzando il movimento delle mie mammelle enormi che rimbalzano a ogni gesto. Cerco di provocare Antonio, spingendo il mio seno contro il suo petto, offrendogli i miei capezzoli turgidi, ma lui è come una statua di sale. Mi guarda con gli occhi sbarrati, quasi spaventato, senza riuscire a fissarmi a lungo.
Vedo che il suo cazzetto è in erezione, un piccolo rigonfiamento patetico che non mi provoca nemmeno un brivido. Dopo aver sentito la potenza brutale dei bagnini, dei pugili e la crudeltà del Vecchio Porco, quel cosino mi sembra un giocattolo per bambini. Lui non prova nemmeno a toccarmi, evita il sesso come se fosse un peccato mortale, nonostante io sia una fontana di umori pronta per essere devastata. Mentre esco dalla doccia, asciugandomi con noncuranza, non posso fare a meno di pensare: “Chissà cosa mi aspetta stasera... quanti cazzi enormi mi aspetteranno in quella palestra?”
Torniamo in camera e, con le mani che tremano, apriamo quella maledetta busta. Antonio è in silenzio, il respiro corto. Dentro ci sono solo tre oggetti e un foglio di carta.
Il primo è un paio di micro-pantaloncini jeans, praticamente una mutanda. Sono così piccoli che sembra quasi una barzelletta. Antonio fatica a infilarmeli; deve tirare il tessuto ruvido sopra le mie cosce formose, e io sento che non c'è spazio per alcun intimo. Sono completamente esposta, la stoffa taglia a metà il mio monte di Venere, lasciando intuire ogni centimetro della mia carica erotica.
Poi c'è la camicetta jeans. È striminzita, ridicola. Antonio, visibilmente sconvolto, prova a chiuderla, ma le mie tettone sono troppo grandi, troppo prepotenti. Deve letteralmente schiacciarle, premerle con forza contro il torace per riuscire a far passare i bottoni. Alla fine, riesce a chiuderne solo due, proprio all'altezza dell'ombelico. Il risultato è osceno: il mio decolleté è un'esplosione di carne bianca e turgida, le areole rosse e i capezzoloni eccitati spuntano dai bordi del tessuto, quasi a voler saltare fuori per essere torturati di nuovo.
Il terzo oggetto è il colpo di grazia: una collana dorata, lunga, con un pendente massiccio che cade esattamente nella valle tra le mie mammelle. È la rappresentazione esplicita di un cazzo con due palle. Un marchio di proprietà. Un simbolo di sottomissione. Antonio resta allibito, guarda quel gioiello volgare e poi guarda me, mentre io sento la vagina pulsare violentemente, bagnando i jeans microscopici.
Prendo la lettera e, con un sorriso malizioso, inizio a leggerla ad alta voce, godendo del terrore di Antonio.
"Sabina, troia tettona, stasera devi indossare i tacchi più alti che hai. Vogliamo che ogni tuo passo sia un invito, che il tuo culo sculetti come quello di una vacca in calore e che le tue mammelle sballonzolino senza alcun sostegno, eccitando ogni singolo maschio presente."
La mia voce trema per l'eccitazione mentre proseguo: "Sapranno che sei arrivata prima ancora di vederti. Abbiamo invitato solo maschi veri: venti uomini, tutti sopra gli ottanta chili, con cazzi che partono dai venti centimetri in su. Solo bestie che vanno pazze per le tettone e che non vedono l'ora di punire una puttana come te."
Antonio crolla su se stesso, sconvolto, quasi in lacrime per l'umiliazione. Io, invece, sono al limite. Mi guardo allo specchio: sembro una troia da catalogo, esposta, vulnerabile e pronta per il macello.
Ci incamminiamo verso la palestra. Ogni passo sui tacchi fa sussultare le mie tettone sotto la camicetta sbottonata, e io sento il pendente a forma di cazzo che sbatte contro la pelle sensibile. Sto quasi raggiungendo l'orgasmo solo per l'idea di entrare in quel luogo e trovarmi davanti a un branco di animali assatanati, pronti a possedermi selvaggiamente mentre il mio povero, cornuto fidanzato osserva impotente la sua donna venire devastata da venti cazzi enormi.
