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21. L'ospite russo alla palestra di boxe, la mungitura della vacca
La camicia di lino mi graffia i capezzoli. Antonio me la sta abbottonando, o almeno ci sta provando — le sue dita tremano su ogni bottone, sfiorano la pelle nuda sotto la stoffa sottile. Niente reggiseno. I seni enormi premono contro il tessuto bianco, gonfi, i capezzoli due punte che disegnano un rilievo osceno. «Stringi più forte,» ringhia il barista dalla sedia. La sua pancia deborda dai pantaloni, la canottiera una macchia gialla sotto le ascelle. «Voglio che le tettone stiano per scoppiare.» Antonio stringe. Il bottone cede con uno schiocco, rotola sul pavimento.
«Coglione!» Vincenzo gli molla uno scappellotto sulla nuca. Le sue dita gialle lasciano il segno. «Hai rotto la camicia della tua ex fidanzata, cornuto incompetente.» Antonio balbetta scuse, le guance rosse. La vergogna gli incolla le parole in gola. E io — io sento quel rossore, quella voce spezzata, e la fica mi si contrae a vuoto. Un rivolo caldo mi bagna l'interno coscia.
Il barista lo vede. «La troia gode. Guarda, Vincenzo — le cola già.» La mano sudata mi afferra il mento, mi gira la faccia verso di lui. «Ti piace quando umiliamo il cornuto, puttana?»
«Sì, padrone.» La voce mi esce roca.
«Certo che ti piace. Sei una vacca da monta. E oggi devi essere al massimo.» Mi lascia il mento. Le dita mi scendono sulla scollatura, pizzicano il capezzolo sinistro attraverso la stoffa. Il dolore mi strappa un gemito. «L'ospite è un uomo importante. Ricco. Pericoloso. Se lo fai godere, diventi proprietà sua per un giorno. Se lo fai incazzare...» Sorride, i denti marci scoperti. «Meglio non saperlo.»
Antonio mi infila i pantaloncini. Jeans, cortissimi, la stoffa mi mangia il culo. Le sue mani mi sfiorano le natiche mentre tira su la zip — un tocco involontario, un tremito che mi arriva direttamente al clitoride. Lui deglutisce. Sente l'umidità attraverso il tessuto, la mia eccitazione che impregna la stoffa. «Scusa,» sussurra.
«Non scusarti, cornuto!» Vincenzo gli dà un altro scappellotto. «Goditela. Toccala. Tua non è più, ma puoi ancora sognare.» Antonio geme. Le sue dita si fermano sul bottone, incapaci di chiuderlo. Il barista mi spalma il rossetto rosso, il pollice preme sul labbro inferiore, deborda. «Così. Una troia con la bocca da succhiacazzi.» Gli occhi mi si appannano di piacere. Ogni insulto è una scossa che mi sale lungo la spina dorsale.
La camminata verso la palestra è un supplizio. Il sole di agosto picchia sulla sabbia, sull'asfalto, sulla mia pelle sudata. La camicia mi tira a ogni passo, la scollatura si apre, i capezzoli quasi fuori. I pantaloncini mi entrano tra le natiche, la cucitura mi struscia la fica. Antonio dietro di me, zitto. Il barista e Vincenzo ai lati, i loro insulti un ronzio continuo: «Guarda come cammina la vacca... le ballano le tettone... il culo sembra una barca....» Ogni parola mi bagna ancora di più.
Un tanfo di sudore vecchio e nuovo, di cuoio logoro e di sale mi investe sulla soglia della palestra di boxe. Il respiro mi si è blocca per un secondo — l'aria e’ una cappa umida, senza condizionatore, e già sento il calore salirmi alle guance.
La camicetta di lino mi tira sulle tettone come una seconda pelle. O meglio, come una pelle di una taglia troppo piccola. I tre bottoni all'altezza dell'ombelico reggono a malapena, il tessuto schiaccia la carne gonfia in una compressione che mi fa pulsare i capezzoli a ogni battito. Sopra i bottoni, la stoffa si apre — un precipizio di seno che esplode fuori, i capezzoli coperti solo per un centimetro di tessuto teso. Se respiro appena più forte, sento le cuciture gemere.
I pantaloncini jeans mi fasciano le cosce come una pittura blu. La cucitura centrale mi preme sulla fica con una pressione costante, un attrito che camminando diventa un massaggio involontario. Niente mutande. Il tessuto ruvido mi struscia le grandi labbra a ogni passo, e il confine tra dolore e piacere e’ già sparito da un pezzo.
