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24. Tettone imbrattate di sperma
Il cazzo di Volkov pulsa ancora dentro di me quando le sue mani mi afferrano i fianchi e mi bloccano. «Ferma, vacca. Adesso facciamo un gioco diverso.»
La corda di canapa mi stringe i polsi dietro la schiena, il nodo alla base della sua erezione mi tiene conficcata su di lui, e io non posso fare altro che tremare. La fica è piena del suo sperma denso, una colla bianca che mi preme la cervice e mi cola sulle cosce a ogni minima contrazione. Sento ancora il vuoto nel culo — l'ultimo pugile si è appena sfilato, e il buco pulsa, aperto, grondante.
«Portatevi qui,» ordina Volkov. La sua voce è un taglio secco nell'afa della palestra. «Tutti. Voglio che usiate queste tettone come si deve.»
I passi pesanti dei pugili mi circondano. Non li vedo — i miei occhi sono fissi su Volkov, sul suo sorriso freddo, sulle sue mani che mi lasciano i fianchi e mi risalgono ai seni. Li afferra. Li solleva. Le dita mi scavano la carne sudata, e i capezzoli violacei puntano il soffitto di lamiera come due accuse.
«Guardate che mammelle,» mormora Volkov. I pollici mi premono le areole, le strizzano. «Ognuno di voi ci strofinerà il cazzo sopra. Voglio vederle lucide di sperma prima di riempirle di nuovo.»
La parola sperma mi esplode nelle ovaie. La fica si contrae intorno al suo cazzo, un morso involontario che lo fa sorridere. «Ti piace l'idea, troia? Ti piace che ti usino le tettone come un pezzo di carne?»
«Sì, padrone. Sì.» La voce mi esce roca, spezzata.
Lui mi lascia i seni e fa un cenno. Il primo pugile si avvicina da sinistra — è Marcus, il nero colossale, il suo cazzo duro come un palo che spunta dai pantaloncini. Il glande è lucido, violaceo, la fessura che gocciola un filo trasparente. Le sue mani enormi mi afferrano i fianchi, mi tengono ferma. Poi spinge il bacino in avanti e mi appoggia il cazzo sulla tetta sinistra.
Il calore mi strappa un gemito. La sua asta mi preme sulla carne, una sbarra bollente che mi attraversa il solco tra i seni e arriva fino alla clavicola. Le vene pulsano, le sento sulla pelle sudata. Marcus comincia a strofinarsi — un movimento lento, misurato, il glande che mi struscia il capezzolo a ogni passata.
«Così, puttana tettona. Sentilo.» La voce di Volkov è un ronzio soddisfatto.
Dal lato destro arriva Dario — il petto pelato di biondo, gli occhi azzurri cattivi. Anche lui ha il cazzo in mano, lo appoggia sulla tetta destra. Grossissimo, venato, la punta che mi punta il mento. Spinge. Il suo glande mi sfiora il capezzolo, lo preme, ci passa sopra con uno schiocco umido.
«Che tettone da mungere,» grugnisce Dario. «Sembra una vacca. Sei una vacca, Sabina?»
«Sì... sono una vacca...»
La parola mi fa contrarre la fica, e Volkov sotto di me ride. «L'hai sentita? Si eccita a sentirsi chiamare vacca. Continuate.»
Marcus strofina più forte. Il suo cazzo mi scivola su e giù sul seno, la pelle sudata fa da lubrificante, e ogni passata sul capezzolo mi manda una scarica elettrica direttamente all'utero. Dario segue il ritmo — un movimento sincrono, due cazzi che mi segano le tettone da entrambi i lati mentre io rimango impalata su Volkov, le braccia legate, il respiro che mi si spezza in gola.
Altri due pugili si avvicinano da dietro. Sento le loro dita callose sulle spalle, sulla schiena nuda. Uno è Lorenzo — riconosco i capelli lunghi che mi spazzolano le scapole. L'altro è Matteo, il suo respiro affamato dietro l'orecchio. I loro cazzi premono contro le mie spalle, scivolano verso le tettone, cercano spazio tra i corpi di Marcus e Dario.