Cammino lungo il marciapiede, ogni passo sui tacchi a spillo che mi costringe a sculettare in modo esagerato, facendo rimbalzare il mio culo enorme dentro quei micro-pantaloncini che non coprono quasi nulla. Sento l'aria fresca della sera che colpisce i miei capezzoli, turgidi e duri come sassi, che spingono contro il tessuto sottile della camicetta, pronti a saltare fuori a ogni respiro. Sono una visione oscena, lo so, e l'idea che chiunque possa guardarmi in questo momento mi fa bagnare ancora di più, sentendo i miei umori osceni e vergognosi scivolare lungo le cosce, macchiando leggermente il jeans chiaro.
Accanto a me, Antonio è un'ombra sbiadita, un uomo distrutto che non osa nemmeno guardarmi, ma io non vedo lui. Nella mia mente, il mondo è diventato un unico, immenso desiderio di dolore e sottomissione. Immagino già quelle mani ruvide, callose, che afferreranno le mie tettone con violenza, schiacciandole senza pietà, tormentando i miei capezzoli fino a farmi urlare. Voglio sentire di nuovo quella sensazione di essere un oggetto, una carne da macello, una troia tettona che esiste solo per soddisfare i bisogni più sporchi e brutali di un branco di maschi.
“Voglio che mi strappino questi stracci di dosso,” penso, mentre un brivido di piacere proibito mi percorre la schiena. “Voglio che mi buttino a terra, che mi spalanchino le gambe e che mi usino come un buco senza fondo, senza chiedere permesso, senza alcuna dolcezza.” La prospettiva di essere dominata brutalmente, di sentire venti cazzi enormi che si alternano nella mia fica e nel mio culo, mi provoca un'eccitazione quasi insopportabile. Mi sento come una vacca in calore, pronta a offrire ogni centimetro del mio corpo, ogni orifizio, a chiunque voglia possedermi con forza.
L'odore della sera inizia a mescolarsi, nella mia fantasia, con l'odore acre del sudore maschile, del cuoio e del sesso crudo. Sento quasi già l'odore del Vecchio Porco e di Vincenzo, quel mix di sporcizia e perversione che mi fa schifo e mi eccita allo stesso tempo. Immagino le loro risate sguaiate mentre ordinano ai giovani bagnini di usarmi come un giocattolo, di torturare le mie mammelle mentre mi scopano con una furia animalesca. Mi vedo già immobilizzata, con le braccia legate, mentre vengo penetrata da più parti contemporaneamente, ridotta a un ammasso di gemiti e sottomissione totale.
Il mio corpo trema violentemente. Ogni muscolo è teso, ogni nervo è a fior di pelle. I miei capezzoli pulsano, quasi doloranti per l'eccitazione, mentre il pendente a forma di cazzo continua a battere ritmicamente tra le mie tettone, ricordandomi a chi appartengo stasera. Non sono più la fidanzata di Antonio; sono la schiava sessuale di quel branco, una troia pronta per la punizione.
Finalmente, la sagoma della palestra appare davanti a me. È un edificio squadrato, cupo, che sembra quasi emanare un calore carnale. Sento il cuore battermi forte nel petto, un tamburo che scandisce il ritmo della mia rovina. Mi fermo un istante davanti alla porta, sentendo l'umidità tra le gambe che ormai è diventata un torrente.
Senza esitare, con un sorriso predatore e sottomesso stampato sulle labbra, varco la soglia. L'odore di ferro, sudore e testosterone mi investe come uno schiaffo. Alzo lo sguardo e li vedo: un branco di uomini, massicci, con gli occhi iniettati di desiderio e i cazzi che tendono i pantaloni, pronti a divorarmi. Il silenzio cala improvvisamente nella stanza, interrotto solo dal suono dei miei tacchi sul pavimento, mentre ogni singolo sguardo si pianta sulle mie tettone esposte, desiderando solo di iniziare il massacro.