La palestra è un forno di lamiera. L'afa mi investe appena apro la porta — sudore vecchio, cuoio, borotalco, quell'odore maschio che ormai riconosco ovunque. I pugili stanno in cerchio, le braccia incrociate, i cazzi gonfi nei pantaloncini che mi fissano entrare.
L'odore mi travolge — un miscuglio acre di ascella maschile, di respiro affannoso, di testosterone. La fica mi si contrae così forte che un rivolo caldo mi bagna l'interno coscia.
Mi hanno vista. I loro sguardi mi si artigliano addosso — sul mio decolleté mostruoso, sui pantaloncini che mi fasciano il culo,
E al centro del ring, seduto su una sedia di legno, c'è lui.
L'ospite. Un russo. Sulla quarantina. Capelli biondi tagliati corti, occhi azzurri come due lame. La giacca di lino chiaro è stirata, la camicia bianca aperta sul collo, i pantaloni eleganti. Profuma di dopobarba e di soldi. Sorride appena quando mi vede — un sorriso senza allegria, solo una valutazione. Mi soppesa come un pezzo di carne al mercato.
«Questa è Sabina, signor Volkov.» Il barista mi spinge avanti, la mano sudata sulla mia schiena nuda dove la camicia è aperta. «La nostra vacca migliore. Tettone, fica stretta, culo allenato. Fa tutto quello che le chiedi.»
Volkov si alza. È alto, muscoloso sotto l'eleganza, un corpo da pugile invecchiato bene. Si avvicina. Le sue dita mi sollevano il mento, mi fissano gli occhi. «Apri la bocca.» Apro. Lui guarda dentro, annuisce. Poi le mani mi scendono sulla scollatura, afferrano le tettone attraverso la camicia, le strizzano. I pollici premono i capezzoli fino a farmi gemere. «Grandi. Pesanti. Buone per essere munte.» La voce è bassa, un accento duro che mastica le vocali. Mi lascia i seni, mi afferra i fianchi, mi gira. Le dita mi palpano il culo, lo aprono, premono. «Anche qui, buona carne.»
Poi mi gira di nuovo verso di lui. Le sue mani mi prendono il viso, e senza dire altro mi bacia.
La lingua mi invade senza esitare. Non è un bacio violento come quello dei pugili. È lento, metodico, un'esplorazione che mi svuota i polmoni. La sua lingua mi assaggia il palato, mi succhia il labbro inferiore, si ritrae e torna. Sa di vodka e menta, un sapore pulito, quasi elegante. Le sue mani mi tengono ferma la testa, e io mi perdo — il calore della sua bocca, la precisione dei suoi movimenti, il fatto che mi stia baciando come se avesse tutto il tempo del mondo. La fica mi pulsa forte, il respiro mi si spezza. Quando si stacca, un filo di saliva ci unisce ancora.
«Sembra proprio una grande vacca tettona,» dice rivolto al barista, pulendosi le labbra con il pollice. Poi i suoi occhi tornano su di me. «Voglio vedere come godi, troia tettona. Preparatela.»
Due pugili mi afferrano le braccia. Mi trascinano verso un angolo della palestra dove non avevo mai guardato. C'è un aggeggio strano — un semicerchio di legno orizzontale, come una mezza botte, su un telaio di ferro. Dietro, un asse verticale di compensato. Mi piegano a quattro zampe, la pancia appoggiata sul legno curvo. Il corpo si incastra alla perfezione — le tettone penzolano libere sotto di me, i capezzoli sfiorano l'aria calda. Le braccia mi vengono tirate in avanti, i polsi legati a due anelli fissati al telaio. Sento l'asse di compensato calare dietro di me, chiudersi intorno alla schiena come una morsa — un altro semicerchio che mi blocca i fianchi. Dietro il pannello restano solo le mie gambe, il culo, la fica. Davanti, la testa e le tettone.
Volkov prende la sedia, la piazza davanti a me. Si siede. La sua faccia è all'altezza della mia. Le sue ginocchia toccano il legno del telaio. Le mani enormi mi afferrano le tettone, le soppesa, le strizza. I pollici trovano i capezzoli e premono. Un dolore sordo, profondo, che mi strappa un gemito.
«Adesso, vacca, io ti mungo le tettone. Tu mi dici cosa ti fanno.»
Dietro di me sento i passi. I pugili si sono posizionati oltre il pannello, fuori dalla vista. Non vedo niente. Sento solo le dita che mi aprono le natiche, premono. Un dito mi entra nella fica — spesso, ruvido, affonda fino in fondo. Un altro nel culo. Due dita in due buchi. Il gemito successivo è più forte.
«Parla, troia.» Le mani di Volkov mi strizzano le tettone più forte. I capezzoli mi vengono tirati, stirati, attorcigliati tra le sue dita.