«Fate largo,» ringhia Lorenzo. Spinge il suo cazzo nel solco tra i seni, da sotto. Il glande mi preme lo sterno, risale. Matteo lo imita dall'alto — il suo cazzo scende, si incrocia con quello di Lorenzo, due aste dure che mi segnano il petto con strisce di liquido prespermatico.
Ora sono quattro. Quattro cazzi che mi strofinano le tettone — Marcus a sinistra, Dario a destra, Lorenzo da sotto, Matteo da sopra. Le loro mani mi afferrano, mi tengono ferma, e io non posso fare altro che gemere. I capezzoli sono due punte di fuoco — ogni passata di glande me li sfiora, li preme, li fa pulsare. La pelle dei seni è lucida di liquido maschile mescolato al mio sudore.
«Guardala,» mormora Volkov. Le sue mani sono tornate ai miei fianchi, mi tengono ferma, e il suo cazzo dentro di me non smette di pulsare. «È in estasi. Descrivilo, vacca. Dimmi cosa senti.»
«Quattro... quattro cazzi sulle tettone...» La voce mi esce a singhiozzi. «Mi stanno... mi stanno segando i seni... i capezzoli... oh cazzo, padrone, è troppo...»
«Non è mai troppo per una troia come te.» Volkov mi afferra il mento, mi costringe a guardarlo. I suoi occhi azzurri sono due fessure gelide. «Ti piace essere il nostro sborratoio?»
«Sì! Sì, mi piace!»
I pugili intorno ridono. «Sborratoio,» ripete Marcus, strofinando più forte. «Una vacca con le tettone da sborratoio.»
«Ti riempiremo di sperma fino a farti colare,» aggiunge Dario. Il suo glande mi passa ripetutamente sul capezzolo destro, avanti e indietro, una tortura lenta che mi fa inarcare la schiena.
«Non solo le tettone,» grugnisce Lorenzo. Le sue dita mi aprono le natiche, il suo pollice preme sull'anello del culo ancora aperto. «Anche qui dentro. Ti riempiamo tutti i buchi.»
La sua minaccia mi spinge più vicina all'orgasmo. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina munge il cazzo di Volkov, e sento il mio liquido colare, mescolarsi al suo sperma, scendere lungo le cosce.
«Sta venendo,» annuncia Matteo. «La troia sta venendo solo con i cazzi sulle tettone.»
«Aspetta,» ordina Volkov. La sua mano mi stringe il mento più forte. «Non venire finché non te lo dico io, vacca. Trattieni.»
Il comando mi spezza. Le contrazioni premono contro la mia volontà — la fica pulsa, il clitoride si gonfia, il liquido spinge per uscire. Ma io stringo i denti, trattengo il respiro. Le cosce tremano contro i fianchi di Volkov, le braccia tirano le corde, e i quattro cazzi sulle tettone non smettono — strofinano, premono, mi segano i seni con un ritmo sempre più veloce.
«Brava vacca,» mormora Volkov. «Adesso parla ancora. Voglio sentire cosa ti fa stare sul punto di esplodere.»
«I loro cazzi... sono dappertutto... mi premono i capezzoli... oh cazzo... sono così duri... così caldi... mi stanno usando le tettone come... come un buco...»
«Cosa sei, allora?» La sua voce è un sussurro tagliente.
«Sono il vostro sborratoio da tettone! Sono... sono la vostra vacca da monta... la vostra troia pulisci-cazzi...»
Le parole mi escono in un rantolo, e intorno a me i pugili grugniscono eccitati. Marcus accelera — il suo cazzo corre su e giù sul mio seno sinistro, il glande sbatte contro il capezzolo con uno schiocco umido. Dario lo imita a destra, più violento. Lorenzo e Matteo si incrociano nel solco tra i seni, i loro cazzi scivolano uno sull'altro, premuti tra la mia carne sudata.
«Adesso,» dice Volkov. «Vieni, vacca. Vieni sulle nostre cappelle.»
L'orgasmo esplode. Non è un'onda — è un muro che mi si abbatte addosso. Le contrazioni mi partono dal collo dell'utero e si propagano, la vagina munge il cazzo di Volkov con una forza che lo fa gemere. Il clitoride pulsa, si ritrae, e il liquido mi esce a fiotti — uno schizzo caldo, inodore, che bagna il ventre di Volkov, gli impregna la camicia già fradicia, gli cola sui pantaloni di lino. Urlo. Un urlo rauco che rimbalza sulle pareti di lamiera e torna indietro.
«Prendi la mia sborra, troia!» Marcus è il primo a esplodere. Il suo getto mi colpisce la tetta sinistra — denso, bianco, un fiotto caldo che mi si spiaccica sul capezzolo e mi cola giù. Il secondo getto mi arriva più in alto, mi centra la clavicola. Il terzo mi schizza sul viso, un globo appiccicoso che mi si deposita sulla guancia.
Dario lo segue. Il suo sperma mi inonda la tetta destra — una quantità assurda, collosa, che mi copre l'areola e mi scende fino allo sterno. «Prendila, vacca da monta! Prendila tutta!» grugnisce, e continua a strofinarsi mentre eiacula, spalmandomi lo sperma sulla pelle sudata.
Lorenzo e Matteo vengono insieme. Due getti incrociati che mi riempiono il solco tra i seni, una poltiglia bianca che si mescola allo sperma di Marcus e Dario, che mi impasta le tettone, che mi cola sulla pancia e scende fino al pube. Il calore è dappertutto — una coperta appiccicosa che mi avvolge i seni, mi impregna i capezzoli, mi segna.
Ma non hanno finito. Dietro di loro, altri pugili si fanno avanti. Nuovi cazzi duri, nuovi glandi lucidi, nuove mani callose. Volkov sorride, il suo cazzo ancora conficcato dentro di me.
«Adesso datevi il cambio,» ordina. «Voglio che le sue tettone siano coperte dalla sborra di tutti. Ogni uomo in questa palestra deve svuotarsi su di lei.»
I pugili si mettono in fila. Quattro alla volta, poi altri quattro, poi ancora. Non riesco a contarli — sono quindici, venti, forse di più. Ognuno strofina il suo cazzo sulle mie tettone, e mentre lo fa mi insulta.
«Troia schifosa.» Un pugile tatuato mi preme il glande sul capezzolo sinistro.
«Vacca da monta.» Un nero con i dreads mi scopa il solco tra i seni.
«Puttana tettona.» Un giovane con gli occhi verdi mi sbatte il cazzo contro lo sterno.
«Sborratoio.» Un pelato con la barba grigia mi strizza i seni intorno alla sua asta.
Ogni insulto mi spinge più in là, mi fa contrarre la fica ancora piena del cazzo di Volkov. Il mio liquido non smette di colare, le contrazioni sono continue — un orgasmo che monta sull'altro, senza pausa, senza fine. Le tettone sono due masse di carne violacea, coperte di strati su strati di sperma, una poltiglia bianca che cola giù, che mi impasta la pancia, che gronda sulle cosce di Volkov.
Lui mi guarda. I suoi occhi azzurri valutano ogni mio gemito, ogni sussulto. Le sue mani mi tengono i fianchi, e il suo cazzo pulsa dentro di me, ancora duro, ancora affamato.
«Guarda che opera d'arte,» mormora. «Le tue tettone non sono mai state così belle, vacca. Sembrano due torte ricoperte di glassa.»
Stringo gli occhi. Il tepore dello sperma mi fascia i seni, mi cola giù, e io mi sento piena — piena di loro, piena di me, piena di questo piacere osceno che non so più contenere.
Un altro pugile si avvicina, il cazzo in pugno. E dietro di lui, un altro ancora.
«Continuate,» ordina Volkov. «Non fermatevi finché non è incinta.»