«Un dito nella fica... un dito nel culo...» La voce mi trema.
«Continua.» Le sue unghie mi graffiano l'areola.
Il dito nella fica esce, e un cazzo lo sostituisce. Grosso, duro, entra con uno schiocco umido. Lo riconosco dal modo in cui spinge — è Marcus, il nero colossale. Il glande mi preme contro la cervice, mi scava. «Un cazzo nella fica... mi sta scopando... oh...»
L'altro dito nel culo viene rimpiazzato. Dario. Il suo cazzo mi dilata il retto, entra senza resistenza, mi riempie. «Due cazzi dentro di me... padrone, mi stanno scopando... tutti e due...»
Le parole mi escono confuse. Le mani di Volkov non smettono — tirano i capezzoli come se volessero staccarli, strizzano le tettone come mungendo una mucca. Il dolore si mescola al piacere delle spinte, e la fica mi si serra intorno a Marcus. L'orgasmo monta senza che possa fermarlo — le contrazioni mi partono dal collo dell'utero, la vagina munge il cazzo di Marcus, il retto stringe quello di Dario. Il clitoride pulsa, si ritrae, e il liquido schizza fuori — un fiotto caldo che sento colare sulle cosce, sul legno sotto di me.
«Cosa ti fanno, puttana?» La voce di Volkov è un ronzio calmo.
«Mi... mi scopano... ancora... oh cazzo...» Le spinte accelerano. Marcus e Dario hanno trovato un ritmo, si alternano — quando uno affonda l'altro si ritrae, e io non sono mai vuota. Il culo e la fica sono due buchi pieni, pulsanti, e le loro pance sbattono contro le mie natiche con uno schiocco umido continuo.
«Ti stanno riempiendo?»
«Sì... sì, padrone... mi riempiono...» La voce è un rantolo rotto.
Le mani di Volkov mi lasciano i capezzoli. Una si sposta sulla mia nuca, mi spinge la testa contro il suo petto. Sotto la camicia elegante sento i muscoli, il cuore che batte lento, il profumo di dopobarba che mi riempie le narici. L'altra mano torna alle tettone, le strizza più forte. Il dolore è una scarica che mi esplode nel basso ventre. L'orgasmo successivo mi piega in due — la schiena si inarca contro il pannello, i polsi tirano le corde, la bocca si spalanca in un urlo che rimbalza sulla lamiera.
«Ancora, vacca. Descrivi tutto.» La sua voce mi vibra contro l'orecchio, il fiato caldo.
I pugili dietro il pannello hanno cambiato turno. Nuovi cazzi mi entrano nella fica e nel culo. Non so più quanti sono. Sento solo le spinte, i grugniti, le loro voci lontane che mi insultano: «Troia... prendilo tutto... ti riempiamo....» Le parole si mescolano alle descrizioni che cerco di dare, ma la voce mi si spezza, diventa un gemito continuo. «Mi stanno... ancora... il culo... la fica... oh cazzo padrone... mi vengono dentro...»
«Chi ti viene dentro? Dimmelo.» Le dita mi torcono un capezzolo.
«Uno... due... non lo so... sono tanti... mi riempiono tutti...» Lo sperma caldo mi cola nella vagina, nel retto. Lo sento scendere, traboccare, mi cola sulle cosce.
Volkov mi prende il mento, mi solleva la faccia. I suoi occhi azzurri mi guardano — nessuna emozione, solo una fredda valutazione scientifica. «Stai godendo molto, troia tettona. Ti piace essere la nostra vacca?»
«Sì... sì... sono la vostra vacca...» Le contrazioni non si fermano, montano una sull'altra. Il clitoride pulsa senza sosta, e il liquido mi esce a fiotti — uno schizzo che bagna le cosce dei pugili dietro il pannello, che sento colpire la lamiera con uno schiocco.
«E dimmi, vacca... vuoi che ti metta incinta?»
La parola mi esplode nelle ovaie. Un terzo orgasmo, più violento degli altri, mi serra la fica intorno all'ennesimo cazzo che mi sta riempiendo. Grido. Un grido rauco che sa di sottomissione totale. «Sì! Mettimi incinta! Ti prego!»
Volkov sorride. Il primo sorriso vero che gli vedo. Poi mi lascia il mento, le sue dita tornano alle tettone, ricominciano a mungerle. I pugili dietro di me continuano a scoparmi, a turno, cazzi nuovi che mi riempiono la fica e il culo, e io non smetto mai di venire.
«Brava vacca.» La sua voce è un sussurro soddisfatto. «Adesso descrivimi anche come ti riempiono.»


